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Enrico Letta, segretario del Pd (ansa)

Le parole che cerco nel Pd

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Alle origini del partito c'è l'incontro tra due gruppi dirigenti, provenienti dalla Prima Repubblica, che erano già allora esausti
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Caro direttore, l'elezione di Enrico Letta alla segreteria del Partito democratico e i propositi che egli ha espresso nel suo discorso di candidatura hanno sollecitato una ondata di commenti, moniti e raccomandazioni ai quali non c'è bisogno di aggiungere i miei che, in quanto "senza partito", osservo questi eventi da una certa distanza, seppure apprezzando i propositi del nuovo segretario. Una riflessione, anche se di retroguardia, voglio però proporla perché penso che contenga una sfida non eludibile.

Mi riferisco alla circostanza che alle origini del Partito democratico c'è l'incontro tra due gruppi dirigenti, provenienti dai maggiori partiti della Prima Repubblica, che erano già allora esausti perché incarnavano visioni, culture e "tecnologie" messe in discussione dalle profonde trasformazioni della società italiana nei suoi rapporti con il sistema politico.

Per limitarsi ad alcune di queste tra…
Caro direttore, l'elezione di Enrico Letta alla segreteria del Partito democratico e i propositi che egli ha espresso nel suo discorso di candidatura hanno sollecitato una ondata di commenti, moniti e raccomandazioni ai quali non c'è bisogno di aggiungere i miei che, in quanto "senza partito", osservo questi eventi da una certa distanza, seppure apprezzando i propositi del nuovo segretario. Una riflessione, anche se di retroguardia, voglio però proporla perché penso che contenga una sfida non eludibile.

Mi riferisco alla circostanza che alle origini del Partito democratico c'è l'incontro tra due gruppi dirigenti, provenienti dai maggiori partiti della Prima Repubblica, che erano già allora esausti perché incarnavano visioni, culture e "tecnologie" messe in discussione dalle profonde trasformazioni della società italiana nei suoi rapporti con il sistema politico.

Per limitarsi ad alcune di queste trasformazioni, si possono citare l'indebolimento dei tradizionali gruppi sociali di riferimento, o constituency; il venir meno di affiliazioni e appartenenze resistenti al tempo e alle circostanze; la crescente attenzione pubblica al volto concreto e quotidiano della democrazia; l'autonomia dei cittadini dalle classi dirigenti tradizionali che, ove misconosciuta, concorre a generare sfiducia verso queste stesse centrali; e infine la moltiplicazione di forme di partecipazione e di rappresentanza, non previste da quelle tradizionali e di fatto concorrenti con esse, ma soprattutto molto più in salute.

Tutto questo può piacere o meno; e sicuramente ha generato anche guasti e patologie, insieme a indiscutibili progressi. Ma ignorarlo non è comunque possibile, se si aspira a governare la nostra democrazia per il domani e il dopodomani.

È bene sottolineare che tutto ciò è avvenuto prima dell'emergere dell'ambiente digitale come nuova arena pubblica (un alibi di moda) e ha a che fare con cambiamenti strutturali della politica. Come scriveva Ulrich Beck già nel 1993, "noi cerchiamo la politica nel luogo sbagliato, nei concetti sbagliati, ai piani sbagliati, nelle pagine sbagliate dei quotidiani".

Di una consapevolezza dei fenomeni come quelli che ho citato non c'è traccia nelle riflessioni e nelle elaborazioni sulle cui basi il Partito democratico è nato. E ancora oggi le sorde resistenze a prendere sul serio la questione delle donne o la ritrosia a trattare temi "divisivi" connessi ai diritti civili o alla ridefinizione dello status legale della cittadinanza, lo confermano. È ragionevole pensare che sia stata proprio questa omissione a concorrere a quel deficit di "licenza sociale di operare" che ha dato e dà spazio a forme alternative di legittimazione, siano esse basate sull'uso (o l'abuso) di risorse pubbliche, sulla personalizzazione della leadership, sulla sostituzione della comunicazione alla politica, sul primato delle dinamiche interne ai gruppi dirigenti o sulla passione per le ormai famose "poltrone".

Penso anche - avendo scritto sul tema in passato - che il più grande ostacolo al riconoscimento, e quindi al possibile superamento, di questo problema, stia nella rimozione degli anni '70 che i gruppi dirigenti provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana hanno operato, dimostrando nei fatti una piena continuità di cui dovrebbero invece preoccuparsi. Quell'epoca di speranze e tempeste resta un nodo non sciolto, certo non solo per la politica, ma soprattutto per essa; ed aggirarlo, come sinora è stato fatto, riporta sempre alla casella di partenza.

Certo, le organizzazioni hanno una loro identità profonda che tende a riemergere sempre, ad onta dei tentativi di modificarle. Anche per questo mi sembra difficile che i nuovi propositi si possano realizzare senza raccogliere la sfida a fare ciò che all'epoca non si volle o non si seppe, prendendo la scorciatoia di unire due debolezze, le quali, come si è visto, raramente fanno una forza.