È evidente che all'interno della maggioranza larga a sostegno di Draghi si sta sviluppando una competizione tra il nuovo Pd di Letta e Salvini, con il primo desideroso di imprimere un profilo dinamico e aggressivo alla sua leadership e il secondo attento a non farsi spingere verso le antiche posizioni massimaliste e autolesioniste. I margini del confronto, diciamo così, sono abbastanza stretti, il valore prioritario resta la tenuta della coalizione che regge il governo d'emergenza. È un valore che non si discute e su cui vigila il presidente della Repubblica. Ma gli screzi naturalmente non vanno sottovalutati. Letta ha bisogno di rinsaldare il campo della sinistra sventolando alcuni vessilli - vedi lo Ius soli - e Salvini punta a essere il partner privilegiato di Palazzo Chigi nel ruolo inedito dello stabilizzatore.
Entrambi rischiano qualcosa. Letta, s'intende, non potrà accettare di diventare un socio minore, quasi irrilevante della coalizion…
Entrambi rischiano qualcosa. Letta, s'intende, non potrà accettare di diventare un socio minore, quasi irrilevante della coalizion…
È evidente che all'interno della maggioranza larga a sostegno di Draghi si sta sviluppando una competizione tra il nuovo Pd di Letta e Salvini, con il primo desideroso di imprimere un profilo dinamico e aggressivo alla sua leadership e il secondo attento a non farsi spingere verso le antiche posizioni massimaliste e autolesioniste. I margini del confronto, diciamo così, sono abbastanza stretti, il valore prioritario resta la tenuta della coalizione che regge il governo d'emergenza. È un valore che non si discute e su cui vigila il presidente della Repubblica. Ma gli screzi naturalmente non vanno sottovalutati. Letta ha bisogno di rinsaldare il campo della sinistra sventolando alcuni vessilli - vedi lo Ius soli - e Salvini punta a essere il partner privilegiato di Palazzo Chigi nel ruolo inedito dello stabilizzatore.
Entrambi rischiano qualcosa. Letta, s'intende, non potrà accettare di diventare un socio minore, quasi irrilevante della coalizione - nonostante o forse a causa dell'alleanza con i 5S - e quindi dovrà fornire un contributo di idee che siano insieme riformiste e non destabilizzanti. Quanto a Salvini, dovrà resistere alle sirene populiste, nonostante Giorgia Meloni, sua spina nel fianco; soprattutto dovrà accettare che il premier Draghi filtri e ridimensioni le sue proposte, come è accaduto venerdì con il condono e le misure di sostegno. Dove è apparso chiaro che il leghista avrebbe voluto di più, mentre invece deve accontentarsi di quello che l'esecutivo è in grado di mettere sul tavolo: non poco, nonostante le prevedibili rimostranze delle categorie economiche più colpite dal disastro. Ma tutti sanno che la risalita sarà lenta e in Parlamento molti dovranno avere i nervi saldi.
C'è peraltro un'altra partita che il governo tecnico-politico mostra di voler giocare. Si svolge in Europa o addirittura su un piano internazionale più vasto. Qui il protagonista per l'Italia è il solo Mario Draghi e il ruolo dei partiti della maggioranza è di semplice supporto. Si tratta di collocarsi al centro di un'Unione di cui il virus ha mostrato i limiti, in mesi che vedono incrinarsi i vecchi equilibri. I fatti dimostrano che le parole del presidente del Consiglio ("o l'Europa è efficace nel coordinamento o dovremo fare da soli") non erano mere intenzioni. La personale autorevolezza permette a Draghi di porsi al centro di un'iniziativa sui vaccini volta a mettere le case farmaceutiche di fronte alle loro responsabilità, garantendo al meglio i canali di distribuzione. È chiaro che si sta creando un vuoto nell'Unione dovuto all'indebolimento di Angela Merkel, prossima alla fine della sua stagione. Nella sfera dell'emergenza sanitaria, e per ora soprattutto in quella, il pragmatismo del premier italiano unito al suo prestigio potrebbe colmare quel vuoto, con o senza l'accordo di Macron.
Questo ovviamente non significa che Draghi abbia fatto proprio il verbo "sovranista" o nazionalista, intriso di sottintesi ideologici. Significa qualcosa di diverso, ma di significativo. Solo un europeista autentico e non retorico, che ha salvaguardato l'Unione attraverso la Banca centrale e ha tenuto testa alle pressioni tedesche per anni, può permettersi oggi di vedere e denunciare gli errori e le mediocrità dell'Europa. Con l'intento non di distruggerla, ma di curare - chissà - le sue contraddizioni. È un compito ambizioso imposto dalle circostanze, tale da mutare anche il quadro interno. Se e come le forze politiche sapranno comprenderlo.
Entrambi rischiano qualcosa. Letta, s'intende, non potrà accettare di diventare un socio minore, quasi irrilevante della coalizione - nonostante o forse a causa dell'alleanza con i 5S - e quindi dovrà fornire un contributo di idee che siano insieme riformiste e non destabilizzanti. Quanto a Salvini, dovrà resistere alle sirene populiste, nonostante Giorgia Meloni, sua spina nel fianco; soprattutto dovrà accettare che il premier Draghi filtri e ridimensioni le sue proposte, come è accaduto venerdì con il condono e le misure di sostegno. Dove è apparso chiaro che il leghista avrebbe voluto di più, mentre invece deve accontentarsi di quello che l'esecutivo è in grado di mettere sul tavolo: non poco, nonostante le prevedibili rimostranze delle categorie economiche più colpite dal disastro. Ma tutti sanno che la risalita sarà lenta e in Parlamento molti dovranno avere i nervi saldi.
C'è peraltro un'altra partita che il governo tecnico-politico mostra di voler giocare. Si svolge in Europa o addirittura su un piano internazionale più vasto. Qui il protagonista per l'Italia è il solo Mario Draghi e il ruolo dei partiti della maggioranza è di semplice supporto. Si tratta di collocarsi al centro di un'Unione di cui il virus ha mostrato i limiti, in mesi che vedono incrinarsi i vecchi equilibri. I fatti dimostrano che le parole del presidente del Consiglio ("o l'Europa è efficace nel coordinamento o dovremo fare da soli") non erano mere intenzioni. La personale autorevolezza permette a Draghi di porsi al centro di un'iniziativa sui vaccini volta a mettere le case farmaceutiche di fronte alle loro responsabilità, garantendo al meglio i canali di distribuzione. È chiaro che si sta creando un vuoto nell'Unione dovuto all'indebolimento di Angela Merkel, prossima alla fine della sua stagione. Nella sfera dell'emergenza sanitaria, e per ora soprattutto in quella, il pragmatismo del premier italiano unito al suo prestigio potrebbe colmare quel vuoto, con o senza l'accordo di Macron.
Questo ovviamente non significa che Draghi abbia fatto proprio il verbo "sovranista" o nazionalista, intriso di sottintesi ideologici. Significa qualcosa di diverso, ma di significativo. Solo un europeista autentico e non retorico, che ha salvaguardato l'Unione attraverso la Banca centrale e ha tenuto testa alle pressioni tedesche per anni, può permettersi oggi di vedere e denunciare gli errori e le mediocrità dell'Europa. Con l'intento non di distruggerla, ma di curare - chissà - le sue contraddizioni. È un compito ambizioso imposto dalle circostanze, tale da mutare anche il quadro interno. Se e come le forze politiche sapranno comprenderlo.