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Padre Zerai, il prete che salva i migranti e il suo telefono nel tritacarne delle intercettazioni

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Il cellulare, sotto controllo nel 2017, ha registrato le telefonate con persone in fuga da fame e violenza. Ma anche i colloqui con giornalisti e politici. La posizione del sacerdote appoggiato dal Vaticano è stata archiviata nell'inchiesta sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Eppure quei dialoghi non sono stati distrutti  
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Quando, nel 2017, la polizia giudiziaria, su disposizione della Procura di Trapani, mise sotto controllo il telefono di padre Mussie Zerai Yosief, sacerdote cattolico eritreo, non poteva certo immaginare che si trattasse dell’apparecchio “più telefonato” di quella regione che va dal Corno d’Africa fino alle coste libiche. E poi, attraverso il Mediterraneo, raggiunge l’Europa.

Dev’essere stato, dunque, un lavoro ingrato quello degli addetti all’intercettazione, perché su quel Samsung si ascoltavano le più diverse lingue. La ragione è che il numero di padre Zerai “è scritto sui muri delle prigioni libiche, nei capannoni dei trafficanti, sulle pareti dei cassoni dei camion che attraversano il deserto”. E poi  “negli stanzoni angusti in cui i profughi sono spesso ammassati lungo la tratta, tanto che quel numero si è propagato capillarmente, di mano in mano, di bocca in bocca, come u…
Quando, nel 2017, la polizia giudiziaria, su disposizione della Procura di Trapani, mise sotto controllo il telefono di padre Mussie Zerai Yosief, sacerdote cattolico eritreo, non poteva certo immaginare che si trattasse dell’apparecchio “più telefonato” di quella regione che va dal Corno d’Africa fino alle coste libiche. E poi, attraverso il Mediterraneo, raggiunge l’Europa.

Dev’essere stato, dunque, un lavoro ingrato quello degli addetti all’intercettazione, perché su quel Samsung si ascoltavano le più diverse lingue. La ragione è che il numero di padre Zerai “è scritto sui muri delle prigioni libiche, nei capannoni dei trafficanti, sulle pareti dei cassoni dei camion che attraversano il deserto”. E poi  “negli stanzoni angusti in cui i profughi sono spesso ammassati lungo la tratta, tanto che quel numero si è propagato capillarmente, di mano in mano, di bocca in bocca, come una sorta di 'numero verde'”. Così scriveva, Alessandro Leogrande, talento della letteratura italiana deceduto precocemente, in La Frontiera, edito da Feltrinelli. Era stato proprio Leogrande a darmi il numero di Padre Zerai. La trascrizione di alcune delle nostre conversazioni si può leggere negli atti della Procura di Trapani, relativi a un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Del mio modesto coinvolgimento nella vicenda - all’epoca ero parlamentare - non vale la pena parlare, ma è significativo  che quelle intercettazioni non siano state distrutte, come prescrive la norma, bensì trascritte e conservate per quasi quattro anni. Il che costituisce, secondo Armando Spataro, già procuratore della Repubblica a Torino, “un possibile grave illecito disciplinare”.

In ogni caso, la vicenda è indicativa di una modalità di azione della magistratura tutt’altro che rara. E, soprattutto, di un’attitudine, per così dire, ideologica, che può risultare assai insidiosa. Il rischio è che una macchina investigativa, organizzata e imponente, venga applicata non solo ed esclusivamente a ipotesi di reato, come vuole la legge, bensì a concetti geopolitici, dilemmi umanitari, questioni etiche. In questo caso, la Procura ha consentito che fosse addirittura la polizia giudiziaria a formulare, sulle ong, giudizi che somigliano a valutazioni di ordine morale. Quanto tutto ciò non giovi alla causa della giustizia e non contribuisca ad accertare le eventuali fattispecie penali, sulla base di fatti specifici e riscontri concreti, è dimostrato in maniera inequivocabile dall’impianto complessivo dell’indagine, dove si mescolano fragili ipotesi di reato a generiche e talvolta evanescenti attribuzioni di responsabilità.

La posizione di padre Zerai sarebbe già stata archiviata ma, in ogni caso, la cosa non sembra preoccupare l’interessato. La sua è stata una vita, diciamo così, non semplice. Nato ad Asmara nel 1975, quinto di sette fratelli, dopo la morte della madre cresce con la nonna. Il padre, dopo un periodo di detenzione per ragioni politiche, trova rifugio in Italia e qui viene raggiunto, nel ‘91, dal figlio. A Piacenza, Mussie, frequenta il seminario Collegio Alberoni, diplomandosi alla facoltà di Filosofia; poi, trasferitosi a Roma, si laurea in teologia presso la Pontificia Università Urbaniana. Ordinato sacerdote, viene inviato in Svizzera come cappellano dei cattolici eritrei ed etiopi. E’ in questo periodo che inizia la sua attività di salvatore di anime e di corpi. E il suo telefono diventa il megafono che lancia l’allarme, la ricetrasmittente che invia l’Sos, il razzo acceso nella notte per segnalare un’emergenza in mare.

Uno dei drammi ai quali dedica energie, interminabili viaggi, estenuanti trattative con criminali di ogni risma, è quello dei sequestri di persona. Migliaia di eritrei, etiopi e somali che, mentre tentano di raggiungere la Libia, vengono rapiti da bande di taglia gola, reclusi e seviziati sulle colline del Sinai, fino a quando i loro familiari non riescono a pagarne il riscatto. Ecco, è in questo delicatissimo passaggio, di una tragica traversata del deserto, che padre Zerai interviene, media, negozia, si affanna, affronta i rapitori e consola gli afflitti. Libera i sequestrati che, spesso, sono destinati a un’altra prigionia nei centri di detenzione in Libia. E’ un lavoro umanitario quale altro mai. Ed è un lavoro - lui non lo ammetterà mai, ma io posso testimoniarlo - non solo seguito con attenzione, ma anche sostenuto e protetto, dalle alte gerarchie del Vaticano.

E’ difficile comprendere che cosa, di questa “avventura di un povero cristiano”, possa attrarre l’attenzione della magistratura. Certo, si dirà, in quell’attività è possibile che siano commessi reati ed è giusto che la Procura li accerti. Ma distinguendo, con intelligenza e, possibilmente, con delicatezza, il grano dal loglio (per ricorrere al linguaggio di Zerai). E qui, di grano buono, ce n'è davvero tanto.