Uno strappo alla regola. O meglio, al divieto. Il Museo d'arte moderna di Strasburgo per un giorno riapre le porte, ma con un "se": l'accesso ti è permesso solo "se" doni il sangue, visto che gli ospedali francesi ne sono alla disperata ricerca. E dietro lo scintillio della nobile causa, ecco finalmente che il velo dell'ipocrisia si alza e riusciamo a mettere a fuoco l'idea abominevole della cultura come premio, come posta in palio, come bonus riservato a chi se lo merita. Già, perché se il binomio fra la donazione del sangue e una galleria d'arte si era manifestato in epoca non sospetta (per esempio ai Musei capitolini di Roma nel 2019), adesso non può non lasciare interdetti che un'istituzione pubblica decida di mostrare le opere di Monet, Picasso e Kandinsky esclusivamente come montepremi per gli eroi della pubblica sanità. Non prendiamoci in giro, chiunque coglie la differenza drastica fra riservare a q…
Uno strappo alla regola. O meglio, al divieto. Il Museo d'arte moderna di Strasburgo per un giorno riapre le porte, ma con un "se": l'accesso ti è permesso solo "se" doni il sangue, visto che gli ospedali francesi ne sono alla disperata ricerca. E dietro lo scintillio della nobile causa, ecco finalmente che il velo dell'ipocrisia si alza e riusciamo a mettere a fuoco l'idea abominevole della cultura come premio, come posta in palio, come bonus riservato a chi se lo merita. Già, perché se il binomio fra la donazione del sangue e una galleria d'arte si era manifestato in epoca non sospetta (per esempio ai Musei capitolini di Roma nel 2019), adesso non può non lasciare interdetti che un'istituzione pubblica decida di mostrare le opere di Monet, Picasso e Kandinsky esclusivamente come montepremi per gli eroi della pubblica sanità. Non prendiamoci in giro, chiunque coglie la differenza drastica fra riservare a qualcuno un biglietto gratuito "fra gli altri", e il far accedere alle sale unicamente chi possieda un certo requisito, indipendentemente dal fatto che egli sia il buon samaritano evangelico pronto a svenarsi o il conte vampiro della Transilvania.
Scriveva Antonio Gramsci che la cultura è il requisito fondante e necessario di ogni evoluzione umana, e come tale rientra fra i diritti essenziali di uno Stato democratico. Nessuno si sognerebbe mai di proclamare che domani entrano in classe solo gli allievi che donano il sangue, lo riterrebbero tutti un oltraggio al diritto allo studio e alla parità fra scolari. E l'arte? No. Quella non è un diritto, può essere usata come più piace, può essere regalata oggi a chi dona il sangue, domani a chi raggiunge mille ore di smart working, dopodomani a chi scarica l'app di tracciamento. E tutti gli altri? Portone chiuso, tanto si sopravvive anche senza farsi il selfie fuori dagli Uffizi. Io insisterò sempre a dire, per parte mia, che nessun governo avrebbe facoltà di precludere alla popolazione il godimento dell'arte (neanche a chi non ha tamponi o vaccini eseguiti), per la semplice ragione che il possesso fisico delle chiavi non significa affatto che l'uso delle medesime sia rimesso ad alcun giudizio arbitrario, e chi si occupa della gestione di uno spazio non ne è mai proprietario ma solo custode per la comunità tutta.
È la ragione per cui stona immensamente che i musei siano sbarrati a causa del virus: implica (in tutti i Paesi del mondo che hanno imposto la serrata) un concetto distorto dell'arte come attrazione turistica, focolaio di pericolose gozzoviglie, con l'aggravante che spesso i luoghi di culto vengono viceversa salvaguardati come sacrari dell'anima. Fa male, dunque, dover constatare che la pandemia legittima i peggiori baratri, ivi compreso l'equivoco mostruoso fra teatro e intrattenimento, fra cultura e svago, fra arte e turismo, fra museo e parco giochi. Di tutto ciò dispone non un moderno Leviatano, ma un suo cugino zotico e venale che accomuna l'esposizione al bookshop, il dipinto al poster, la lezione alla guida turistica e il catalogo al depliant, riservandosi perfino il veto su "chi resta fuori e chi faccio entrare", magari come surrogato della medaglietta al valore. Senza dire che il caso di Strasburgo costituisce un pericoloso precedente, rendendo lecita una selezione dall'alto "per tutela della pubblica incolumità": se la strage di Nizza o del Bataclan fossero avvenute dopo la pandemia, è ragionevole credere che molto più agevole sarebbe stato interdire l'ingresso a chi magari proveniva da Paesi a rischio, come quelli del Muslim Ban varato a più riprese dalla presidenza Trump. Eccessivo? Non mi stupirei affatto, ormai le più distorte ombre assumono contorni reali.
Scriveva Antonio Gramsci che la cultura è il requisito fondante e necessario di ogni evoluzione umana, e come tale rientra fra i diritti essenziali di uno Stato democratico. Nessuno si sognerebbe mai di proclamare che domani entrano in classe solo gli allievi che donano il sangue, lo riterrebbero tutti un oltraggio al diritto allo studio e alla parità fra scolari. E l'arte? No. Quella non è un diritto, può essere usata come più piace, può essere regalata oggi a chi dona il sangue, domani a chi raggiunge mille ore di smart working, dopodomani a chi scarica l'app di tracciamento. E tutti gli altri? Portone chiuso, tanto si sopravvive anche senza farsi il selfie fuori dagli Uffizi. Io insisterò sempre a dire, per parte mia, che nessun governo avrebbe facoltà di precludere alla popolazione il godimento dell'arte (neanche a chi non ha tamponi o vaccini eseguiti), per la semplice ragione che il possesso fisico delle chiavi non significa affatto che l'uso delle medesime sia rimesso ad alcun giudizio arbitrario, e chi si occupa della gestione di uno spazio non ne è mai proprietario ma solo custode per la comunità tutta.
È la ragione per cui stona immensamente che i musei siano sbarrati a causa del virus: implica (in tutti i Paesi del mondo che hanno imposto la serrata) un concetto distorto dell'arte come attrazione turistica, focolaio di pericolose gozzoviglie, con l'aggravante che spesso i luoghi di culto vengono viceversa salvaguardati come sacrari dell'anima. Fa male, dunque, dover constatare che la pandemia legittima i peggiori baratri, ivi compreso l'equivoco mostruoso fra teatro e intrattenimento, fra cultura e svago, fra arte e turismo, fra museo e parco giochi. Di tutto ciò dispone non un moderno Leviatano, ma un suo cugino zotico e venale che accomuna l'esposizione al bookshop, il dipinto al poster, la lezione alla guida turistica e il catalogo al depliant, riservandosi perfino il veto su "chi resta fuori e chi faccio entrare", magari come surrogato della medaglietta al valore. Senza dire che il caso di Strasburgo costituisce un pericoloso precedente, rendendo lecita una selezione dall'alto "per tutela della pubblica incolumità": se la strage di Nizza o del Bataclan fossero avvenute dopo la pandemia, è ragionevole credere che molto più agevole sarebbe stato interdire l'ingresso a chi magari proveniva da Paesi a rischio, come quelli del Muslim Ban varato a più riprese dalla presidenza Trump. Eccessivo? Non mi stupirei affatto, ormai le più distorte ombre assumono contorni reali.