La politica si fa con i numeri. All'indomani del pasticcio AstraZeneca ne andrebbe ricordato uno. Anzitutto: la probabilità maggiore di ammalarsi di trombosi dopo aver ricevuto il vaccino anglo-svedese non è provata. Al contrario: secondo l'Agenzia europea del farmaco Ema, il vaccino "non può essere associato a un incremento degli eventi di trombosi", come ha sottolineato la direttrice, Emer Cooke. E se anche fosse dimostrata una correlazione, stiamo parlando di un'incidenza microscopica: lo 0,0000008%. È questo il numero da stamparsi in testa. La probabilità di morire per un vaccino AstraZeneca è più o meno la stessa di essere colpiti da un meteorite.
Eppure, questi venti casi di trombosi su venti milioni di europei serenamente immunizzati con il farmaco anglo-svedese hanno scatenato un putiferio che rischia comunque di infliggere a uno dei pochi farmaci in grado di fermare la pandemia un danno reputazionale imme…
Eppure, questi venti casi di trombosi su venti milioni di europei serenamente immunizzati con il farmaco anglo-svedese hanno scatenato un putiferio che rischia comunque di infliggere a uno dei pochi farmaci in grado di fermare la pandemia un danno reputazionale imme…
La politica si fa con i numeri. All'indomani del pasticcio AstraZeneca ne andrebbe ricordato uno. Anzitutto: la probabilità maggiore di ammalarsi di trombosi dopo aver ricevuto il vaccino anglo-svedese non è provata. Al contrario: secondo l'Agenzia europea del farmaco Ema, il vaccino "non può essere associato a un incremento degli eventi di trombosi", come ha sottolineato la direttrice, Emer Cooke. E se anche fosse dimostrata una correlazione, stiamo parlando di un'incidenza microscopica: lo 0,0000008%. È questo il numero da stamparsi in testa. La probabilità di morire per un vaccino AstraZeneca è più o meno la stessa di essere colpiti da un meteorite.
Eppure, questi venti casi di trombosi su venti milioni di europei serenamente immunizzati con il farmaco anglo-svedese hanno scatenato un putiferio che rischia comunque di infliggere a uno dei pochi farmaci in grado di fermare la pandemia un danno reputazionale immenso. L'Ema ha ribadito un concetto fondamentale, per valutare il misto di panico e populismo che ha caratterizzato la discussione nei Paesi che hanno deciso di congelare per qualche giorno la somministrazione del vaccino: "I benefici sono superiori ai rischi", ha scandito Emer Cooke. In altre parole: a fronte di una terza ondata di contagi già conclamata in Paesi come l'Italia, la Francia o la Germania e dei 423 morti da coronavirus che si sono registrati giovedì 18 marzo nel nostro Paese, la priorità dovrebbe essere quella di accelerare le campagne vaccinali, e non di rallentarle. "Fate presto" è lo slogan che dovrebbe accompagnare ora tutte le campagne vaccinali nei lentissimi Paesi europei, mentre Stati Uniti, Regno Unito e Israele procedono al galoppo verso l'immunità.
È vero, alcuni casi di trombosi avevano già indotto cinque Paesi europei a sospendere temporaneamente le somministrazioni. Tuttavia il problema più serio è nato quando la Germania di Angela Merkel ha deciso di coprirsi le spalle per i dubbi sollevati dalla propria Agenzia del farmaco, il Paul-Ehrlich-Institut. E dunque la cancelliera ha alzato il telefono per trascinare anche Italia, Francia e Spagna in un temporaneo blocco delle somministrazioni. Un'iniziativa grave, che ha frenato la campagna dei vaccini nei quattro principali Paesi europei. Una mossa partita da Berlino e dettata più da un umore generale che da un dato scientifico reale, e che ha scatenato le reazioni inferocite non soltanto dell'opposizione tedesca, ma anche del partner di governo di Angela Merkel, la Spd.
La verità è che la Germania combatte da tre mesi con una campagna vaccinale mostruosamente lenta - la prima puntura è stata inoculata appena al 9% della popolazione - e con uno scetticismo robusto nei confronti di AstraZeneca che ha già costretto molte città ad accumulare dosi inutilizzate del vaccino anglo-svedese senza trovare alternative. Ma se Merkel pensa che con il sigillo dell'Ema i tedeschi correranno a vaccinarsi, è molto ottimista. Oppure non le interessa, visto che ci sono sul mercato il vaccino tedesco-americano BioNTech-Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson ma soprattutto l'imminente e tedeschissimo Curevac, atteso a giugno, sul quale il governo ha tanto scommesso da comprarsi una quota dell'azienda.
L'Europa, stavolta, è stata ostaggio delle affrettate decisioni di alcuni Paesi, e non ha nascosto la sua irritazione per il pasticcio in cui è finita anche l'Ema per l'irrazionalità della Germania. Ma non riesce a scrollarsi di dosso la nomea di pachiderma che ha negoziato pessimi contratti con le case farmaceutiche, che ne subisce umori e sotterfugi e che nelle campagne vaccinali non riesce a stare al passo con altri continenti, che garantiranno un'immunità ai cittadini molto, ma molto prima di noi.
Ursula von der Leyen promette che l'impegno a vaccinare il 70% degli europei entro la fine dell'estate sarà mantenuto. E la presidente della Commissione Ue sostiene che l'estate scorsa il fatto di aver negoziato a 27 ha scongiurato un suq dei vaccini che avrebbe avvantaggiato anzitutto i Paesi più ricchi come la Germania. Ma per ora l'unico effetto visibile di quegli accordi sicuramente più vantaggiosi per i partner più piccoli e meno ricchi sono le scandalose prepotenze della aziende farmaceutiche, che preferiscono esportare le dosi verso Paesi che pagano meglio piuttosto che mantenere gli impegni. È quello il vero punto dolente nei rapporti tra l'Europa e AstraZeneca: e il numero da mandare a memoria non è lo 0,0000008% di trombosi ma le 120 milioni di dosi in meno che AstraZeneca fornirà alla Ue entro metà dell'anno. È su quelle che si dovrebbero concentrare l'attenzione e l'impegno politico della Ue e dei suoi Paesi membri.
Eppure, questi venti casi di trombosi su venti milioni di europei serenamente immunizzati con il farmaco anglo-svedese hanno scatenato un putiferio che rischia comunque di infliggere a uno dei pochi farmaci in grado di fermare la pandemia un danno reputazionale immenso. L'Ema ha ribadito un concetto fondamentale, per valutare il misto di panico e populismo che ha caratterizzato la discussione nei Paesi che hanno deciso di congelare per qualche giorno la somministrazione del vaccino: "I benefici sono superiori ai rischi", ha scandito Emer Cooke. In altre parole: a fronte di una terza ondata di contagi già conclamata in Paesi come l'Italia, la Francia o la Germania e dei 423 morti da coronavirus che si sono registrati giovedì 18 marzo nel nostro Paese, la priorità dovrebbe essere quella di accelerare le campagne vaccinali, e non di rallentarle. "Fate presto" è lo slogan che dovrebbe accompagnare ora tutte le campagne vaccinali nei lentissimi Paesi europei, mentre Stati Uniti, Regno Unito e Israele procedono al galoppo verso l'immunità.
È vero, alcuni casi di trombosi avevano già indotto cinque Paesi europei a sospendere temporaneamente le somministrazioni. Tuttavia il problema più serio è nato quando la Germania di Angela Merkel ha deciso di coprirsi le spalle per i dubbi sollevati dalla propria Agenzia del farmaco, il Paul-Ehrlich-Institut. E dunque la cancelliera ha alzato il telefono per trascinare anche Italia, Francia e Spagna in un temporaneo blocco delle somministrazioni. Un'iniziativa grave, che ha frenato la campagna dei vaccini nei quattro principali Paesi europei. Una mossa partita da Berlino e dettata più da un umore generale che da un dato scientifico reale, e che ha scatenato le reazioni inferocite non soltanto dell'opposizione tedesca, ma anche del partner di governo di Angela Merkel, la Spd.
La verità è che la Germania combatte da tre mesi con una campagna vaccinale mostruosamente lenta - la prima puntura è stata inoculata appena al 9% della popolazione - e con uno scetticismo robusto nei confronti di AstraZeneca che ha già costretto molte città ad accumulare dosi inutilizzate del vaccino anglo-svedese senza trovare alternative. Ma se Merkel pensa che con il sigillo dell'Ema i tedeschi correranno a vaccinarsi, è molto ottimista. Oppure non le interessa, visto che ci sono sul mercato il vaccino tedesco-americano BioNTech-Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson ma soprattutto l'imminente e tedeschissimo Curevac, atteso a giugno, sul quale il governo ha tanto scommesso da comprarsi una quota dell'azienda.
L'Europa, stavolta, è stata ostaggio delle affrettate decisioni di alcuni Paesi, e non ha nascosto la sua irritazione per il pasticcio in cui è finita anche l'Ema per l'irrazionalità della Germania. Ma non riesce a scrollarsi di dosso la nomea di pachiderma che ha negoziato pessimi contratti con le case farmaceutiche, che ne subisce umori e sotterfugi e che nelle campagne vaccinali non riesce a stare al passo con altri continenti, che garantiranno un'immunità ai cittadini molto, ma molto prima di noi.
Ursula von der Leyen promette che l'impegno a vaccinare il 70% degli europei entro la fine dell'estate sarà mantenuto. E la presidente della Commissione Ue sostiene che l'estate scorsa il fatto di aver negoziato a 27 ha scongiurato un suq dei vaccini che avrebbe avvantaggiato anzitutto i Paesi più ricchi come la Germania. Ma per ora l'unico effetto visibile di quegli accordi sicuramente più vantaggiosi per i partner più piccoli e meno ricchi sono le scandalose prepotenze della aziende farmaceutiche, che preferiscono esportare le dosi verso Paesi che pagano meglio piuttosto che mantenere gli impegni. È quello il vero punto dolente nei rapporti tra l'Europa e AstraZeneca: e il numero da mandare a memoria non è lo 0,0000008% di trombosi ma le 120 milioni di dosi in meno che AstraZeneca fornirà alla Ue entro metà dell'anno. È su quelle che si dovrebbero concentrare l'attenzione e l'impegno politico della Ue e dei suoi Paesi membri.