La nobiltà di Cesare, dono e tormento
di Paolo Condò , di Paolo CondòPrandelli si è dimesso dalla panchina della Fiorentina, rinunciando forse per sempre al calcio. L'etichetta di "brava persona", in questi tempi di cattivismo imperante che vuole tutti energici e decisi, suona oggi sottrazione anziché aggiunta
Fra gli effetti perversi del cattivismo imperante merita una menzione il fatto che un antico complimento - "quella è una brava persona" - suoni oggi sottrazione anziché aggiunta. Il mondo ci vuole energici, decisi, geniali, irresistibili, se proprio va male resilienti; la scelta tra essere una brava o cattiva persona viene dopo ed è apparentemente libera, ma insomma. Quando la tua esistenza è una competizione continua - succede ovunque, nello sport di più - la cattiveria non è un difetto ma una qualità, e molto richiesta. Perciò l'etichetta di brava persona si consegna in mancanza di altro, una specie di premio di consolazione.
Cesare Prandelli si è dimesso dalla Fiorentina? Che brava persona, lascia lì i soldi. Torna Iachini? Beh, Cesare Prandelli è stato un ottimo allenatore. La sua prima Fiorentina giocava un calcio leggero, divertente e ambizioso, e se il Bayern non gliel'avesse rubata …
Cesare Prandelli si è dimesso dalla Fiorentina? Che brava persona, lascia lì i soldi. Torna Iachini? Beh, Cesare Prandelli è stato un ottimo allenatore. La sua prima Fiorentina giocava un calcio leggero, divertente e ambizioso, e se il Bayern non gliel'avesse rubata …
Fra gli effetti perversi del cattivismo imperante merita una menzione il fatto che un antico complimento - "quella è una brava persona" - suoni oggi sottrazione anziché aggiunta. Il mondo ci vuole energici, decisi, geniali, irresistibili, se proprio va male resilienti; la scelta tra essere una brava o cattiva persona viene dopo ed è apparentemente libera, ma insomma. Quando la tua esistenza è una competizione continua - succede ovunque, nello sport di più - la cattiveria non è un difetto ma una qualità, e molto richiesta. Perciò l'etichetta di brava persona si consegna in mancanza di altro, una specie di premio di consolazione.
Cesare Prandelli si è dimesso dalla Fiorentina? Che brava persona, lascia lì i soldi. Torna Iachini? Beh, Cesare Prandelli è stato un ottimo allenatore. La sua prima Fiorentina giocava un calcio leggero, divertente e ambizioso, e se il Bayern non gliel'avesse rubata chissà dove si sarebbe spinta in Champions. Siccome fra le doti del bravo tecnico la psicologia viene prima di tutto - e gli urti della vita gliel'hanno affinata con la sensibilità - gli va riconosciuto di essere stato l'unico a estrarre grandi cose assieme da Antonio Cassano e Mario Balotelli, i nostri campioni mancati, la generazione perduta per sempre tranne che in quel mese del 2012, quando il loro talento raffinato, sviluppato e assecondato da Cesare portò l'Italia alla finale europea con la Spagna. Ma siccome Prandelli è una brava persona, non se la sentì di stravolgere una formazione ormai sfinita, e dopo una suprema semifinale con la Germania la ripropose pressoché identica tre giorni dopo in finale. Perdendo male da una Spagna che aveva riposato un giorno in più, dannata lei. La gratitudine nel calcio è una brutta bestia: dopo aver vinto il Mondiale, Enzo Bearzot e Marcello Lippi colarono a picco quattro anni dopo per eccesso di riconoscenza. È un mondo strano quello in cui i sentimenti nobili sono trappole mortali.
L'allenatore Prandelli ha concluso lì la sua bella traiettoria, perché dalla delusione del Mondiale successivo non è più riuscito a risalire: poche esperienze infelici fino a questo ritorno a Firenze da tutto o niente. La puntata finale a una roulette riservata ormai ad altri giocatori: quelli feroci, determinati, cattivi. L'ombra di cui Cesare parla nella sua struggente lettera d'addio è la consapevolezza di non essere più disposto a ritardare allo stremo la staccata prima della curva. La vita è altrove, mai così vero.
Cesare Prandelli si è dimesso dalla Fiorentina? Che brava persona, lascia lì i soldi. Torna Iachini? Beh, Cesare Prandelli è stato un ottimo allenatore. La sua prima Fiorentina giocava un calcio leggero, divertente e ambizioso, e se il Bayern non gliel'avesse rubata chissà dove si sarebbe spinta in Champions. Siccome fra le doti del bravo tecnico la psicologia viene prima di tutto - e gli urti della vita gliel'hanno affinata con la sensibilità - gli va riconosciuto di essere stato l'unico a estrarre grandi cose assieme da Antonio Cassano e Mario Balotelli, i nostri campioni mancati, la generazione perduta per sempre tranne che in quel mese del 2012, quando il loro talento raffinato, sviluppato e assecondato da Cesare portò l'Italia alla finale europea con la Spagna. Ma siccome Prandelli è una brava persona, non se la sentì di stravolgere una formazione ormai sfinita, e dopo una suprema semifinale con la Germania la ripropose pressoché identica tre giorni dopo in finale. Perdendo male da una Spagna che aveva riposato un giorno in più, dannata lei. La gratitudine nel calcio è una brutta bestia: dopo aver vinto il Mondiale, Enzo Bearzot e Marcello Lippi colarono a picco quattro anni dopo per eccesso di riconoscenza. È un mondo strano quello in cui i sentimenti nobili sono trappole mortali.
L'allenatore Prandelli ha concluso lì la sua bella traiettoria, perché dalla delusione del Mondiale successivo non è più riuscito a risalire: poche esperienze infelici fino a questo ritorno a Firenze da tutto o niente. La puntata finale a una roulette riservata ormai ad altri giocatori: quelli feroci, determinati, cattivi. L'ombra di cui Cesare parla nella sua struggente lettera d'addio è la consapevolezza di non essere più disposto a ritardare allo stremo la staccata prima della curva. La vita è altrove, mai così vero.