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Il presidente Sergio Mattarella durante la cerimonia di commemorazione per le vittime del Coronavirus al cimitero monumentale di Bergamo il 28 giugno 2020  

Covid, le famiglie delle vittime: foto di gruppo con dolore

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Sono figli, mariti, mogli. Sono fratelli e amici. Sono nipoti, tantissimi nipoti. Sono persone ancora incredule, atterrite. In molti casi, non hanno potuto stringere mani, e nemmeno mandare un bacio da lontano
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La verità è che, di loro, abbiamo parlato troppo poco. E la verità è che non è facile. Bisognerebbe moltiplicare per cinque, forse per dieci, quel numero — centomila — per avere una stima, solo approssimativa, del paesaggio del lutto. Quasi una regione intera, fatta di gente che in questo anno lunghissimo ha perso qualcuno a causa del Covid. Una impressionante fotografia di gruppo.

Sono figli, mariti, mogli. Sono fratelli e amici. Sono nipoti, tantissimi nipoti. Sono persone ancora incredule, atterrite. In molti casi, non hanno potuto stringere mani, e nemmeno mandare un bacio da lontano. È stato loro impedito di presidiare quello spazio raggelante e necessario e ultimo, che è lo spazio in cui i vivi prendono congedo da chi se ne va, i salvati dai sommersi.

Quando scorrevo, con uno sgomento che mi stordiva — era la primavera nera di un anno fa — le intere pagine di necrologi pubblicate dall’Eco di Bergamo…
La verità è che, di loro, abbiamo parlato troppo poco. E la verità è che non è facile. Bisognerebbe moltiplicare per cinque, forse per dieci, quel numero — centomila — per avere una stima, solo approssimativa, del paesaggio del lutto. Quasi una regione intera, fatta di gente che in questo anno lunghissimo ha perso qualcuno a causa del Covid. Una impressionante fotografia di gruppo.

Sono figli, mariti, mogli. Sono fratelli e amici. Sono nipoti, tantissimi nipoti. Sono persone ancora incredule, atterrite. In molti casi, non hanno potuto stringere mani, e nemmeno mandare un bacio da lontano. È stato loro impedito di presidiare quello spazio raggelante e necessario e ultimo, che è lo spazio in cui i vivi prendono congedo da chi se ne va, i salvati dai sommersi.

Quando scorrevo, con uno sgomento che mi stordiva — era la primavera nera di un anno fa — le intere pagine di necrologi pubblicate dall’Eco di Bergamo, quando leggevo quella formula fissa — «ne danno il triste annuncio» — sentivo che mancava un pezzo di racconto.

Che sarebbe stato impossibile ricostruire le storie di quelle donne, di quegli uomini non illustri, affidare almeno alle parole di una biografia, un riscatto, un omaggio, quanto dovuto a ogni anima irripetibile. E che sarebbe stato ancora più difficile dire di chi restava. Leggevo di qualcuno che, affidandosi alle poche righe stampate su un giornale, si stringeva «forte forte alla cara Cristina, ai figli Giulia e Andrea e alla sorella Lina», e mi dicevo, mi dico: e Cristina, e Giulia, Andrea, e Lina? Davanti a una stanza vuota, intoccabile, fredda, davanti agli oggetti, agli abiti che sono ancora lì, sapendo che non si può aspettare chi non può tornare.

E mi ha fatto piangere il messaggio di addio al dottor C., morto a Bergamo il 16 marzo del 2020 (la sua bara sarà stata fra quelle della lugubre sfilata dei camion di un anno fa?), un messaggio firmato da tutto il condominio. «Amico caro e prezioso, compagno di tante giornate felici». E mi ha fatto piangere un figlio che ricordava suo padre, «settantenne in forma», e lo ringraziava per aver portato tutti i lunedì Cecy a lezione di canto e tutti i mercoledì Gio a lezione di batteria.

«Dopo dieci anni senza una febbre, senza un acciacco, senza una patologia, salvo un ginocchio un po’ malandato, ha deciso di ammalarsi nel momento peggiore». E penso a quanto possa fare male il cinismo di qualche sprovveduto che si lascia uscire, ancora oggi, frasi come questa: «Muoiono solo i vecchi». Perché è un pensiero idiota, e perché significa che il muscolo della tua immaginazione, se è un muscolo, è atrofico, e anche quello della compassione. E manchi di rispetto ai morti, e manchi di rispetto ai vivi. A Cecy e a Gio: non è più il nonno ad accompagnarli alle lezioni di canto e di batteria. Alla donna che la settimana scorsa, a Potenza, se ne è andata mentre erano ammalate anche le figlie e altri familiari. Che ora sentiranno doppia, atroce, l’ingiustizia.

Nei giornali degli anni di guerra, le cronache cittadine davano conto ogni giorno di iniziative benefiche per i parenti dei caduti. Era il modo in cui la comunità mostrava di impegnarsi a non dimenticarli, a quel paesaggio stravolto di orfani, di vedove, di gente che faceva i conti con gli affetti strappati (non c’è una parola che indica chi resta senza un fratello, o chi perde un figlio). Nell’affannosa, disperante non-guerra di questi anni Venti, mentre seguitiamo a contare i morti, non possiamo dimenticare i più prossimi a quel lutto. E d’altra parte sono lì: li sfioriamo, li incrociamo per strada, sono amici, vicini di casa; sono lì, incagliati nei “se” — se prima, se dopo, se una cura, se un vaccino, se quel giorno — e nell’attesa di risposte.

Provano a immaginare un finale diverso, come ha scritto sui social Chiara, una donna che ha perso il padre. Il finale doveva essere Mimì 1 — Covid 0. Invece no. Suo padre avrebbe dovuto accompagnarla all’altare; lei è stata costretta a lasciargli un biglietto, non potendo vederlo. C’era scritto: «Caro papà, buon compleanno, ti trovi a Roma perché hai il Covid, porta sempre la mascherina con l’ossigeno e ascolta sempre quello che ti dicono i medici e gli infermieri. Non ti arrabbiare. Fallo per noi e per il tuo bene e vedrai che guarirai presto».