✕

Gli stereotipi su Gesù e le radici del Cristianesimo

Il dibattito tra l'accademico dei Lincei e lo psicanalista sulle Scritture
5 minuti di lettura
di  Carlo Di Castro

Caro direttore, in questi giorni di Pasqua abbiamo assistito in più occasioni alla riproposizione esplicita o implicita di uno stereotipo secondo cui con la novella di Gesù si ha il superamento della concezione deuteronomica di una vita asservita alla legge, una vita di sacrificio contrapposta alla vita giusta che "è la vita viva, è la vita che desidera la vita e che sa generare i suoi frutti... La vita viva è la forza del desiderio, antagonista alla Legge del sacrificio.", come afferma Massimo Recalcati nell'articolo "Pasqua, la vita oltre la legge" apparso su Repubblica del 3 aprile 2021.

Recalcati parte dal presupposto che la resurrezione di Gesù sia "un'esperienza effettiva, un evento reale" corrispondente al fatto che "la morte non è l'ultima parola sulla vita" e che continua ad accadere grazie alla fede, argomento proprio di un irrazionalismo barthiano …
di  Carlo Di Castro

Caro direttore, in questi giorni di Pasqua abbiamo assistito in più occasioni alla riproposizione esplicita o implicita di uno stereotipo secondo cui con la novella di Gesù si ha il superamento della concezione deuteronomica di una vita asservita alla legge, una vita di sacrificio contrapposta alla vita giusta che "è la vita viva, è la vita che desidera la vita e che sa generare i suoi frutti... La vita viva è la forza del desiderio, antagonista alla Legge del sacrificio.", come afferma Massimo Recalcati nell'articolo "Pasqua, la vita oltre la legge" apparso su Repubblica del 3 aprile 2021.

Recalcati parte dal presupposto che la resurrezione di Gesù sia "un'esperienza effettiva, un evento reale" corrispondente al fatto che "la morte non è l'ultima parola sulla vita" e che continua ad accadere grazie alla fede, argomento proprio di un irrazionalismo barthiano più che di uno psicoanalista.

Strano che Recalcati non abbia letto proprio del Deuteronomio i numerosi passi in cui le prescrizioni, la legge, sono date all'uomo come mezzo di vita viva per dirla con lui. All'uomo sono dati precetti alla sua portata e adatti alla realizzazione della sua vita terrena. Ad esempio in Deuteronomio (30,11-14) si legge: "Imperciocché questi precetti che io ti comando oggi non ti sono occulti, né lontani. Non sono in cielo, onde tu abbia a dire: Chi mai salirà per noi in cielo, e li piglierà per noi, e ce li farà udire, perché possiamo eseguirli? Né sono oltremare, onde tu dica: Chi passerà per noi oltre mare, e li prenderà per noi, e ce li farà udire, acciocché possiamo eseguirli? Ma la cosa ti è molto vicina: tu l'hai nella bocca e nella mente, per poterla eseguire". Per l'ebraismo l'Unità trascendente serve di richiamo a noi uomini per operare continuamente la ricomposizione dei diversi aspetti della nostra vita: la Legge e la morale servono per la vita, non si devono sopprimere le passioni perché questo ucciderebbe la vita, ma si devono convogliare al servizio della vita e della creatività dell'io. Infatti, "...affinché si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta Israele l'Eterno è Dio nostro, l'Eterno è Unico Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le tue facoltà" è il comando principe, base dell'ebraismo espresso nel Deuteronomio 6, 4-6 in cui all'enunciazione dell'Unità trascendente segue la prescrizione di attuare i comandamenti nella vita pratica nell'interezza delle proprie pulsioni, "perché fossimo sempre felici" (Esodo 6, 24).

Invece mi pare che l'umanizzazione del Dio comporti la divinizzazione dell'uomo, una sua ipostatizzazione negandone l'aspetto materiale, la vita cioè, come peccato, con la conseguente mortificazione massima del desiderio e idealizzazione dell'aldilà e della morte. Per un ampio filone della cultura cristiano-occidentale, tutto ciò che è considerato cattivo viene ritenuto peccato ed esteriorizzato ed esorcizzato nel diavolo, non elaborato e ricomposto nella ricostruzione continua del proprio io, ma eventualmente superato nella confessione, per una completa realizzazione nella vita ultraterrena.

Recalcati insiste che solo nel nuovo messaggio della buona novella si ha l'effettiva liberazione della "Legge dal culto masochistico del sacrificio \[...\] Non si tratterebbe, dunque, solo di sottrarre l'uomo ad una interpretazione moralistica della Legge come peso che toglie il respiro, ma di affermare l'esistenza di un'altra legge, di una nuova Legge che autorizza a coltivare il proprio desiderio,..." Si parla più di Paolo che di Gesù, infatti Recalcati si scorda che quando viene chiesto a Gesù (Mc,12, 29-31) quale sia il primo comandamento fra tutti - Gesù risponde proprio con il versetto del Deuteronomio (Ascolta Israele...) sopra citato. "E il secondo, simile è questo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Non vi è comandamento maggiore di questi." Cioè Gesù risponde confermando i due comandamenti fondamentali dell'ebraismo, citando il Deuteronomio (6,24; 10,18-19) e il Levitico (19,18;19,34). In realtà nell'articolo si scopre solo alla fine che la vera novità è introdotta da Paolo non da Gesù. Infatti, Recalcati cita "... la Legge viene data per mezzo di Mosè, la grazia viene per mezzo di Gesù, scrive Paolo di Tarso. (Galati 4,4-5)"

Infine, la chicca ricorrente è quella secondo cui "la promessa \[di Gesù\] che rivela che quella della morte non è la sola Legge perché esiste un'altra legge, quella del desiderio, che libera la vita dalla paura della morte". Siamo al paradosso, infatti oltre a quanto ho indicato sopra, il messaggio del Cristianesimo è stato per secoli il messaggio della rinuncia, del sacrificio per il raggiungimento di una vita eterna nell'aldilà, contrapposto all'idea messianica del raggiungimento di una vita giusta e migliore nella realtà terrena per tutta l'umanità.
 
L'autore è professore di Fisica teorica e accademico dei Lincei
(agf)

di Massimo Recalcati

Da più di trent’anni ascolto come psicoanalista il dolore delle persone. E da diversi anni sono ritornato a leggere e a studiare la Bibbia. La convinzione che ho maturato è che non sia la psicoanalisi ad illuminare il testo biblico, ma questo testo a costituire le sue più profonde e impensate radici. L’ebreo Freud e il cattolico, quanto meno di formazione, Lacan confermano ai miei occhi questa idea.

Il mio articolo che celebrava la Pasqua è stato letto come un manifesto retorico di antigiudaismo. La cosa mi amareggia profondamente perché contrasta con la mia ricerca umana e intellettuale. Approfitto di questo spazio per puntualizzare con franchezza il mio pensiero: Gesù è un giudeo, la sua predicazione è incomprensibile se non si considerano le sue profonde radici ebraiche e la sua conoscenza della Torah. Nessuna cancellazione del debito simbolico: “Non sono venuto ad abolire la Legge” ma a “portarla a compimento” (Mt, 5, 17-19). Quale Legge? La Legge di Mosè, quella Legge nella quale il comandamento neotestamentario più decisivo, quello dell’”amore per il prossimo” (Lev, 19,21 — 19,24), è già inscritto. È, infatti, proprio a partire dalla centralità di questo principio che Gesù rilegge la Bibbia: ama il tuo prossimo, lo straniero in quanto “voi stessi siete stati forestieri in Egitto” (Es, 23,9, Lev, 19,22).

Ma che cosa significa allora portare a compimento la Legge? Si tratta di radicalizzare proprio il comandamento mosaico dell’amore per il prossimo, di mostrare che la Legge non è avversa al desiderio, non è il suo antagonista, perché la Legge è un nome del desiderio, è un nome della vita. Mentre formulo questa lettura evoco un grande tema della psicoanalisi freudiana, ripreso con forza da Lacan, quello del rapporto tra desiderio e Legge. In Gesù il compimento della Legge consiste nel liberare la vita dalla Legge non opponendo più la Legge alla vita, ma iscrivendo la Legge nel cuore stesso della vita. La Legge non va abolita nel nome di un desiderio idolatrico, ma va riscoperta come espressione di una vocazione che sa dare forma alla vita. Non si tratta dunque di scardinare la religione della Legge, ma di portare a compimento la nozione stessa della Legge. Nondimeno è vero anche che la Legge descritta nel Deuteronomio nel secondo discorso di Mosè è una Legge che si struttura su di un rigido dispositivo retributivo: chi compie la Legge di Dio sarà ricompensato ampiamente e chi invece la trasgredisce sarà punito con severità secondo il principio per il quale la pena più giusta è quella commisurata all’offesa. Benedizione e maledizione appaiono come il retro e il verso di una giustizia che castiga la colpa e non conosce perdono della quale, se non la possiamo giudicare maggioritaria nel cosiddetto Antico testamento e nella tradizione talmudica, dobbiamo quanto meno riconoscerne una presenza significativa. Se si legge Deuteronomio 28 si entra in contatto con una versione della Legge che non è propriamente quella dell’amore per il prossimo. La Legge qui si configura come un elenco di maledizioni che colpiranno spietatamente colui non saprà adeguare ad essa la sua vita. Nessuna misericordia, nessuna eccezione, nessuna grazia. La morte cade come una mannaia sulla testa dell’empio.

Può davvero la Legge di Dio essere rappresentata come un flagello? Ora, il punto è che questa lettura sacrificale-penitenziale della Legge non è solo una versione presente nel testo biblico, ma si è trovata storicamente egemone nel cattolicesimo almeno sino alla svolta conciliare. Sarebbero innumerevoli gli esempi. Ed è proprio contro questa versione della Legge che si alza forte la voce di Gesù, il giudeo: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt, 19,13). In questo senso cercavo di scrivere che la resurrezione è la Legge dell’amore e del perdono che riconsegna la vita alla vita sottraendola alla morte. Amare il proprio nemico assume questo valore irriducibile, ma questo amore non è affatto assente nel testo del Primo Testamento, come si esprimerebbe Paul Beauchamp. Gli esempi, anche in questo caso, sarebbero innumerevoli. La pietas di Dio stesso verso il fratricida Caino, la madre che nel racconto della spada di Re Salomone offre se stessa per salvare il proprio figlio dallo stratagemma di una Legge senza cuore, l’atteggiamento di Giuseppe nei confronti dei propri fratelli che lo hanno svenduto come schiavo a dei mercanti: “Egli li consolò parlando al loro cuore” (Gen, 50-21). Ogni volta che questa nuova Legge interrompe l’esercizio fustigatore della Legge c’è resurrezione: la morte non può essere l’ultima parola sul senso della vita così come la Legge del castigo e del sacrificio non può essere l’ultima parola sul senso della Legge.