È una doppia scommessa quella lanciata da Mario Draghi al termine di una settimana di svolta, sia sul piano delle graduali riaperture e del ritorno alla vita, sia su quello della ripresa economica. La prima fiche lanciata sul tavolo riguarda i comportamenti di ciascuno di noi. L'ala che si autodefinisce "aperturista" del governo - Lega, Forza Italia e Italia Viva - ha strappato molte concessioni e soprattutto delle date scritte nero su bianco, un calendario per permettere alle categorie di programmare il sospirato ritorno alla (quasi) normalità. Dalle parti di Salvini esagerano parlando di una "liberazione", perché in realtà quello descritto da Draghi appare più come uno scambio, o se vogliamo un patto, con i cittadini. Più aperture in cambio di più responsabilità.
È la visione liberale di uno Stato che rinuncia a fare la balia e ricomincia a fidarsi della gente. Il "nanny State", lo Stat…
È la visione liberale di uno Stato che rinuncia a fare la balia e ricomincia a fidarsi della gente. Il "nanny State", lo Stat…
È una doppia scommessa quella lanciata da Mario Draghi al termine di una settimana di svolta, sia sul piano delle graduali riaperture e del ritorno alla vita, sia su quello della ripresa economica. La prima fiche lanciata sul tavolo riguarda i comportamenti di ciascuno di noi. L'ala che si autodefinisce "aperturista" del governo - Lega, Forza Italia e Italia Viva - ha strappato molte concessioni e soprattutto delle date scritte nero su bianco, un calendario per permettere alle categorie di programmare il sospirato ritorno alla (quasi) normalità. Dalle parti di Salvini esagerano parlando di una "liberazione", perché in realtà quello descritto da Draghi appare più come uno scambio, o se vogliamo un patto, con i cittadini. Più aperture in cambio di più responsabilità.
È la visione liberale di uno Stato che rinuncia a fare la balia e ricomincia a fidarsi della gente. Il "nanny State", lo Stato-tata costretto a piazzare un carabiniere davanti a ogni locale, lascia il posto a uno Stato-comunità, che concede libertà contando sul buon senso e l'educazione civica dei cittadini. Sappiamo tutti, per averlo provato la scorsa estate sulla nostra pelle, cosa significa riaprire senza limiti, senza rispettare le regole anti contagio, e basta vedere l'esempio recente della Sardegna, passata in pochi giorni da zona bianca a rossa, per capire il senso dello "scambio" proposto dal premier.
La seconda scommessa del presidente del Consiglio è legata alla prima, perché le riaperture riguardano la tenuta sociale e psicologica del Paese ma hanno naturalmente un immediato effetto volano sul Pil. È la fiche della crescita, quella che porta il deficit alla soglia del 12 per cento, tanto più sorprendente per un uomo politico - tale ormai Draghi va considerato - che viene descritto dai suoi detrattori e dagli orfani di Conte (ma non da Conte) come l'arcigno agente delle "Fodria", le Forze Oscure Della Reazione in Agguato. Dobbiamo tornare agli allegri anni Ottanta per avere deficit così alti e manovre così espansive di finanza pubblica. La differenza con quei tempi è che Draghi punta a fare deficit non per regalare baby pensioni ma per riattivare una crescita robusta, che consenta da sola di rientrare nel giro di 4 anni - senza manovre correttive, ovvero senza la solita ricetta di più tagli e più tasse - sotto la soglia del 3 per cento prevista dai trattati europei. È il mantra del "debito buono", dell'Italia che sfrutta i tassi bassi per fare investimenti che in futuro ripaghino, con la forza del Pil che generano, il servizio degli interessi.
Ci riuscirà? Tutto dipenderà dalla cura di investimenti, opere pubbliche e riforme che saranno illustrati dal Piano di ripresa e resilienza (Pnrr). C'è da sperare ovviamente che non si sbagli e che la pubblica amministrazione riesca a reggere e a "mettere a terra" le riforme e gli investimenti programmati. Una dose di vigilante scetticismo in questi casi è sempre salutare. Si parla di 57 commissari per 57 opere, risuona la magica parola - "cronoprogramma" - che già alimentò i sogni e i bruschi risvegli ai tempi di Berlusconi. Anche qui, auguri al ministro Giovannini, che dovrà rimboccarsi le maniche per riuscire dove tutti i suoi predecessori hanno fallito.
Bisogna infine giudicare la settimana della "svolta" anche dal punto di vista politico, da chi ottiene punti e chi li perde nel gioco della maggioranza larga di unità nazionale. Un'analisi superficiale porterebbe a pensare che sia la Lega, con la sua retorica delle riaperture, a essersi guadagnata la mano, accarezzando il pelo delle categorie inferocite dopo un anno di mancati incassi. La realtà sembra meno scontata e le voci di palazzo Chigi datano a una settimana fa la scelta del premier di iniziare a riaprire a partire dal 26 aprile anziché dai primi di maggio. E se Draghi si fosse servito di Salvini come testa d'ariete per indurre l'altra ala del suo governo ad ammorbidirsi? La possibilità non si può escludere e diversi indizi portano a pensare che il presidente del Consiglio, chiamato da Mattarella come tecnico puro, abbia iniziato a stare comodo nei panni del leader politico di una coalizione.
Salvini non ha ricevuto reprimende, né sono filtrati giudizi negativi da palazzo Chigi quando il capo del Carroccio è salito metaforicamente sulle barricate insieme a ristoratori e commercianti. Anzi, il premier è apparso ai suoi interlocutori privati sinceramente preoccupato di offrire una valvola di sfogo alla frustrazione crescente di mezza Italia, quella che non vive di stipendio fisso. Tuttavia, appena il livello di tensione alimentato dai leghisti e dai Fratelli d'Italia è salito fino a lambire il ministro Speranza, Draghi si è posto subito come un argine a sua difesa. E lo ha dimostrato anche ieri, chiamando il ministro della Salute al suo fianco, per chiarire a tutti che lo considera al momento intoccabile. È la dimostrazione che Draghi sta iniziando a interpretare il suo ruolo in maniera dinamica e flessibile, mediando tra gli interessi compositi delle forze del suo governo. Lasciando che una certa dialettica si alimenti per poi imporre un arbitrato finale. Senza nemmeno aver paura di sottostare a liturgie antiche come la verifica o le care, vecchie consultazioni con i partiti.
È la visione liberale di uno Stato che rinuncia a fare la balia e ricomincia a fidarsi della gente. Il "nanny State", lo Stato-tata costretto a piazzare un carabiniere davanti a ogni locale, lascia il posto a uno Stato-comunità, che concede libertà contando sul buon senso e l'educazione civica dei cittadini. Sappiamo tutti, per averlo provato la scorsa estate sulla nostra pelle, cosa significa riaprire senza limiti, senza rispettare le regole anti contagio, e basta vedere l'esempio recente della Sardegna, passata in pochi giorni da zona bianca a rossa, per capire il senso dello "scambio" proposto dal premier.
La seconda scommessa del presidente del Consiglio è legata alla prima, perché le riaperture riguardano la tenuta sociale e psicologica del Paese ma hanno naturalmente un immediato effetto volano sul Pil. È la fiche della crescita, quella che porta il deficit alla soglia del 12 per cento, tanto più sorprendente per un uomo politico - tale ormai Draghi va considerato - che viene descritto dai suoi detrattori e dagli orfani di Conte (ma non da Conte) come l'arcigno agente delle "Fodria", le Forze Oscure Della Reazione in Agguato. Dobbiamo tornare agli allegri anni Ottanta per avere deficit così alti e manovre così espansive di finanza pubblica. La differenza con quei tempi è che Draghi punta a fare deficit non per regalare baby pensioni ma per riattivare una crescita robusta, che consenta da sola di rientrare nel giro di 4 anni - senza manovre correttive, ovvero senza la solita ricetta di più tagli e più tasse - sotto la soglia del 3 per cento prevista dai trattati europei. È il mantra del "debito buono", dell'Italia che sfrutta i tassi bassi per fare investimenti che in futuro ripaghino, con la forza del Pil che generano, il servizio degli interessi.
Ci riuscirà? Tutto dipenderà dalla cura di investimenti, opere pubbliche e riforme che saranno illustrati dal Piano di ripresa e resilienza (Pnrr). C'è da sperare ovviamente che non si sbagli e che la pubblica amministrazione riesca a reggere e a "mettere a terra" le riforme e gli investimenti programmati. Una dose di vigilante scetticismo in questi casi è sempre salutare. Si parla di 57 commissari per 57 opere, risuona la magica parola - "cronoprogramma" - che già alimentò i sogni e i bruschi risvegli ai tempi di Berlusconi. Anche qui, auguri al ministro Giovannini, che dovrà rimboccarsi le maniche per riuscire dove tutti i suoi predecessori hanno fallito.
Bisogna infine giudicare la settimana della "svolta" anche dal punto di vista politico, da chi ottiene punti e chi li perde nel gioco della maggioranza larga di unità nazionale. Un'analisi superficiale porterebbe a pensare che sia la Lega, con la sua retorica delle riaperture, a essersi guadagnata la mano, accarezzando il pelo delle categorie inferocite dopo un anno di mancati incassi. La realtà sembra meno scontata e le voci di palazzo Chigi datano a una settimana fa la scelta del premier di iniziare a riaprire a partire dal 26 aprile anziché dai primi di maggio. E se Draghi si fosse servito di Salvini come testa d'ariete per indurre l'altra ala del suo governo ad ammorbidirsi? La possibilità non si può escludere e diversi indizi portano a pensare che il presidente del Consiglio, chiamato da Mattarella come tecnico puro, abbia iniziato a stare comodo nei panni del leader politico di una coalizione.
Salvini non ha ricevuto reprimende, né sono filtrati giudizi negativi da palazzo Chigi quando il capo del Carroccio è salito metaforicamente sulle barricate insieme a ristoratori e commercianti. Anzi, il premier è apparso ai suoi interlocutori privati sinceramente preoccupato di offrire una valvola di sfogo alla frustrazione crescente di mezza Italia, quella che non vive di stipendio fisso. Tuttavia, appena il livello di tensione alimentato dai leghisti e dai Fratelli d'Italia è salito fino a lambire il ministro Speranza, Draghi si è posto subito come un argine a sua difesa. E lo ha dimostrato anche ieri, chiamando il ministro della Salute al suo fianco, per chiarire a tutti che lo considera al momento intoccabile. È la dimostrazione che Draghi sta iniziando a interpretare il suo ruolo in maniera dinamica e flessibile, mediando tra gli interessi compositi delle forze del suo governo. Lasciando che una certa dialettica si alimenti per poi imporre un arbitrato finale. Senza nemmeno aver paura di sottostare a liturgie antiche come la verifica o le care, vecchie consultazioni con i partiti.