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Come creare nuovo lavoro

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Tre risposte per aiutare donne e giovani scoraggiati
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Un milione di lavoratori in meno. Tra questi circa 250 mila cassintegrati a zero ore da più di tre mesi o persone in congedo parzialmente retribuito in passato contate fra gli occupati. Questo non toglie nulla alla gravità della crisi occupazionale e al disagio sociale che coinvolge milioni di famiglie e che non può che preoccupare il governo. Solo bene sapere che i dati sul lavoro diffusi ieri scontano un cambiamento nella definizione statistica di occupazione che sarebbe stato più saggio rinviare a dopo la crisi.

L'Istat ha comunque avuto l'accortezza di pubblicare le serie riviste da prima della pandemia e così si può ricostruire quanto successo dai giorni dei primi tre contagi di coronavirus fino alla fine di febbraio 2021 sulla base di dati fra di loro coerenti. La distruzione di lavoro è stata tutt'altro che uniforme e ha interessato soprattutto i lavoratori che non sono protetti né dal blocco dei licenziamenti…
Un milione di lavoratori in meno. Tra questi circa 250 mila cassintegrati a zero ore da più di tre mesi o persone in congedo parzialmente retribuito in passato contate fra gli occupati. Questo non toglie nulla alla gravità della crisi occupazionale e al disagio sociale che coinvolge milioni di famiglie e che non può che preoccupare il governo. Solo bene sapere che i dati sul lavoro diffusi ieri scontano un cambiamento nella definizione statistica di occupazione che sarebbe stato più saggio rinviare a dopo la crisi.

L'Istat ha comunque avuto l'accortezza di pubblicare le serie riviste da prima della pandemia e così si può ricostruire quanto successo dai giorni dei primi tre contagi di coronavirus fino alla fine di febbraio 2021 sulla base di dati fra di loro coerenti. La distruzione di lavoro è stata tutt'altro che uniforme e ha interessato soprattutto i lavoratori che non sono protetti né dal blocco dei licenziamenti, né dalla cassa integrazione. Si tratta dei dipendenti con contratti temporanei (-13%), dei lavoratori autonomi (-7%) e delle persone con meno di 35 anni colpite percentualmente tre volte di più che le altre fasce di età (-7%). La novità più rilevante di questa recessione è che ha colpito più le donne che gli uomini.

È stata una shecession piuttosto che una mancession come le precedenti. Di solito i settori maggiormente esposti alle fluttuazioni cicliche sono a prevalente presenza maschile. Questa volta la crisi ha investito soprattutto i lavori che non potevano essere condotti in remoto e attività soggette al lockdown perché non considerate essenziali. È il caso del commercio al dettaglio e del turismo e ristorazione dove le donne, pur non essendo la maggioranza, rappresentano più del 50% dei lavoratori con contratti a tempo determinato. Le donne sono state anche le principali vittime della chiusura delle scuole e degli asili nido che hanno finito spesso per caricare interamente sulle loro spalle la cura dei figli. L'altra faccia della medaglia degli studenti senza scuole sono state le mamme senza lavoro. Anche per questo la distruzione di lavoro è andata di pari passo con l'aumento dell'inattività, questa volta avvenuta di più nelle età centrali che tra chi è vicino all'età di pensionamento, piuttosto che della disoccupazione.

L'eredità lasciataci da un anno col coronavirus è perciò molto pesante. Coinvolge molte persone che sfuggono alle maglie della nostra protezione sociale e che non vedono ancora la fine della pandemia data la lentezza con cui procede la campagna di vaccinazione. Per questo è opportuno utilizzare le risorse del Recovery Fund prioritariamente per tappare le falle del nostro sistema di protezione sociale come già proposto su queste colonne. Un errore limitarsi ad aspettare che vengano tempi migliori. Questo esercito di inattivi non si scioglierà come d'incanto non appena torneremo ad una vita normale. Il lavoro è cambiato in maniera irreversibile. Ci sarà anche dopo più lavoro in remoto, dato che molte imprese fortemente indebitate cercheranno di ridurre i costi fissi spingendo a lavorare da casa per almeno parte della settimana. Inoltre ci sarà meno lavoro dove le norme sul distanziamento hanno accelerato investimenti in automazione e più lavoro altrove, ad esempio nella filiera della salute.

Tre cose appaiono particolarmente importanti per gestire il nuovo lavoro.

Primo, solo la contrattazione decentrata, azienda per azienda, può oggi garantire più lavoro in sicurezza e domani regolare il lavoro in remoto. Chi non ha condizioni abitative e famigliari tali da permettere il lavoro da casa deve poterlo svolgere in prossimità della propria abitazione o ricevere aiuti nel trasformare parzialmente la propria abitazione in luogo di lavoro. Questo non può essere fatto con la contrattazione centralizzata.

Secondo, l'inevitabile ricollocazione di lavoro da imprese in declino a imprese in espansione richiede un servizio pubblico dell'impiego funzionante e un capo dell'Anpal (l'Agenzia per le politiche attive) che, lui sì, non lavori nel remoto più estremo.

Terzo, occorre affrontare il problema del dualismo contrattuale del nostro mercato del lavoro, che coinvolge anche una parte di lavoro formalmente autonomo, alla luce dell'esperienza accumulata di questi anni. Il Jobs Act ha dimostrato di sapere ridurre il dualismo stimolando soprattutto la trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, grazie anche a incentivi fiscali poderosi. Il decreto dignità ha, invece, agito sul dualismo soprattutto riducendo le assunzioni con contratti a tempo determinato.

La prima strada per ridurre il dualismo sembra preferibile. Bisogna ora ripristinare gli incentivi del Jobs Act trovando gradualmente un modo meno fiscalmente costoso di rendere il lavoro temporaneo una stazione di ingresso nel mercato del lavoro anziché un vicolo cieco. Gioverà grandemente in questo senso anche la fine del blocco dei licenziamenti, che poteva essere attuata prima e più gradualmente di quanto deciso dal governo, scegliendo dove mantenere il blocco in base ai numeri della cassa integrazione. Anche perché c'è del vero dietro al cambio di definizioni Eurostat: i cassintegrati a zero ore da molto tempo sono molto più vicini al non lavoro che al lavoro.