Vaccini, l’incidente asimmetrico
di Federico Rampini , di Federico RampiniPerché la frenata di J&J ha un impatto diverso su Usa e Ue
Un incidente di percorso rimediabile per l'America, un danno più grave per l'Europa: lo stop al vaccino Johnson & Johnson avrà un impatto asimmetrico sulle due sponde dell'Atlantico. L'authority Usa dei farmaci decide di "abbondare nella precauzione", pur sottolineando che le reazioni avverse a quel vaccino sono "estremamente rare". Per adesso solo un decesso, e sei donne colpite in tutto, su quasi sette milioni di vaccini somministrati. Un elemento di paragone: i coaguli di sangue che possono generare embolia o trombosi colpiscono dai trecentomila ai seicentomila pazienti ogni anno. La sospensione decisa dalla Food and Drug Administration risponde al solito dilemma che riguarda la psicologia delle masse più che la scienza medica. Esagerare nel principio di precauzione serve - si spera - a rassicurare il pubblico sull'estremo rigore con cui si controlla la sicurezza dei vaccini. "Il rischio è minuscolo",…
Un incidente di percorso rimediabile per l'America, un danno più grave per l'Europa: lo stop al vaccino Johnson & Johnson avrà un impatto asimmetrico sulle due sponde dell'Atlantico. L'authority Usa dei farmaci decide di "abbondare nella precauzione", pur sottolineando che le reazioni avverse a quel vaccino sono "estremamente rare". Per adesso solo un decesso, e sei donne colpite in tutto, su quasi sette milioni di vaccini somministrati. Un elemento di paragone: i coaguli di sangue che possono generare embolia o trombosi colpiscono dai trecentomila ai seicentomila pazienti ogni anno. La sospensione decisa dalla Food and Drug Administration risponde al solito dilemma che riguarda la psicologia delle masse più che la scienza medica. Esagerare nel principio di precauzione serve - si spera - a rassicurare il pubblico sull'estremo rigore con cui si controlla la sicurezza dei vaccini. "Il rischio è minuscolo", assicura l'immunologo Anthony Fauci, e la statistica gli dà ragione. "I vaccini sono molto sicuri", garantisce.
In America la sospensione precauzionale è resa meno problematica dal buon andamento della campagna vaccinazioni che è già ben oltre un terzo della popolazione. I vaccini Johnson & Johnson consegnati e pronti per l'inoculazione sono nove milioni. Ma la produzione di Pfizer e Moderna - che usano una tecnologia alternativa, finora senza controindicazioni - marcia al ritmo di 23 milioni di dosi a settimana. Johnson & Johnson era l'ultimo arrivato, aveva già subito un problema di fabbricazione, non ha un peso determinante sui grandi numeri della campagna americana. La Casa Bianca stima: se dovesse prolungarsi la sospensione di questo singolo prodotto, entro fine maggio la popolazione immunizzata raggiungerà quota 230 milioni anziché i 260 sperati. Ma tenuto conto dei no-vax questo equivale probabilmente a tutta la popolazione adulta vaccinabile. I residenti sono 330 milioni; ancora non c'è una data certa per l'estensione ai minori di 16 anni.
Diverso è l'impatto nell'Unione europea. La dipendenza da Johnson & Johnson è molto maggiore; è aggravata dal fatto che questo vaccino usa la stessa tecnologia di AstraZeneca. Quindi il rischio dei coaguli di sangue (per quanto estremamente contenuto) riguarda i due vaccini a cui l'Europa è più legata dalle sue scelte di forniture. Johnson & Johnson doveva consegnare ai paesi Ue entro fine giugno 55 milioni di dosi; poi altri 120 milioni nella seconda metà dell'anno. Una prolungata sospensione colpirebbe una popolazione europea molto ampia, ritardando l'immunizzazione già afflitta da lentezze e disguidi.
Il dramma europeo continua ad avere una duplice faccia: sanitario e industriale. Di fatto gli Stati membri dell'Unione ancora non possono contare su un vaccino totalmente controllabile perché "loro". L'unico prodotto continentale, quello del laboratorio di ricerca tedesco BioNTech, ha dovuto affidarsi all'americana Pfizer per la produzione. Moderna è americano, Johnson & Johnson pure, AstraZeneca britannico. Nella geopolitica globale dei vaccini l'Europa si è lasciata declassare dietro le superpotenze America, Cina, India. È un declino antico, causato da errori di politica industriale, più una diffusa cultura anti imprese che con l'illusione di contrastare Big Pharma ha consegnato il Vecchio Continente nelle mani dei suoi burocrati. Nell'emergenza una delle soluzioni consiste nel produrre su licenza delle multinazionali americane.
È un rimedio meno veloce di quanto si vorrebbe: bisogna riconvertire impianti produttivi, metterli a norma, ottenere permessi dalle autorità farmaceutiche. I macchinari abilitati a produrre vaccini devono offrire garanzie di sicurezza e sono sottoposti a controlli speciali. Imprese "affini" possono affrontare la riconversione, ma hanno bisogno di finanziamenti e di tempo. Non a caso l'America oggi raccoglie i frutti di una strategia lanciata un anno fa. Anche qui le burocrazie europee non hanno brillato né per previdenza né per lungimiranza o rapidità.
La geopolitica dei farmaci continua a evolversi sotto i nostri occhi. La Cina sembrava lanciata verso una diplomazia dei vaccini trionfale; invece di colpo ammette che i suoi hanno un'efficacia modesta. Era un sospetto già diffuso, vista la bassa percentuale della popolazione cinese che ha accettato di farsi inoculare. L'incalzare dell'Amministrazione Biden, che torna a chiedere un'indagine seria sulle origini del Covid, forse ha costretto Pechino a uno sforzo di trasparenza almeno sui vaccini. L'India alle prese con un'impennata di contagi pratica il protezionismo farmaceutico e blocca l'export. La Russia ha un problema simile all'Europa: buoni laboratori di ricerca ma una base industriale insufficiente per la produzione in massa. Intanto per l'Italia ogni incidente di percorso rende più aleatoria quella riapertura estiva da cui dipende la sopravvivenza di settori vitali dell'economia.
In America la sospensione precauzionale è resa meno problematica dal buon andamento della campagna vaccinazioni che è già ben oltre un terzo della popolazione. I vaccini Johnson & Johnson consegnati e pronti per l'inoculazione sono nove milioni. Ma la produzione di Pfizer e Moderna - che usano una tecnologia alternativa, finora senza controindicazioni - marcia al ritmo di 23 milioni di dosi a settimana. Johnson & Johnson era l'ultimo arrivato, aveva già subito un problema di fabbricazione, non ha un peso determinante sui grandi numeri della campagna americana. La Casa Bianca stima: se dovesse prolungarsi la sospensione di questo singolo prodotto, entro fine maggio la popolazione immunizzata raggiungerà quota 230 milioni anziché i 260 sperati. Ma tenuto conto dei no-vax questo equivale probabilmente a tutta la popolazione adulta vaccinabile. I residenti sono 330 milioni; ancora non c'è una data certa per l'estensione ai minori di 16 anni.
Diverso è l'impatto nell'Unione europea. La dipendenza da Johnson & Johnson è molto maggiore; è aggravata dal fatto che questo vaccino usa la stessa tecnologia di AstraZeneca. Quindi il rischio dei coaguli di sangue (per quanto estremamente contenuto) riguarda i due vaccini a cui l'Europa è più legata dalle sue scelte di forniture. Johnson & Johnson doveva consegnare ai paesi Ue entro fine giugno 55 milioni di dosi; poi altri 120 milioni nella seconda metà dell'anno. Una prolungata sospensione colpirebbe una popolazione europea molto ampia, ritardando l'immunizzazione già afflitta da lentezze e disguidi.
Il dramma europeo continua ad avere una duplice faccia: sanitario e industriale. Di fatto gli Stati membri dell'Unione ancora non possono contare su un vaccino totalmente controllabile perché "loro". L'unico prodotto continentale, quello del laboratorio di ricerca tedesco BioNTech, ha dovuto affidarsi all'americana Pfizer per la produzione. Moderna è americano, Johnson & Johnson pure, AstraZeneca britannico. Nella geopolitica globale dei vaccini l'Europa si è lasciata declassare dietro le superpotenze America, Cina, India. È un declino antico, causato da errori di politica industriale, più una diffusa cultura anti imprese che con l'illusione di contrastare Big Pharma ha consegnato il Vecchio Continente nelle mani dei suoi burocrati. Nell'emergenza una delle soluzioni consiste nel produrre su licenza delle multinazionali americane.
È un rimedio meno veloce di quanto si vorrebbe: bisogna riconvertire impianti produttivi, metterli a norma, ottenere permessi dalle autorità farmaceutiche. I macchinari abilitati a produrre vaccini devono offrire garanzie di sicurezza e sono sottoposti a controlli speciali. Imprese "affini" possono affrontare la riconversione, ma hanno bisogno di finanziamenti e di tempo. Non a caso l'America oggi raccoglie i frutti di una strategia lanciata un anno fa. Anche qui le burocrazie europee non hanno brillato né per previdenza né per lungimiranza o rapidità.
La geopolitica dei farmaci continua a evolversi sotto i nostri occhi. La Cina sembrava lanciata verso una diplomazia dei vaccini trionfale; invece di colpo ammette che i suoi hanno un'efficacia modesta. Era un sospetto già diffuso, vista la bassa percentuale della popolazione cinese che ha accettato di farsi inoculare. L'incalzare dell'Amministrazione Biden, che torna a chiedere un'indagine seria sulle origini del Covid, forse ha costretto Pechino a uno sforzo di trasparenza almeno sui vaccini. L'India alle prese con un'impennata di contagi pratica il protezionismo farmaceutico e blocca l'export. La Russia ha un problema simile all'Europa: buoni laboratori di ricerca ma una base industriale insufficiente per la produzione in massa. Intanto per l'Italia ogni incidente di percorso rende più aleatoria quella riapertura estiva da cui dipende la sopravvivenza di settori vitali dell'economia.