Processo Floyd, è in gioco l’onore dell’America
di Federico Rampini , di Federico RampiniA seconda della correttezza con cui si svolgerà il dibattimento in tribunale, e della sua conclusione, il mondo misurerà lo stato di salute della più antica liberaldemocrazia
È iniziato a Minneapolis il processo a cui guarda tutta l'America, e con lei il mondo intero. È in gioco lo stato di diritto, la credibilità della democrazia americana: verso i propri cittadini; verso gli amici o i nemici stranieri. A chiedere giustizia sono prima di tutto i familiari di George Floyd.
Il 25 maggio dell'anno scorso una pattuglia di polizia fermava questo afroamericano di 46 anni, dopo la chiamata del commesso di una tabaccheria che lo accusava di aver pagato con una banconota falsa. Seguirono 8 minuti e 46 secondi di una tortura feroce, ripresa in video, una scena angosciante e ormai tragicamente nota: l'agente bianco Derek Chauvin che preme il ginocchio sul collo di Floyd, fino alla sua morte.
Quelle immagini orrende scatenarono proteste in America e in altre parti del mondo, segnarono una ripresa del movimento Black Lives Matter, entrarono nello scontro elettorale Biden-Trump.
Davanti alla giuria popolare di Minneapolis si dibatton…
Il 25 maggio dell'anno scorso una pattuglia di polizia fermava questo afroamericano di 46 anni, dopo la chiamata del commesso di una tabaccheria che lo accusava di aver pagato con una banconota falsa. Seguirono 8 minuti e 46 secondi di una tortura feroce, ripresa in video, una scena angosciante e ormai tragicamente nota: l'agente bianco Derek Chauvin che preme il ginocchio sul collo di Floyd, fino alla sua morte.
Quelle immagini orrende scatenarono proteste in America e in altre parti del mondo, segnarono una ripresa del movimento Black Lives Matter, entrarono nello scontro elettorale Biden-Trump.
Davanti alla giuria popolare di Minneapolis si dibatton…
È iniziato a Minneapolis il processo a cui guarda tutta l'America, e con lei il mondo intero. È in gioco lo stato di diritto, la credibilità della democrazia americana: verso i propri cittadini; verso gli amici o i nemici stranieri. A chiedere giustizia sono prima di tutto i familiari di George Floyd.
Il 25 maggio dell'anno scorso una pattuglia di polizia fermava questo afroamericano di 46 anni, dopo la chiamata del commesso di una tabaccheria che lo accusava di aver pagato con una banconota falsa. Seguirono 8 minuti e 46 secondi di una tortura feroce, ripresa in video, una scena angosciante e ormai tragicamente nota: l'agente bianco Derek Chauvin che preme il ginocchio sul collo di Floyd, fino alla sua morte.
Quelle immagini orrende scatenarono proteste in America e in altre parti del mondo, segnarono una ripresa del movimento Black Lives Matter, entrarono nello scontro elettorale Biden-Trump.
Davanti alla giuria popolare di Minneapolis si dibattono dettagli scabrosi: l'accusa è certa di avere le prove che la causa del decesso di Floyd fu l'asfissia da strangolamento; la difesa cerca di dimostrare che la vittima morì per una tragica coincidenza fra malattia cardiaca, uso di stupefacenti, l'adrenalina della colluttazione.
Una famiglia, una comunità, una città attendono giustizia. La nazione intera tirerà delle conclusioni, gravide di conseguenze, dal verdetto finale: se gli afroamericani possano fidarsi della giustizia penale del loro Paese; se le forze dell'ordine debbano rispondere dei loro atti davanti alla legge; se la questione razziale sia una piaga incurabile perché "scolpita" dentro le istituzioni, un peccato originale nel Dna degli Stati Uniti.
Sui giurati di Minneapolis e sul giudice che li guida, pesa una responsabilità enorme. Ci sono altre vicende simili che attendono processi importanti ma il caso di Floyd ha lasciato l'impressione più profonda. A seconda di come ne uscirà l'immagine della giustizia, si potrà tentare di abbassare l'intensità della "guerra civile permanente" che attraversa il Paese; oppure al contrario le lacerazioni saranno più insanabili di prima.
Dopo la barbara esecuzione di Floyd - così la giudica, in attesa della sentenza, chi ha visto quel video con i propri occhi - un pezzo di America ha già imboccato una fuga in avanti, ha scelto di farsi una giustizia sommaria da sé, ha cavalcato la sfiducia indiscriminata verso tutte le forze di polizia. Le frange radicali di Black Lives Matter hanno seminato violenza in molte città, e le vittime sono state quasi sempre altri afroamericani. I politici che hanno soffiato sul fuoco hanno tagliato fondi alle polizie da New York a Los Angeles.
Proprio la città di Minneapolis è uno degli epicentri di questo esperimento sciagurato. I risultati sono riassunti con impeccabile onestà dal New York Times, un giornale che ha simpatizzato senza riserve con Black Lives Matter: da quando l'intera polizia è stata delegittimata e semiparalizzata, Minneapolis ha subito un aumento del 25% di omicidi, stupri, aggressioni, rapine a mano armata. Ancora peggiore è il bilancio nei quartieri attorno al ribattezzato George Floyd Square, la zona più afroamericana di Minneapolis, che i militanti hanno definito "uno Stato libero": +66% di crimini violenti.
Il lento degrado verso il disordine e la criminalità è accaduto anche altrove, soprattutto dove le proteste radicali e lo slogan "de-fund the police" hanno lasciato il campo libero alle gang e alla criminalità organizzata. Le vittime sono in prevalenza altri afroamericani e minoranze etniche. Non è un caso se a novembre, pur perdendo nettamente rispetto al rivale democratico, Donald Trump ha avuto molti più voti rispetto al 2016, e il suo consenso è salito tra gli afroamericani e gli ispanici, quelli che hanno più da perdere dalla ritirata della legge.
La sentenza di Minneapolis può essere un passo verso la ricostruzione di una credibilità della giustizia, a cui segua una ricostruzione dello stato di diritto dove oggi è di fatto latitante. Affermare il principio che la polizia non è libera di calpestare i diritti dei cittadini, che non ha licenza di uccidere impunemente, è la premessa perché torni a fare rispettare quella legge, nelle zone del Paese da cui si è ritirata o applica una sorta di "sciopero bianco" come risposta alla diffusa delegittimazione.
A seconda della correttezza con cui si svolgerà il processo, e della sua conclusione, il mondo misurerà lo stato di salute della più antica liberaldemocrazia. Xi Jinping e Vladimir Putin citano spesso Black Lives Matter. Nel primo vertice bilaterale tra americani e cinesi dell'era Biden, la delegazione di Pechino ha reagito alle critiche sui diritti umani rievocando George Floyd. Nella sua prima conferenza stampa Biden ha detto: "I vostri figli o nipoti faranno le tesi di laurea su chi ha avuto più successo, su chi ha vinto: autocrazia o democrazia?". La risposta si vede nei fatti, e non dipende solo dal suo governo, ma anche da quel che accade in un'aula giudiziaria del Minnesota.
Il 25 maggio dell'anno scorso una pattuglia di polizia fermava questo afroamericano di 46 anni, dopo la chiamata del commesso di una tabaccheria che lo accusava di aver pagato con una banconota falsa. Seguirono 8 minuti e 46 secondi di una tortura feroce, ripresa in video, una scena angosciante e ormai tragicamente nota: l'agente bianco Derek Chauvin che preme il ginocchio sul collo di Floyd, fino alla sua morte.
Quelle immagini orrende scatenarono proteste in America e in altre parti del mondo, segnarono una ripresa del movimento Black Lives Matter, entrarono nello scontro elettorale Biden-Trump.
Davanti alla giuria popolare di Minneapolis si dibattono dettagli scabrosi: l'accusa è certa di avere le prove che la causa del decesso di Floyd fu l'asfissia da strangolamento; la difesa cerca di dimostrare che la vittima morì per una tragica coincidenza fra malattia cardiaca, uso di stupefacenti, l'adrenalina della colluttazione.
Una famiglia, una comunità, una città attendono giustizia. La nazione intera tirerà delle conclusioni, gravide di conseguenze, dal verdetto finale: se gli afroamericani possano fidarsi della giustizia penale del loro Paese; se le forze dell'ordine debbano rispondere dei loro atti davanti alla legge; se la questione razziale sia una piaga incurabile perché "scolpita" dentro le istituzioni, un peccato originale nel Dna degli Stati Uniti.
Sui giurati di Minneapolis e sul giudice che li guida, pesa una responsabilità enorme. Ci sono altre vicende simili che attendono processi importanti ma il caso di Floyd ha lasciato l'impressione più profonda. A seconda di come ne uscirà l'immagine della giustizia, si potrà tentare di abbassare l'intensità della "guerra civile permanente" che attraversa il Paese; oppure al contrario le lacerazioni saranno più insanabili di prima.
Dopo la barbara esecuzione di Floyd - così la giudica, in attesa della sentenza, chi ha visto quel video con i propri occhi - un pezzo di America ha già imboccato una fuga in avanti, ha scelto di farsi una giustizia sommaria da sé, ha cavalcato la sfiducia indiscriminata verso tutte le forze di polizia. Le frange radicali di Black Lives Matter hanno seminato violenza in molte città, e le vittime sono state quasi sempre altri afroamericani. I politici che hanno soffiato sul fuoco hanno tagliato fondi alle polizie da New York a Los Angeles.
Proprio la città di Minneapolis è uno degli epicentri di questo esperimento sciagurato. I risultati sono riassunti con impeccabile onestà dal New York Times, un giornale che ha simpatizzato senza riserve con Black Lives Matter: da quando l'intera polizia è stata delegittimata e semiparalizzata, Minneapolis ha subito un aumento del 25% di omicidi, stupri, aggressioni, rapine a mano armata. Ancora peggiore è il bilancio nei quartieri attorno al ribattezzato George Floyd Square, la zona più afroamericana di Minneapolis, che i militanti hanno definito "uno Stato libero": +66% di crimini violenti.
Il lento degrado verso il disordine e la criminalità è accaduto anche altrove, soprattutto dove le proteste radicali e lo slogan "de-fund the police" hanno lasciato il campo libero alle gang e alla criminalità organizzata. Le vittime sono in prevalenza altri afroamericani e minoranze etniche. Non è un caso se a novembre, pur perdendo nettamente rispetto al rivale democratico, Donald Trump ha avuto molti più voti rispetto al 2016, e il suo consenso è salito tra gli afroamericani e gli ispanici, quelli che hanno più da perdere dalla ritirata della legge.
La sentenza di Minneapolis può essere un passo verso la ricostruzione di una credibilità della giustizia, a cui segua una ricostruzione dello stato di diritto dove oggi è di fatto latitante. Affermare il principio che la polizia non è libera di calpestare i diritti dei cittadini, che non ha licenza di uccidere impunemente, è la premessa perché torni a fare rispettare quella legge, nelle zone del Paese da cui si è ritirata o applica una sorta di "sciopero bianco" come risposta alla diffusa delegittimazione.
A seconda della correttezza con cui si svolgerà il processo, e della sua conclusione, il mondo misurerà lo stato di salute della più antica liberaldemocrazia. Xi Jinping e Vladimir Putin citano spesso Black Lives Matter. Nel primo vertice bilaterale tra americani e cinesi dell'era Biden, la delegazione di Pechino ha reagito alle critiche sui diritti umani rievocando George Floyd. Nella sua prima conferenza stampa Biden ha detto: "I vostri figli o nipoti faranno le tesi di laurea su chi ha avuto più successo, su chi ha vinto: autocrazia o democrazia?". La risposta si vede nei fatti, e non dipende solo dal suo governo, ma anche da quel che accade in un'aula giudiziaria del Minnesota.