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Enrico Letta e Giuseppe Conte durante l'incontro del 24 marzo 

Letta e Conte allo specchio

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Il Pd e i Cinque Stelle, entrambi impegnati in un travagliato non-congresso, rivolgono il cambiamento al proprio interno. Un processo al termine del quale dovrebbe emergere la fisionomia del nuovo centrosinistra
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Il governo Draghi di unità nazionale, avendo messo in "pausa" la normale dialettica politica, sta avendo come effetto collaterale quello di favorire e accelerare alcuni processi di trasformazione/evoluzione dei partiti che hanno scelto di farne parte. C'è chi lo fa con una proiezione verso l'esterno, come Matteo Salvini e il suo tentativo di aggregare a livello europeo tutte le forze nazionaliste a destra del Ppe. E chi, come il Pd e i Cinque Stelle, entrambi impegnati in un travagliato non-congresso, rivolge il cambiamento al proprio interno. Un processo al termine del quale dovrebbe emergere la fisionomia del nuovo centrosinistra. Il cantiere della casa comune è in pieno fermento e lo dimostra sia la girandola di incontri del segretario Enrico Letta (ieri quello con Luigi Di Maio), sia l'epifania di Giuseppe Conte, riapparso dopo un mese di silenzio come leader del PdC. Il Partito di Conte, appunto, come l'ha ribattezzato Ilvio Diamanti…
Il governo Draghi di unità nazionale, avendo messo in "pausa" la normale dialettica politica, sta avendo come effetto collaterale quello di favorire e accelerare alcuni processi di trasformazione/evoluzione dei partiti che hanno scelto di farne parte. C'è chi lo fa con una proiezione verso l'esterno, come Matteo Salvini e il suo tentativo di aggregare a livello europeo tutte le forze nazionaliste a destra del Ppe. E chi, come il Pd e i Cinque Stelle, entrambi impegnati in un travagliato non-congresso, rivolge il cambiamento al proprio interno. Un processo al termine del quale dovrebbe emergere la fisionomia del nuovo centrosinistra. Il cantiere della casa comune è in pieno fermento e lo dimostra sia la girandola di incontri del segretario Enrico Letta (ieri quello con Luigi Di Maio), sia l'epifania di Giuseppe Conte, riapparso dopo un mese di silenzio come leader del PdC. Il Partito di Conte, appunto, come l'ha ribattezzato Ilvio Diamanti. 

Viste in positivo, sono molte le analogie che dovrebbero rassicurare i tanti elettori che ancora, nonostante tutto, si riconoscono in questa metà del campo e pensano sia utile una convergenza. L'identità delle due forze politiche che insieme contenderanno al centrodestra il governo del Paese si va affinando infatti intorno a cinque direttrici comuni. Al primo posto l'agenda politica, con la sostenibilità ambientale, la trasformazione green dell'economia, i nuovi diritti, la parità di genere e la giustizia sociale. Quindi l'attenzione alla formazione e alla competenza, una parola che finalmente sembra entrata anche nel lessico grillino. Non a caso sia Letta che Conte pensano a scuole di politica per i propri giovani. C'è in comune anche lo sforzo per disarticolare le correnti. Letta ne ha fatto la cifra distintiva fin dal primo giorno della sua segreteria, ma anche Conte - nel primo discorso da capo - ha messo in chiaro che non accetterà correnti mascherate da "associazioni" d'area. Quarto punto, la forma partito. I vecchi militanti e il territorio, nella visione esposta da entrambi, dovranno convivere con forme più avanzate di apertura verso l'esterno. Conte le ha chiamate "piazze delle idee", anche Letta è rimasto ancora nel vago di una ricerca di "inclusività" verso mondi che preferiscono non farsi inglobare dal Pd. C'è comunque l'idea condivisa di una forma ibrida di partecipazione politica, che tenga insieme la dimensione fisica e quella digitale, militanti iscritti e semplici compagni di viaggio su singole e specifiche battaglie. Infine, il quinto punto, che rende paragonabile lo sforzo in atto, è che sia Conte che Letta hanno chiaro in mente che non basterà un semplice "restyling". Il passaggio è stretto e richiederà una profonda trasformazione delle due forze che la storia ha fatto incontrare sulla stessa strada.

Fin qui tutto bene. C'è tuttavia un'ultima analogia, questa volta in negativo, che ha a che vedere con l'identità di Pd e Cinque Stelle. Una similitudine che, se non affrontata adeguatamente, può rendere effimero l'intero processo. Nessuno ha ancora sentito il bisogno di affrontare un esame veritiero sul passato. I Cinque Stelle sono saltati, senza un dibattito e quasi senza traumi (eccetto Paragone e Di Battista) dall'essere una forza anti-europea, anti-scienza, terzomondista e anti-parlamentare, al loro esatto contrario. Ora, come scrive Annalisa Cuzzocrea a pagina 12, stanno persino pensando di prendere i soldi del 2x1000. E così il Pd, salito sull'ottovolante: dal riformismo americano di Veltroni alla sinistra-sinistra di Bersani, su e giù dal centrismo di Renzi alla vecchia via socialdemocratica di Zingaretti fino al neo-ulivismo di Enrico Letta. Ogni volta si ricomincia da capo, pensando che il passato sia il rifugio di tutti i peccati, avvitati nella ricerca perenne di un nuovo inizio.

A Conte e Letta suggeriremmo di guardare alla storia recente, alle due grandi trasformazioni dei Ds-Margherita in Pd e quella del Msi in Alleanza nazionale. Entrambe mancarono di una seria e approfondita analisi sul passato, sul perché era necessario dismettere l'abito vecchio. Alcuni nostalgici rimasero a presidiare le vecchie identità, senza che i promotori del nuovo riuscissero a spiegare le vere ragioni del cambiamento, cos'era che non andava più bene. Il rischio, soprattutto nei Cinque Stelle, oggi è simile. È l'eterna scorciatoia del trasformismo, che cambia i leader e talvolta anche i nomi del partito per non cambiare niente. Lasciando il sospetto che l'unico driver della trasformazione sia la voglia di restare al potere. Ma proprio gli esempi dei Ds e di An dimostrano quanto sia illusorio costruire la nuova casa senza fondamenta solide in grado di sorreggerla.