La primavera della speranza
di Marco Belpoliti , di Marco Belpoliti
Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, la Terra, è rapita da Ade, dio degli inferi, e condotta sottoterra; sarà restituita alla madre disperata per la sua perdita, ma potrà vivere alla luce del sole solo per un terzo del suo tempo, mentre per due terzi starà con Ade. Persefone è la divinità della rinascita, del rinnovarsi della vita, del risveglio e del ricominciamento. In un qualche modo abbiamo vissuto questo lungo anno in compagnia di Ade, minacciati dal potere invisibile della morte, ma ora arriva finalmente Persefone. La primavera è la stagione dello splendore, come dice il suo etimo greco, vas. Di tutte le quattro stagioni, che scandiscono il nostro calendario climatico e simbolico, la primavera è forse la più scarmigliata, la più arruffata e scomposta. Marzo pazzerello ci ha regalato, come suo solito, giorni freddi nel momento del congedo dall’inverno. Sulle cime degli Appennini è nevicato, e in…
Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, la Terra, è rapita da Ade, dio degli inferi, e condotta sottoterra; sarà restituita alla madre disperata per la sua perdita, ma potrà vivere alla luce del sole solo per un terzo del suo tempo, mentre per due terzi starà con Ade. Persefone è la divinità della rinascita, del rinnovarsi della vita, del risveglio e del ricominciamento. In un qualche modo abbiamo vissuto questo lungo anno in compagnia di Ade, minacciati dal potere invisibile della morte, ma ora arriva finalmente Persefone. La primavera è la stagione dello splendore, come dice il suo etimo greco, vas. Di tutte le quattro stagioni, che scandiscono il nostro calendario climatico e simbolico, la primavera è forse la più scarmigliata, la più arruffata e scomposta. Marzo pazzerello ci ha regalato, come suo solito, giorni freddi nel momento del congedo dall’inverno. Sulle cime degli Appennini è nevicato, e in alto il termometro è sceso anche sotto lo zero.
Oggi prendiamo, almeno simbolicamente, commiato dal freddo, dal gelo e dalla neve dell’inverno. Gli studiosi dei miti ci dicono che la primavera è sfuggente perché collegata con Eros; non è infatti solo la stagione della rinascita in senso lato; è anche quella dell’amore. Tra marzo e aprile poi cadono le due feste di Pesach e di Pasqua; quest’ultima, festa di resurrezione, si celebra la domenica che segue il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Mai come quest’anno attendiamo l’arrivo della stagione del risveglio e del ricominciamento. La nostra speranza si lega a una parola che è anche un “oggetto” che moltissimi attendono con impazienza e con senso di liberazione dalla pandemia: vaccino. La parola deriva da un termine, “vacca”, che ha il suo riscontro nel sanscrito e appartiene alle parole della lingua sacrificale propria degli indoeuropei. Dalla femmina adulta dei bovini — gli indoeuropei non distinguevano tra maschio e femmina negli animali domestici — proviene questa parola così frequentemente pronunciata, scritta e letta in queste ultime settimane: «la pratica profilattica intesa a provocare nell’organismo una immunità attiva contro determinate malattie infettive».
Il vaccino è la nostra primavera, è l’incarnazione di Persefone che ritorna alla luce del giorno proprio «quando la notte sarà uguale al giorno», ovvero il 21 marzo, primo giorno di primavera. La speranza è collegata alla primavera. I nostri antenati celebravano i riti del risveglio del mondo vegetale come racconta J. G. Frazer ne Il ramo d’oro. Risveglio è un termine importante perché in effetti è come se noi avessimo dormito, anche se eravamo spesso insonni, almeno un anno fa, tenuti desti dal silenzio delle nostre città e dal suono lancinante delle ambulanze. La speranza è una delle virtù teologali, insieme a fede e carità. Di quanta speranza abbiamo avuto bisogno in questo difficile cammino che abbiamo intrapreso nel marzo dello scorso anno? Molta. Il nostro è stato cammino da fermi, vista la clausura cui siamo stati costretti per vincere il contagio della pandemia; e tuttavia è un cammino che ha avuto bisogno di altrettanta fede che saremmo riusciti a uscire dal buio di questo interminabile tunnel. E di quanta carità verso gli altri e anche verso noi stessi? Tanta. Carità è il sostegno che è stato necessario, l’amore e l’affetto degli uni verso gli altri.
Come è stato più volte sottolineato il pronome più pronunciato in questo anno è quello della prima persona plurale, noi. L’aiuto spirituale ma anche il necessario aiuto materiale. Quando il presidente del Consiglio Draghi ha parlato del dare e non del chiedere, ha parlato il linguaggio della carità, virtù cristiana. Un falso eppure suggestivo etimo fa derivare la parola speranza da “spera”, la sfera, figura geometrica che è definita il luogo dei punti equidistanti da un punto detto centro; è la sfera celeste di cui parla in vari modi e maniere Dante, il padre della nostra lingua, per i medievali simbolo di perfezione. La primavera che inizia oggi è quella cantata da un altro grande poeta, Giacomo Leopardi: «Primavera d’intorno/ Brilla nell’aria e per li campi esulta». Una primavera di speranza e d’attesa.
Oggi prendiamo, almeno simbolicamente, commiato dal freddo, dal gelo e dalla neve dell’inverno. Gli studiosi dei miti ci dicono che la primavera è sfuggente perché collegata con Eros; non è infatti solo la stagione della rinascita in senso lato; è anche quella dell’amore. Tra marzo e aprile poi cadono le due feste di Pesach e di Pasqua; quest’ultima, festa di resurrezione, si celebra la domenica che segue il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Mai come quest’anno attendiamo l’arrivo della stagione del risveglio e del ricominciamento. La nostra speranza si lega a una parola che è anche un “oggetto” che moltissimi attendono con impazienza e con senso di liberazione dalla pandemia: vaccino. La parola deriva da un termine, “vacca”, che ha il suo riscontro nel sanscrito e appartiene alle parole della lingua sacrificale propria degli indoeuropei. Dalla femmina adulta dei bovini — gli indoeuropei non distinguevano tra maschio e femmina negli animali domestici — proviene questa parola così frequentemente pronunciata, scritta e letta in queste ultime settimane: «la pratica profilattica intesa a provocare nell’organismo una immunità attiva contro determinate malattie infettive».
Il vaccino è la nostra primavera, è l’incarnazione di Persefone che ritorna alla luce del giorno proprio «quando la notte sarà uguale al giorno», ovvero il 21 marzo, primo giorno di primavera. La speranza è collegata alla primavera. I nostri antenati celebravano i riti del risveglio del mondo vegetale come racconta J. G. Frazer ne Il ramo d’oro. Risveglio è un termine importante perché in effetti è come se noi avessimo dormito, anche se eravamo spesso insonni, almeno un anno fa, tenuti desti dal silenzio delle nostre città e dal suono lancinante delle ambulanze. La speranza è una delle virtù teologali, insieme a fede e carità. Di quanta speranza abbiamo avuto bisogno in questo difficile cammino che abbiamo intrapreso nel marzo dello scorso anno? Molta. Il nostro è stato cammino da fermi, vista la clausura cui siamo stati costretti per vincere il contagio della pandemia; e tuttavia è un cammino che ha avuto bisogno di altrettanta fede che saremmo riusciti a uscire dal buio di questo interminabile tunnel. E di quanta carità verso gli altri e anche verso noi stessi? Tanta. Carità è il sostegno che è stato necessario, l’amore e l’affetto degli uni verso gli altri.
Come è stato più volte sottolineato il pronome più pronunciato in questo anno è quello della prima persona plurale, noi. L’aiuto spirituale ma anche il necessario aiuto materiale. Quando il presidente del Consiglio Draghi ha parlato del dare e non del chiedere, ha parlato il linguaggio della carità, virtù cristiana. Un falso eppure suggestivo etimo fa derivare la parola speranza da “spera”, la sfera, figura geometrica che è definita il luogo dei punti equidistanti da un punto detto centro; è la sfera celeste di cui parla in vari modi e maniere Dante, il padre della nostra lingua, per i medievali simbolo di perfezione. La primavera che inizia oggi è quella cantata da un altro grande poeta, Giacomo Leopardi: «Primavera d’intorno/ Brilla nell’aria e per li campi esulta». Una primavera di speranza e d’attesa.