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(ansa)

Ursula nel labirinto

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Il caso AstraZeneca e le critiche a Von der Leyen
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È molto probabile che domani l'Ema, l'agenzia del farmaco europea, confermi il via libera all'utilizzo del vaccino AstraZeneca smentendo i timori che hanno indotto 17 Paesi, tra cui l'Italia, a sospenderne l'inoculazione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha fatto sapere che sarebbe prontissima a farselo iniettare. E Bruxelles ha velatamente criticato la "decisione autonoma" dei governi nazionali di bloccarne l'utilizzo.

Tuttavia, anche se verrà riabilitato, i danni prodotti da AstraZeneca nella campagna vaccinale europea sono ormai difficilmente rimediabili e rischiano di ripercuotersi negativamente sulla Commissione di Bruxelles e su Ursula von der Leyen per almeno due ragioni. La prima è che le ombre sui possibili effetti secondari del vaccino, legittimate dalle sospensioni cautelari decise a livello nazionale, rischiano di riflettersi sulla disponibilità della gente ad accettare di farsi immunizzar…
È molto probabile che domani l'Ema, l'agenzia del farmaco europea, confermi il via libera all'utilizzo del vaccino AstraZeneca smentendo i timori che hanno indotto 17 Paesi, tra cui l'Italia, a sospenderne l'inoculazione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha fatto sapere che sarebbe prontissima a farselo iniettare. E Bruxelles ha velatamente criticato la "decisione autonoma" dei governi nazionali di bloccarne l'utilizzo.

Tuttavia, anche se verrà riabilitato, i danni prodotti da AstraZeneca nella campagna vaccinale europea sono ormai difficilmente rimediabili e rischiano di ripercuotersi negativamente sulla Commissione di Bruxelles e su Ursula von der Leyen per almeno due ragioni. La prima è che le ombre sui possibili effetti secondari del vaccino, legittimate dalle sospensioni cautelari decise a livello nazionale, rischiano di riflettersi sulla disponibilità della gente ad accettare di farsi immunizzare con quel prodotto, che pure costituisce una notevole parte delle scorte europee. Il secondo, ancora più serio, è che i gravi ritardi nella distribuzione del farmaco anglo-svedese stanno compromettendo la progressione della campagna di vaccinazioni in tutti gli Stati della Ue.

Ursula von der Leyen in estate era scesa in campo per intestare alla Ue il coordinamento della lotta all'epidemia e bloccare le tentazioni di soluzioni nazionali che avrebbero messo in competizioni i Paesi europei uno contro l'altro. Ora rischia di pagare il prezzo politico di quello che allora sembrò un successo. Austriaci, bulgari, sloveni e cechi hanno pubblicamente accusato Bruxelles per quella che considerano una distribuzione ineguale delle dosi. Altre capitali non sono così esplicite, ma anche a loro, in questo momento di incertezza, fa comodo puntare il dito sulla von der Leyen. Persino il vicepresidente della Commissione, il socialista olandese Timmermans, ha ammesso: "È vero che sono stati commessi errori nell'ordinare i vaccini sia a Bruxelles che negli Stati membri".

Paradossalmente la madre di tutti gli errori, l'ordine di 300 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca, von der Leyen l'ha ereditato da un'iniziativa congiunta di Francia, Germania, Italia e Olanda che avevano stabilito un pre-contratto con la società anglo-svedese in giugno, prima che scattasse il coordinamento europeo. La Commissione è subentrata firmando il contratto vero e proprio a luglio, aggiungendovi una prelazione per altri cento milioni di dosi e facendo così di AstraZeneca il primo pilastro del programma vaccinale. Un errore in seguito parzialmente corretto con due ordini a Pfizer per complessivi 600 milioni di dosi, 200 milioni a Johnson & Johnson, 300 milioni a Sanofi (in ritardo), 160 milioni a Moderna e 225 milioni a CureVac.

Che cosa non ha funzionato con AstraZeneca, che secondo la ministra francese dell'Industria Agnès Pannier-Runacher "ha consegnato finora solo il 25 per cento delle dosi previste"? I motivi che hanno permesso alla società di eludere gli obblighi contrattuali sono molti. Ma il principale è che il contratto prevedeva che le dosi ordinate dalla Ue dovessero essere fornite dalle "fabbriche europee" della società, indicando specificatamente che tra queste rientravano anche i tre stabilimenti inglesi. E invece, dal momento in cui la produzione del vaccino è cominciata, non una sola dose è arrivata nella Ue da Oltremanica.

Ordine del governo di Londra? Downing street smentisce. Ma forse non c'è stato bisogno di un ordine esplicito, visto che i rappresentanti del governo britannico siedono nel board della joint venture creata tra il colosso farmaceutico e l'università di Oxford che aveva messo a punto il siero. Fatto sta che la Gran Bretagna, che non ha mai avuto buchi nelle consegne del vaccino e ha anche ricevuto dosi di altri farmaci prodotti in Europa, oggi ha immunizzato almeno parzialmente il 38 per cento della popolazione, e la Ue solo l'11 per cento. Qualcuno può classificarlo come un danno collaterale della Brexit. Qualcun altro potrebbe vederlo come la prima bordata di una competizione anglo-europea che non si esaurirà tanto presto, e di cui Ursula von der Leyen rischia di essere la prima vittima.