Nei giorni grigi del Covid, la decisione presa mercoledì dal Senato di conferire la cittadinanza a Patrick Zaky, rinchiuso nelle carceri egiziane, è apparsa come una vittoria dell'Italia civile e dei valori di una società liberale. Nelle intenzioni si è voluto mettere in guardia i carcerieri, perché d'ora in poi essi hanno nelle loro mani un cittadino italiano e gli occhi del mondo addosso. Sul piano morale prima che politico, il Parlamento ha dato una rara prova di unità: la mozione del Pd è stata approvata da tutti i presenti, salvo l'astensione di Fratelli d'Italia (motivata da ragioni di opportunità, cioè dal timore che si finisca per inasprire chi ha le chiavi del prigioniero). Si comprende la soddisfazione di Enrico Letta, il cui partito aveva preso l'iniziativa. Sul piano dei diritti umani e delle garanzie civili, il Pd - è evidente - punta a essere sempre un passo avanti alle altre forze …
Nei giorni grigi del Covid, la decisione presa mercoledì dal Senato di conferire la cittadinanza a Patrick Zaky, rinchiuso nelle carceri egiziane, è apparsa come una vittoria dell'Italia civile e dei valori di una società liberale. Nelle intenzioni si è voluto mettere in guardia i carcerieri, perché d'ora in poi essi hanno nelle loro mani un cittadino italiano e gli occhi del mondo addosso. Sul piano morale prima che politico, il Parlamento ha dato una rara prova di unità: la mozione del Pd è stata approvata da tutti i presenti, salvo l'astensione di Fratelli d'Italia (motivata da ragioni di opportunità, cioè dal timore che si finisca per inasprire chi ha le chiavi del prigioniero). Si comprende la soddisfazione di Enrico Letta, il cui partito aveva preso l'iniziativa. Sul piano dei diritti umani e delle garanzie civili, il Pd - è evidente - punta a essere sempre un passo avanti alle altre forze politiche: un modo per mandare messaggi chiari e positivi all'opinione pubblica nel momento in cui su altri terreni gli ostacoli non accennano a diminuire. A cominciare dal rapporto con i Cinque Stelle, alleato privilegiato e strategico. Passano le settimane ma certi nodi restano intricati, come si capisce dal rebus dei candidati nelle grandi città. E non c'è solo questo: la stessa natura dell'alleanza e le sue prospettive vanno chiarite prima che prevalgano le ambiguità e si allarghi il fosso delle contraddizioni.
Le questioni da risolvere prima dell'estate sono soprattutto tre. La prima è la direzione di marcia del patto Letta-Conte, ammesso che tale patto esista e che i 5S abbiano una linea politica riconoscibile. Quando Conte afferma che la seconda fase del grillismo istituzionalizzato "non è di destra né di sinistra", suscita più di una perplessità perché rivela una certa confusione ideale. Ma più ancora sconcerta il tema - evocato da Goffredo Bettini - di una specie di complotto dei grandi poteri che avrebbe provocato la caduta del Conte-2 armando la mano di Renzi. Benché non sia mai citato, è logico pensare che in base a queste affermazioni l'attuale presidente del Consiglio sarebbe il frutto della cospirazione, nonché lo strumento di poteri misteriosi. In effetti il rapporto tra Conte e Letta avrebbe bisogno di un rapido chiarimento sul punto, dato che il Pd e anche i 5S sono o dovrebbero essere i più convinti sostenitori dell'esecutivo Draghi.
Secondo punto. La fase che stiamo vivendo sarà l'ennesima occasione mancata se non verrà definito quali sono le priorità riformatrici dei 5S e se esse siano compatibili con i principi riformisti del Pd. Mancando tale passaggio, l'alleanza è destinata a boccheggiare senza respiro. Letta, lo sappiamo, ha scelto l'opzione 5S, ma il segretario è senza dubbio consapevole dei rischi. Primo fra tutti, quello di affondare nelle sabbie mobili dell'ordinaria amministrazione in un'epoca che esige soluzioni straordinarie. In fondo, i 5S possono pure vivacchiare all'ombra del Pd, ma quest'ultimo non può permettersi di fare lo stesso a parti invertite.
Terzo punto. Virginia Raggi ha tutto il diritto di ricandidarsi a sindaco di Roma, tanto più che lo fa con l'appoggio dietro le quinte di Grillo. È palese invece che Conte avrebbe voglia di vederla fuori gioco per salvare l'intesa con il Pd. Nelle more, l'ex premier non prende decisioni e Raggi potrebbe battere il candidato del Pd al primo turno. Il che imporrebbe un'umiliazione al partito di Letta e sarebbe un macigno per l'alleanza a due.
Le questioni da risolvere prima dell'estate sono soprattutto tre. La prima è la direzione di marcia del patto Letta-Conte, ammesso che tale patto esista e che i 5S abbiano una linea politica riconoscibile. Quando Conte afferma che la seconda fase del grillismo istituzionalizzato "non è di destra né di sinistra", suscita più di una perplessità perché rivela una certa confusione ideale. Ma più ancora sconcerta il tema - evocato da Goffredo Bettini - di una specie di complotto dei grandi poteri che avrebbe provocato la caduta del Conte-2 armando la mano di Renzi. Benché non sia mai citato, è logico pensare che in base a queste affermazioni l'attuale presidente del Consiglio sarebbe il frutto della cospirazione, nonché lo strumento di poteri misteriosi. In effetti il rapporto tra Conte e Letta avrebbe bisogno di un rapido chiarimento sul punto, dato che il Pd e anche i 5S sono o dovrebbero essere i più convinti sostenitori dell'esecutivo Draghi.
Secondo punto. La fase che stiamo vivendo sarà l'ennesima occasione mancata se non verrà definito quali sono le priorità riformatrici dei 5S e se esse siano compatibili con i principi riformisti del Pd. Mancando tale passaggio, l'alleanza è destinata a boccheggiare senza respiro. Letta, lo sappiamo, ha scelto l'opzione 5S, ma il segretario è senza dubbio consapevole dei rischi. Primo fra tutti, quello di affondare nelle sabbie mobili dell'ordinaria amministrazione in un'epoca che esige soluzioni straordinarie. In fondo, i 5S possono pure vivacchiare all'ombra del Pd, ma quest'ultimo non può permettersi di fare lo stesso a parti invertite.
Terzo punto. Virginia Raggi ha tutto il diritto di ricandidarsi a sindaco di Roma, tanto più che lo fa con l'appoggio dietro le quinte di Grillo. È palese invece che Conte avrebbe voglia di vederla fuori gioco per salvare l'intesa con il Pd. Nelle more, l'ex premier non prende decisioni e Raggi potrebbe battere il candidato del Pd al primo turno. Il che imporrebbe un'umiliazione al partito di Letta e sarebbe un macigno per l'alleanza a due.