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Tripoli, 6 aprile: la visita di Mario Draghi in Libia (ansa)

Libia, così l’Africa aiuterà l’Europa

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I destini dei due continenti sono intrecciati. Impegnare risorse importanti non è una missione caritatevole. È un investimento
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Con la sua visita in Libia, la prima missione internazionale del suo mandato, Draghi ha dato insieme un messaggio di saggezza e coraggio. Saggezza: perché in Libia si gioca un pezzo grande del nostro "interesse nazionale". Sul terreno energetico, del governo dei flussi migratori, della lotta al terrorismo internazionale. Non si tratta di fare "nuovi affari" ma di avere sempre più chiaro che un pezzo importante del nostro futuro si gioca fuori dai confini dell'Italia. Sembra quasi un controsenso: un interesse nazionale fuori dai confini. Ma è solo un effetto della nuova, imponente "connessione geografica" che, da qualche tempo, sta attraversando il mondo. Parag Khanna l'ha, icasticamente, chiamata "connectography". Oltre la geografia tradizionale. Oltre la semplice connessione. Coraggio perché l'Italia comincia dalla parte più difficile, insidiosa. Da una delle aree più complesse del pianeta. …
Con la sua visita in Libia, la prima missione internazionale del suo mandato, Draghi ha dato insieme un messaggio di saggezza e coraggio. Saggezza: perché in Libia si gioca un pezzo grande del nostro "interesse nazionale". Sul terreno energetico, del governo dei flussi migratori, della lotta al terrorismo internazionale. Non si tratta di fare "nuovi affari" ma di avere sempre più chiaro che un pezzo importante del nostro futuro si gioca fuori dai confini dell'Italia. Sembra quasi un controsenso: un interesse nazionale fuori dai confini. Ma è solo un effetto della nuova, imponente "connessione geografica" che, da qualche tempo, sta attraversando il mondo. Parag Khanna l'ha, icasticamente, chiamata "connectography". Oltre la geografia tradizionale. Oltre la semplice connessione. Coraggio perché l'Italia comincia dalla parte più difficile, insidiosa. Da una delle aree più complesse del pianeta. E che dopo l'arrivo di Turchia e Russia rappresenta il territorio in cui si risente, direttamente ed immediatamente di ogni battito d'ali della farfalla della diplomazia mondiale, ufficiale e non.

L'Italia è tornata. Con una consapevolezza nuova. Fare da apripista ad un organico, unitario, approccio dell'Europa alla Libia ed all'Africa del Nord. E qui il pensiero va subito, al quasi contemporaneo, "schiaffo di Ankara". Non una fragilità di protocollo ma una gigantesca questione politica. A conferma che il confronto dell'Europa con Russia e Turchia riguarda tante cose. Anche, e forse soprattutto, i modelli di democrazia e società. Una sfida insieme estrema e cruciale. Senza demonizzare. Senza abdicare.

Se questo è il cimento, Italia ed Europa non possono muoversi con la testa rivolta al passato. Non c'è da ripristinare nulla di antico. Ma costruire nuove ed originali relazioni. Forti della nostra conoscenza ed esperienza. Una "nuova storia". Una partnership forte e strategica con la Libia e il Nord Africa come il presupposto di quella che, nei prossimi vent'anni, sarà per l'Europa la questione delle questioni. In una parola, l'Africa. Di un continente che, lo si voglia o no, sarà sempre di più lo specchio dell'Europa. Mai come adesso i loro destini sono stati così strettamente intrecciati. La Cina l'ha capito. L'Europa deve capirlo. Dalla questione demografica, alla sicurezza sanitaria. Dalla formazione delle classi dirigenti, alla gestione e alla fruibilità delle ricchezze di cui il continente africano è dotato. Dalla sostenibilità alimentare all'acqua. Impegnare risorse importanti non è una missione caritatevole. Non è un aiuto. Nemmeno a "casa loro". È un investimento. Anzi, se vogliamo essere più precisi l'Europa che si impegna in Africa del Nord non fa altro che aiutare sé stessa. In sostanza si tratta di immettere "buona moneta" che scacci la "cattiva moneta" della corruzione, dello sfruttamento e della violazione dei diritti umani.

Con questa "visione" va affrontato il tema del governo dei flussi migratori nel Mediteranno centrale. Salvataggio in mare e redistribuzione in Europa sono un pezzo importante delle politiche di governo della questione demografica. Imprescindibili. Ma proprio per la loro dimensione etica, separati da una politica organica, rischiano di essere l'anello debole di una catena che ha al centro il dannato traffico di esseri umani. Aiutare la Libia ad avere un sistema di sicurezza e difesa unitario, affidabile, non corrompibile costituisce, dunque un primo passo. Decisivo. Ed è in questo quadro che va collocata la protezione dei confini marittimi e terrestri che rappresenta altresì una garanzia per l'intera Europa.

Ma ciò non basta. Il rispetto dei diritti umani e una lotta senza quartieri contro i trafficanti sono l'altra faccia di questo impegno. Irrinunciabile. Svuotare i centri di accoglienza, cancellare condizioni di detenzione inaccettabili. Ricostruire permanenti corridoi umanitari. Riattivare i rimpatri volontari assistiti. Affidando la gestione di entrambi, come già sperimentato, alle Organizzazioni delle Nazioni Unite presenti in Libia. Aprire, infine canali legali dai Paesi di provenienza per i migranti economici. Un imperativo ed insieme un'opportunità. Senza ipocrisia ma senza piccoli egoismi, l'Europa affronti così il grande tema delle migrazioni. Che non sono un'emergenza temporanea, ma una condizione strutturale del pianeta. Se qualcuno avesse dei dubbi alzi lo sguardo al confine meridionale degli Usa. E tutto diventerà immediatamente più chiaro.