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(afp)

Kabul, il simbolo e i fantasmi

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Il ritiro Usa dall'Afghanistan
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C'è un combinato disposto di simbologia e di scelte strategiche nella decisione di Joe Biden di andarsene dall'Afghanistan nell'anniversario tondo delle Torri Gemelle. Il presidente americano lo ha sintetizzato nell'annuncio che ha fatto ieri: "Siamo andati in Afghanistan per un orribile attacco vent'anni fa. Questo non può spiegare perché ci rimaniamo nel 2021".
Ha segnato così la fine di un'éra in cui la guerra al terrorismo è stata geograficamente circoscritta e strategicamente basata sui "boots on the ground", gli stivali sul terreno. Era la risposta all'11 settembre, basata sul convincimento che l'Afghanistan dei talebani fosse il santuario dal quale si propagava l'attacco jihadista all'Occidente, il cui sommo ideologo e stratega veniva identificato in Osama Bin Laden. È stato questo il presupposto dell'intervento, accanto agli americani, delle truppe dei Paesi della N…
C'è un combinato disposto di simbologia e di scelte strategiche nella decisione di Joe Biden di andarsene dall'Afghanistan nell'anniversario tondo delle Torri Gemelle. Il presidente americano lo ha sintetizzato nell'annuncio che ha fatto ieri: "Siamo andati in Afghanistan per un orribile attacco vent'anni fa. Questo non può spiegare perché ci rimaniamo nel 2021".
Ha segnato così la fine di un'éra in cui la guerra al terrorismo è stata geograficamente circoscritta e strategicamente basata sui "boots on the ground", gli stivali sul terreno. Era la risposta all'11 settembre, basata sul convincimento che l'Afghanistan dei talebani fosse il santuario dal quale si propagava l'attacco jihadista all'Occidente, il cui sommo ideologo e stratega veniva identificato in Osama Bin Laden. È stato questo il presupposto dell'intervento, accanto agli americani, delle truppe dei Paesi della Nato, tra cui l'Italia, in applicazione dell'articolo 5 del trattato, che prevede l'aiuto a un membro dell'Alleanza attaccato dall'esterno.

Biden dice che questa strategia, che è costata agli Stati Uniti 2 trilioni di dollari e 2.000 morti, e un pesante tributo anche alla Nato (52 i caduti solo italiani), non ha più una logica. Non solo perché sono altre le minacce strategiche, la Cina e la Russia in primo luogo. Ma anche perché va aperta una nuova fase nella lotta al terrorismo jihadista: geograficamente più estesa, senza confini, e militarmente più leggera e flessibile, capace di interventi rapidi "alla bisogna". Quello che resta di Al Qaeda, e delle franchigie ad essa riconducibili, o dell'Isis è sparso tra l'Asia e l'Africa e pone sfide nuove, che non si possono affrontare con eserciti tradizionali e guerre classiche.

Joe Biden in realtà ne è convinto da tempo. Quando era il vice di Barack Obama aveva provato senza successo a porre fine all'intervento in Afghanistan, la "Forever War", durata ben di più della Corea e del Vietnam. Ora che, come ha ricordato, è "il quarto presidente a gestire la presenza militare in Afghanistan", non si è lasciato sfuggire l'occasione per dire basta. Decisione condivisa con gli alleati atlantici, secondo il mantra della Nato "in together and out together", dentro insieme e fuori insieme.

È una scelta non priva di rischi. Un alto ufficiale afghano si è sfogato con il New York Times definendo la decisione del presidente "irragionevole, frettolosa, un vero e proprio tradimento per noi, che getterà l'Afghanistan in un'altra guerra civile e lo riporterà indietro a due decenni fa". Gli stessi capi dell'intelligence americana, nell'annuale valutazione dei rischi globali rilasciata martedì scorso, avvertono che "il governo afghano dovrà lottare per tenere a bada i talebani" e hanno agitato il fantasma del Vietnam. Dopo gli accordi di Parigi del 1973, che erano valsi ai due negoziatori, Henry Kissinger e Le Duc Tho, il premio Nobel per la pace, gli americani cominciarono il ritiro, che terminò nel 1975 con la fuga precipitosa del personale dell'ambasciata da Saigon assediata dai vietcong. L'intero Paese finì, a dispetto degli accordi, nelle mani del Nord e diventò un gigantesco campo di rieducazione.

L'Afghanistan ha già vissuto questa terribile esperienza negli anni in cui i talebani (dall'arabo talib, studente delle scuola coraniche) sono stati al potere nel 1996 dopo la guerra civile seguita al ritiro sovietico. Ora i talebani partecipano con il governo di Kabul alla trattativa triangolare, che ripartirà il 24 aprile a Istanbul sotto l'egida di Erdogan. Ma la decisione americana di completare il ritiro entro l'11 settembre, nell'anniversario delle Torri Gemelle, anziché entro il 1° maggio come era stato concordato, comporta il rischio che i talebani non rispettino la tregua. E che, dopo settembre, riprendano il potere a dispetto di eventuali accordi (proprio come accadde in Vietnam) ripiombando il Paese in un regime oppressivo.

Biden ha sicuramente valutato questi rischi. È stato avvertito dai capi dello stato maggiore e dai briefing dei responsabili dell'intelligence. Ma sa anche che l'Afghanistan è definito "il cimitero degli Imperi". Gli inglesi ne uscirono malconci nel 1842 dopo quello che nei loro libri di storia viene ricordato come "il disastro dell'Afghanistan". L'Armata rossa se ne andò nel 1989, dopo 10 anni di frustrazioni militari che fecero coniare la definizione di "Vietnam in salsa russa". Ora il presidente americano non vuole spendere ancora miliardi di dollari e le vite di altri soldati per una presenza militare che, come dice lui stesso, "non si può spiegare" vent'anni dopo le Torri Gemelle.