Quando giovedì sera Draghi ha dato del "dittatore" al presidente turco, Erdogan, ha espresso in modo esplicito quello che quasi tutti i governanti europei pensano eppure si guardano dal dire per ragioni di opportunità e di convenienza. È stato un errore, una "gaffe", una mossa incauta, come qualcuno ha chiosato? La frase è perentoria e certo inusuale, persino temeraria, ma non sembra casuale. Il premier ha fatto prevalere la politica sulle convenzioni diplomatiche. Un rischio calcolato, in tutta evidenza: come era accaduto poche settimane fa con la scoperta di una rete di spie russe. In apparenza, un episodio dai contorni modesti; in realtà un segnale a Mosca, di cui è stata notata l'assenza di reazioni. Segno forse di un imbarazzo rivelatore: per cui è lecito supporre che gli intrecci italiani siano assai più ramificati, a indicare una non banale penetrazione russa nel nostro paese. Ora l'incidente pr…
Quando giovedì sera Draghi ha dato del "dittatore" al presidente turco, Erdogan, ha espresso in modo esplicito quello che quasi tutti i governanti europei pensano eppure si guardano dal dire per ragioni di opportunità e di convenienza. È stato un errore, una "gaffe", una mossa incauta, come qualcuno ha chiosato? La frase è perentoria e certo inusuale, persino temeraria, ma non sembra casuale. Il premier ha fatto prevalere la politica sulle convenzioni diplomatiche. Un rischio calcolato, in tutta evidenza: come era accaduto poche settimane fa con la scoperta di una rete di spie russe. In apparenza, un episodio dai contorni modesti; in realtà un segnale a Mosca, di cui è stata notata l'assenza di reazioni. Segno forse di un imbarazzo rivelatore: per cui è lecito supporre che gli intrecci italiani siano assai più ramificati, a indicare una non banale penetrazione russa nel nostro paese. Ora l'incidente protocollare di Ankara, con la Von der Leyen mortificata e Michel segnato per sempre dall'apatia dimostrata. La replica italiana è la più vigorosa, di fronte ai silenzi o ai balbettii delle altre capitali europee.
Criticando Erdogan, un autocrate para-islamista votato all'espansionismo che tende a ricattare l'Europa sui migranti e altro, Draghi ha innalzato il livello della nostra proiezione internazionale. Lo si può criticare per la scelta, ma non si può non vedere il disegno che sta prendendo forma. Prima la Russia, ora la Turchia. E c'è un terzo bersaglio, indiretto. È l'Unione europea in uno dei suoi principali punti deboli: l'assenza di una politica estera efficace, conseguenza di interessi divergenti e quindi della prevalente mancanza di coesione interna. Una carenza che l'anno della pandemia ha persino peggiorato, in una cornice che con ogni probabilità è destinata ad aggravarsi di qui in avanti con il prossimo addio alla Cancelleria di Angela Merkel e con le difficoltà di Macron, non ancora certo di vincere il secondo mandato all'Eliseo.
In altre parole, c'è in Europa un vuoto di cui tutti sono più o meno consapevoli, ma al quale non si vuole o non si può porre rimedio. Ad Ankara il pasticcio del cerimoniale ha rivelato tale situazione in forme plastiche, ma non imprevedibili. Le responsabilità sono sia dei turchi sia, forse a maggior ragione, dei funzionari di Bruxelles che non hanno saputo farsi valere. Ma non è una questione burocratica, lo stesso machismo del presidente turco c'entra fino a un certo punto. La verità è che l'Unione affonda sul protocollo perché è fragile sotto il profilo politico, a cominciare dall'ambiguità delle due figure - il presidente del Consiglio europeo, la presidente della Commissione - che forse sono sullo stesso piano o forse no.
Draghi ha colto il punto centrale e ha scosso l'albero di un'Europa che dopo la pandemia dovrà essere rifondata per non scomparire. Sulla scena continentale il presidente del Consiglio è in grado oggi di svolgere un potenziale ruolo di "leadership" che all'Italia è precluso da decenni. Le circostanze sono favorevoli e dipendono dal prestigio personale dell'uomo, unito alla debolezza del quadro generale tra Berlino e Parigi, ma anche dai progetti della presidenza Biden. È chiaro che l'Italia resta un Paese fragile e indebitato, per cui Draghi avrà bisogno di alleati e partner. Ma la prospettiva è plausibile e le prime mosse di Palazzo Chigi in materia di sicurezza e politica estera lasciano intravedere una logica precisa.
Criticando Erdogan, un autocrate para-islamista votato all'espansionismo che tende a ricattare l'Europa sui migranti e altro, Draghi ha innalzato il livello della nostra proiezione internazionale. Lo si può criticare per la scelta, ma non si può non vedere il disegno che sta prendendo forma. Prima la Russia, ora la Turchia. E c'è un terzo bersaglio, indiretto. È l'Unione europea in uno dei suoi principali punti deboli: l'assenza di una politica estera efficace, conseguenza di interessi divergenti e quindi della prevalente mancanza di coesione interna. Una carenza che l'anno della pandemia ha persino peggiorato, in una cornice che con ogni probabilità è destinata ad aggravarsi di qui in avanti con il prossimo addio alla Cancelleria di Angela Merkel e con le difficoltà di Macron, non ancora certo di vincere il secondo mandato all'Eliseo.
In altre parole, c'è in Europa un vuoto di cui tutti sono più o meno consapevoli, ma al quale non si vuole o non si può porre rimedio. Ad Ankara il pasticcio del cerimoniale ha rivelato tale situazione in forme plastiche, ma non imprevedibili. Le responsabilità sono sia dei turchi sia, forse a maggior ragione, dei funzionari di Bruxelles che non hanno saputo farsi valere. Ma non è una questione burocratica, lo stesso machismo del presidente turco c'entra fino a un certo punto. La verità è che l'Unione affonda sul protocollo perché è fragile sotto il profilo politico, a cominciare dall'ambiguità delle due figure - il presidente del Consiglio europeo, la presidente della Commissione - che forse sono sullo stesso piano o forse no.
Draghi ha colto il punto centrale e ha scosso l'albero di un'Europa che dopo la pandemia dovrà essere rifondata per non scomparire. Sulla scena continentale il presidente del Consiglio è in grado oggi di svolgere un potenziale ruolo di "leadership" che all'Italia è precluso da decenni. Le circostanze sono favorevoli e dipendono dal prestigio personale dell'uomo, unito alla debolezza del quadro generale tra Berlino e Parigi, ma anche dai progetti della presidenza Biden. È chiaro che l'Italia resta un Paese fragile e indebitato, per cui Draghi avrà bisogno di alleati e partner. Ma la prospettiva è plausibile e le prime mosse di Palazzo Chigi in materia di sicurezza e politica estera lasciano intravedere una logica precisa.