Vaccini, che cosa vogliamo dallo Stato-padre
di Carlo Galli , di Carlo GalliSalva la vita ma deve essere anche capace di padroneggiare la scienza e la tecnica per vincere la lotta al Covid
La sospensione delle vaccinazioni deve essere considerata un incidente di percorso. Troppo alta è la posta in gioco perché si trascuri di vedervi un potenziale fattore di crisi strutturale. È un incidente, deve esserlo; eppure non può essere banalizzato. Anzi deve essere preso sul serio, senza allarmismi ma con la consapevolezza che tocca gli strati profondi della politica.
C'è un elemento archetipico nell'immagine dello Stato-padre che protegge i suoi figli-cittadini da un nemico subdolo e invisibile. Al prendersi cura nel livello pubblico corrisponde un affidamento nella psicologia individuale. Una fiducia tanto più necessaria in quanto quella protezione avviene attraverso una inoculazione controllata dello stesso male che si combatte. Lo Stato-padre, che salva la vita, deve essere anche capace di padroneggiare la scienza e la tecnica. In questo intreccio di protezione, di sapere scientifico, di operatività e di fiducia dei c…
C'è un elemento archetipico nell'immagine dello Stato-padre che protegge i suoi figli-cittadini da un nemico subdolo e invisibile. Al prendersi cura nel livello pubblico corrisponde un affidamento nella psicologia individuale. Una fiducia tanto più necessaria in quanto quella protezione avviene attraverso una inoculazione controllata dello stesso male che si combatte. Lo Stato-padre, che salva la vita, deve essere anche capace di padroneggiare la scienza e la tecnica. In questo intreccio di protezione, di sapere scientifico, di operatività e di fiducia dei c…
La sospensione delle vaccinazioni deve essere considerata un incidente di percorso. Troppo alta è la posta in gioco perché si trascuri di vedervi un potenziale fattore di crisi strutturale. È un incidente, deve esserlo; eppure non può essere banalizzato. Anzi deve essere preso sul serio, senza allarmismi ma con la consapevolezza che tocca gli strati profondi della politica.
C'è un elemento archetipico nell'immagine dello Stato-padre che protegge i suoi figli-cittadini da un nemico subdolo e invisibile. Al prendersi cura nel livello pubblico corrisponde un affidamento nella psicologia individuale. Una fiducia tanto più necessaria in quanto quella protezione avviene attraverso una inoculazione controllata dello stesso male che si combatte. Lo Stato-padre, che salva la vita, deve essere anche capace di padroneggiare la scienza e la tecnica. In questo intreccio di protezione, di sapere scientifico, di operatività e di fiducia dei cittadini, ci sono le radici della legittimità moderna della politica. C'è il suo senso, il suo orizzonte primordiale, invalicabile.
Che quell'immagine venga scalfita, revocata in dubbio, che quel senso venga offuscato, che quella fiducia venga tradita, è potenzialmente fonte di una crisi identitaria: c'è il rischio che i cittadini-figli abbandonati non sappiano più a chi rivolgersi per la protezione, non riconoscano l'autorità paterna e quindi non si sentano fratelli, con-cittadini; il rischio che il vincolo politico si allenti, che il legame sociale si sciolga e che il nomos, l'ordine civile, precipiti nell'anomia, nella inciviltà.
La questione dei vaccini, in quanto mette in gioco vita, politica, legittimità, in quanto può proiettare l'immagine assurdamente contraddittoria di un Leviatano assassino e non protettore, di un padre inetto e non affidabile, è quindi tutt'altro che una questione tecnica. È una questione politica di prim'ordine. E potrebbe essere tanto più grave, oggi, dato il ruolo determinante che lo Stato ha, ed è destinato ad avere, in questi frangenti di crisi; per gestirli e per uscirne.
La pandemia è paragonabile a una guerra, quanto a intensità delle trasformazioni che sta apportando; chi ha capacità analitica - un nome fra tanti, Kissinger - fino dallo scorso anno ha capito che il Covid avrà effetti analoghi a quelli dei grandi conflitti che cambiano la forma del mondo, delle relazioni internazionali di potere ma anche delle società e delle forme politiche occidentali. È probabile che gli storici del futuro vedano nel biennio 2020-2021 una cesura, l'inizio di un tempo nuovo. Che deve essere il tempo di una Grande Ristrutturazione, non di una restaurazione e neppure di una dissoluzione.
Certo, il sistema politico dei partiti - non solo nel nostro Paese - si sta già modificando, volente o nolente, sotto la spinta delle conseguenze della crisi; ma si tratta di movimenti incerti, che esigono tempo per trovare una via di sviluppo. Per il momento è lo Stato l'attore principale, lo snodo logistico e amministrativo che deve porre rimedio alle difficoltà generate a livello internazionale, che deve restituire funzionalità alle provatissime strutture sanitarie ed educative, che deve indirizzare un nuovo ciclo di accumulazione e di ridistribuzione economica, che deve trainare fuori dalla crisi una società smarrita, impoverita, sull'orlo dell'esasperazione, per permetterle di rianimarsi, di muoversi, di progredire.
Con la loro straordinaria capacità di semplificazione e di sintesi, gli americani hanno trovato, con Biden, la formula giusta: "Puntura sul braccio e assegno in tasca". Sono questi, oggi, i compiti dello Stato. E se lo Stato non li assolve, i cittadini - fino a ora pazientissimi - chiederanno risarcimenti pesanti; come avviene, di solito, durante e dopo le grandi guerre, se lo Stato non sa corrispondere ai bisogni del popolo. Ecco perché è, e sarà, necessario, a proposito dei vaccini, che lo Stato trovi un linguaggio adeguato, non specialistico, non liquidatorio, non irridente, non minimizzante. Un linguaggio di responsabilità, che risponda alla domanda di sicurezza che viene dai cittadini. Ne va della sua legittimità.
C'è un elemento archetipico nell'immagine dello Stato-padre che protegge i suoi figli-cittadini da un nemico subdolo e invisibile. Al prendersi cura nel livello pubblico corrisponde un affidamento nella psicologia individuale. Una fiducia tanto più necessaria in quanto quella protezione avviene attraverso una inoculazione controllata dello stesso male che si combatte. Lo Stato-padre, che salva la vita, deve essere anche capace di padroneggiare la scienza e la tecnica. In questo intreccio di protezione, di sapere scientifico, di operatività e di fiducia dei cittadini, ci sono le radici della legittimità moderna della politica. C'è il suo senso, il suo orizzonte primordiale, invalicabile.
Che quell'immagine venga scalfita, revocata in dubbio, che quel senso venga offuscato, che quella fiducia venga tradita, è potenzialmente fonte di una crisi identitaria: c'è il rischio che i cittadini-figli abbandonati non sappiano più a chi rivolgersi per la protezione, non riconoscano l'autorità paterna e quindi non si sentano fratelli, con-cittadini; il rischio che il vincolo politico si allenti, che il legame sociale si sciolga e che il nomos, l'ordine civile, precipiti nell'anomia, nella inciviltà.
La questione dei vaccini, in quanto mette in gioco vita, politica, legittimità, in quanto può proiettare l'immagine assurdamente contraddittoria di un Leviatano assassino e non protettore, di un padre inetto e non affidabile, è quindi tutt'altro che una questione tecnica. È una questione politica di prim'ordine. E potrebbe essere tanto più grave, oggi, dato il ruolo determinante che lo Stato ha, ed è destinato ad avere, in questi frangenti di crisi; per gestirli e per uscirne.
La pandemia è paragonabile a una guerra, quanto a intensità delle trasformazioni che sta apportando; chi ha capacità analitica - un nome fra tanti, Kissinger - fino dallo scorso anno ha capito che il Covid avrà effetti analoghi a quelli dei grandi conflitti che cambiano la forma del mondo, delle relazioni internazionali di potere ma anche delle società e delle forme politiche occidentali. È probabile che gli storici del futuro vedano nel biennio 2020-2021 una cesura, l'inizio di un tempo nuovo. Che deve essere il tempo di una Grande Ristrutturazione, non di una restaurazione e neppure di una dissoluzione.
Certo, il sistema politico dei partiti - non solo nel nostro Paese - si sta già modificando, volente o nolente, sotto la spinta delle conseguenze della crisi; ma si tratta di movimenti incerti, che esigono tempo per trovare una via di sviluppo. Per il momento è lo Stato l'attore principale, lo snodo logistico e amministrativo che deve porre rimedio alle difficoltà generate a livello internazionale, che deve restituire funzionalità alle provatissime strutture sanitarie ed educative, che deve indirizzare un nuovo ciclo di accumulazione e di ridistribuzione economica, che deve trainare fuori dalla crisi una società smarrita, impoverita, sull'orlo dell'esasperazione, per permetterle di rianimarsi, di muoversi, di progredire.
Con la loro straordinaria capacità di semplificazione e di sintesi, gli americani hanno trovato, con Biden, la formula giusta: "Puntura sul braccio e assegno in tasca". Sono questi, oggi, i compiti dello Stato. E se lo Stato non li assolve, i cittadini - fino a ora pazientissimi - chiederanno risarcimenti pesanti; come avviene, di solito, durante e dopo le grandi guerre, se lo Stato non sa corrispondere ai bisogni del popolo. Ecco perché è, e sarà, necessario, a proposito dei vaccini, che lo Stato trovi un linguaggio adeguato, non specialistico, non liquidatorio, non irridente, non minimizzante. Un linguaggio di responsabilità, che risponda alla domanda di sicurezza che viene dai cittadini. Ne va della sua legittimità.