Nella prima uscita in pubblico “senza rete”, si è potuto finalmente giudicare l’uomo dietro la maschera di ferro che in parte gli è stata cucita addosso e in parte auto-indossa con piacere. Ma al di là degli aspetti personali, a sorprendere è stata la visione tutta politica di un Draghi inedito, almeno per la gran parte degli italiani. Chi si aspettava una difesa di maniera dell’Europa, a prescindere, sarà forse rimasto deluso. Perché quello che ha mostrato il capo del governo è l’abito di un europeista pragmatico. Che, proprio perché non può essere sospettato di voler minare la costruzione comune, si sente libero di indicare con il dito le cose che non funzionano.
Dare il nome alle cose, è il primo passo e Draghi l’ha compiuto. Se il coordinamento europeo funziona, evviva, l’Italia è la più contenta di cedere alla Commissione il potere di scrivere i contratti…
Dare il nome alle cose, è il primo passo e Draghi l’ha compiuto. Se il coordinamento europeo funziona, evviva, l’Italia è la più contenta di cedere alla Commissione il potere di scrivere i contratti…
Nella prima uscita in pubblico “senza rete”, si è potuto finalmente giudicare l’uomo dietro la maschera di ferro che in parte gli è stata cucita addosso e in parte auto-indossa con piacere. Ma al di là degli aspetti personali, a sorprendere è stata la visione tutta politica di un Draghi inedito, almeno per la gran parte degli italiani. Chi si aspettava una difesa di maniera dell’Europa, a prescindere, sarà forse rimasto deluso. Perché quello che ha mostrato il capo del governo è l’abito di un europeista pragmatico. Che, proprio perché non può essere sospettato di voler minare la costruzione comune, si sente libero di indicare con il dito le cose che non funzionano.
Dare il nome alle cose, è il primo passo e Draghi l’ha compiuto. Se il coordinamento europeo funziona, evviva, l’Italia è la più contenta di cedere alla Commissione il potere di scrivere i contratti per tutti, di approvare o meno i vaccini stranieri. Se tuttavia l’Ue cincischia per incapacità o perché bloccata dai veti reciproci e da calcoli geopolitici di questo o quel partner, Roma si sente in coscienza di poter andare avanti da sola. Persino — e qui l’annuncio è clamoroso, tanto che la corrispondente dell’agenzia russa Tass ha voluto farsi ripetere la risposta — sull’eventualità di procedere unilateralmente a un via libera d’emergenza per Sputnik. Possiamo farlo perché, di nuovo, a differenza del filo-Putin Salvini o dell’ala “cinese” del precedente governo, nessuno può mettere in dubbio l’atlantismo del presidente del Consiglio.
Questo tipo di approccio realista, senza inutili condiscendenze verso l’Ue e senza bisogno di baciare ogni volta la pantofola, può in realtà essere un’utile sponda per gli stessi vertici dell’Unione. Spronandoli a interpretare con più energia il proprio ruolo, ritrovando quella spinta strategica che Ursula von der Leyen ha saputo esprimere all’inizio della crisi pandemica con il concepimento del Recovery Plan.
Dare il nome alle cose. È importante anche perché non sembra proprio che tutto stia girando come ci si sarebbe aspettati. A meno di due settimane dalla fine del trimestre, come ha sottolineato la Fondazione Gimbe nel suo monitoraggio settimanale, non è ancora stata consegnata quasi la metà delle dosi di vaccino previste. È il dato più importante, perché non bisogna mai dimenticare che questo non è tanto un governo del Presidente, quanto un governo-Covid, nato perché il precedente non riusciva più a gestire con efficienza i mille fronti aperti dalla pandemia. E su questo deve essere giudicato. Il Draghi che promette “come prima cosa” di riaprire le scuole sembra esserne consapevole. Perché stride e provoca rabbia e dolore nelle famiglie italiane l’esempio della vicina Francia, che pur annunciando un lockdown di un mese, riesce a tenere aperte in presenza le sue scuole.
Come stride e provoca rabbia nei cittadini vedere categorie di privilegiati che passano davanti agli 80enni a rischio nelle vaccinazioni, oppure regioni che hanno percentuali intollerabili nella somministrazione del farmaco. Usa, Gran Bretagna e Israele stanno correndo, persino Cuba fa meglio di noi. Anche qui, Draghi non ha avuto timore nel dare il nome alle cose e puntare il dito contro i responsabili: i governatori e gli assessori alla salute delle regioni lente. Che farebbero bene a stare meno in televisione e più in ufficio, attaccati al telefono per far funzionare le cose come in una nazione occidentale e non del terzo mondo.
L’esito del primo consiglio dei ministri “vero”, il primo politico s’intende, ci insegna anche un’altra lezione. Ovvero che Draghi sembra essere a suo agio anche con la mediazione più difficile, quella tra partiti. Quando si scende a toccare la carne viva degli interessi delle diverse constituencies, come avvenuto ieri con quella bella torta da 32 miliardi da spartire, è chiaro che il gioco si fa duro. Lo dimostra la durata insolita del consiglio dei ministri e il ritardo della conferenza stampa. Ma alla fine Draghi ha saputo imporsi anche su una recalcitrante Lega, aiutata da Forza Italia, che sul maxi-condono non voleva sentire ragioni.
Chiamandolo per nome (ancora una volta, viva la sincerità), Draghi ha detto che “il condono” in realtà è molto limitato. Non una sanatoria indiscriminata, che sarebbe stata uno schiaffo in faccia a chi le multe e le tasse le paga. Ma un provvedimento che si ferma temporalmente alle cartelle fino al 2010, comunque non superiori ai 5 mila euro, e solo per chi ha un reddito inferiore ai 30 mila euro. Una vittoria per l’ala sinistra della maggioranza-ircocervo.
Significativa la morale che il presidente del Consiglio ne ha tratto nel finale. Cioè che guarda con rispetto alle “bandiere identitarie” dei partiti, ma non saranno queste a fermare il suo cammino. Anzi, dovranno essere ammainate, come è accaduto ieri per il condono, se sono un ostacolo alla navigazione comune. Una lezione per Salvini ovviamente, ma in fondo rivolta a tutti. E la mente non può che andare al Pd e al rilancio a sorpresa dello Ius soli fatto dal neo segretario Letta.
Dare il nome alle cose, è il primo passo e Draghi l’ha compiuto. Se il coordinamento europeo funziona, evviva, l’Italia è la più contenta di cedere alla Commissione il potere di scrivere i contratti per tutti, di approvare o meno i vaccini stranieri. Se tuttavia l’Ue cincischia per incapacità o perché bloccata dai veti reciproci e da calcoli geopolitici di questo o quel partner, Roma si sente in coscienza di poter andare avanti da sola. Persino — e qui l’annuncio è clamoroso, tanto che la corrispondente dell’agenzia russa Tass ha voluto farsi ripetere la risposta — sull’eventualità di procedere unilateralmente a un via libera d’emergenza per Sputnik. Possiamo farlo perché, di nuovo, a differenza del filo-Putin Salvini o dell’ala “cinese” del precedente governo, nessuno può mettere in dubbio l’atlantismo del presidente del Consiglio.
Questo tipo di approccio realista, senza inutili condiscendenze verso l’Ue e senza bisogno di baciare ogni volta la pantofola, può in realtà essere un’utile sponda per gli stessi vertici dell’Unione. Spronandoli a interpretare con più energia il proprio ruolo, ritrovando quella spinta strategica che Ursula von der Leyen ha saputo esprimere all’inizio della crisi pandemica con il concepimento del Recovery Plan.
Dare il nome alle cose. È importante anche perché non sembra proprio che tutto stia girando come ci si sarebbe aspettati. A meno di due settimane dalla fine del trimestre, come ha sottolineato la Fondazione Gimbe nel suo monitoraggio settimanale, non è ancora stata consegnata quasi la metà delle dosi di vaccino previste. È il dato più importante, perché non bisogna mai dimenticare che questo non è tanto un governo del Presidente, quanto un governo-Covid, nato perché il precedente non riusciva più a gestire con efficienza i mille fronti aperti dalla pandemia. E su questo deve essere giudicato. Il Draghi che promette “come prima cosa” di riaprire le scuole sembra esserne consapevole. Perché stride e provoca rabbia e dolore nelle famiglie italiane l’esempio della vicina Francia, che pur annunciando un lockdown di un mese, riesce a tenere aperte in presenza le sue scuole.
Come stride e provoca rabbia nei cittadini vedere categorie di privilegiati che passano davanti agli 80enni a rischio nelle vaccinazioni, oppure regioni che hanno percentuali intollerabili nella somministrazione del farmaco. Usa, Gran Bretagna e Israele stanno correndo, persino Cuba fa meglio di noi. Anche qui, Draghi non ha avuto timore nel dare il nome alle cose e puntare il dito contro i responsabili: i governatori e gli assessori alla salute delle regioni lente. Che farebbero bene a stare meno in televisione e più in ufficio, attaccati al telefono per far funzionare le cose come in una nazione occidentale e non del terzo mondo.
L’esito del primo consiglio dei ministri “vero”, il primo politico s’intende, ci insegna anche un’altra lezione. Ovvero che Draghi sembra essere a suo agio anche con la mediazione più difficile, quella tra partiti. Quando si scende a toccare la carne viva degli interessi delle diverse constituencies, come avvenuto ieri con quella bella torta da 32 miliardi da spartire, è chiaro che il gioco si fa duro. Lo dimostra la durata insolita del consiglio dei ministri e il ritardo della conferenza stampa. Ma alla fine Draghi ha saputo imporsi anche su una recalcitrante Lega, aiutata da Forza Italia, che sul maxi-condono non voleva sentire ragioni.
Chiamandolo per nome (ancora una volta, viva la sincerità), Draghi ha detto che “il condono” in realtà è molto limitato. Non una sanatoria indiscriminata, che sarebbe stata uno schiaffo in faccia a chi le multe e le tasse le paga. Ma un provvedimento che si ferma temporalmente alle cartelle fino al 2010, comunque non superiori ai 5 mila euro, e solo per chi ha un reddito inferiore ai 30 mila euro. Una vittoria per l’ala sinistra della maggioranza-ircocervo.
Significativa la morale che il presidente del Consiglio ne ha tratto nel finale. Cioè che guarda con rispetto alle “bandiere identitarie” dei partiti, ma non saranno queste a fermare il suo cammino. Anzi, dovranno essere ammainate, come è accaduto ieri per il condono, se sono un ostacolo alla navigazione comune. Una lezione per Salvini ovviamente, ma in fondo rivolta a tutti. E la mente non può che andare al Pd e al rilancio a sorpresa dello Ius soli fatto dal neo segretario Letta.