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L'Elevato, il figlio e quel generale romano

La storia di Manlio Torquato messa a confronto con l'invettiva di Beppe Grillo diventa un insegnamento. La rinuncia che non si può chiedere al comune cittadino, che ha tutto il diritto di fare il possibile perché la giustizia gli dia ragione, è necessaria quando ci si trova a guidare un esercito. O anche solo un partito
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La brutta vicenda di Grillo e di suo figlio - brutta per loro due, per quella ragazza e per questo Paese - ha assai poco di nuovo, perché la storia è piena di padri potenti che difendono i figli, e anche di figli potenti che proteggono i padri, forse superati dai padri che tradiscono i figli e dai figli che uccidono i padri. Ma il video di Grillo - l'Elevato del Movimento 5 Stelle che sfida i giudici ad arrestare lui, se vogliono punire quel figlio che lui giudica "un coglione" ma penalmente innocente - ricorda a chi ha dimestichezza con la storia la scena di un figlio che difese suo padre davanti al Senato. Non nella scorsa legislatura, ma 2300 anni fa.

Accadde che Lucio Manlio, appena decaduto dalla carica di dittatore, venisse accusato di crudeltà dal tribuno della plebe Marco Pomponio. Per dare forza alle sue accuse, il tribuno raccontò che l'ex dittatore aveva fatto esiliare, imprigionare e costretto a lavorare come schiavo persino i…

La brutta vicenda di Grillo e di suo figlio - brutta per loro due, per quella ragazza e per questo Paese - ha assai poco di nuovo, perché la storia è piena di padri potenti che difendono i figli, e anche di figli potenti che proteggono i padri, forse superati dai padri che tradiscono i figli e dai figli che uccidono i padri. Ma il video di Grillo - l'Elevato del Movimento 5 Stelle che sfida i giudici ad arrestare lui, se vogliono punire quel figlio che lui giudica "un coglione" ma penalmente innocente - ricorda a chi ha dimestichezza con la storia la scena di un figlio che difese suo padre davanti al Senato. Non nella scorsa legislatura, ma 2300 anni fa.

Accadde che Lucio Manlio, appena decaduto dalla carica di dittatore, venisse accusato di crudeltà dal tribuno della plebe Marco Pomponio. Per dare forza alle sue accuse, il tribuno raccontò che l'ex dittatore aveva fatto esiliare, imprigionare e costretto a lavorare come schiavo persino il proprio figlio, Manlio Torquato. Il quale era lì presente, essendo senatore. E non fece nessun discorso. Semplicemente, andò davanti al tribuno col coltello in mano e, racconta Tito Livio, "minacciò di pugnalarlo lì sul momento", se non avesse giurato di ritirare ogni accusa. Cosa che Pomponio fece subito. Perché sapeva anche lui che ogni uomo è capace di tutto, se è in gioco la sorte di suo padre. O di suo figlio.

Certo, Grillo non ha pugnali in mano e non minaccia nessuno, ma la storia di Manlio Torquato - che a prima vista ha poco a che fare con quella di oggi - non finisce qui. Perché vent'anni dopo, eletto console di Roma, lui stesso prese il comando dell'esercito nella guerra contro i Latini. E si ritrovò in un guaio terribile: non come figlio, stavolta, ma come padre. Alla vigilia della battaglia decisiva lui aveva infatti dato l'ordine tassativo, pena la morte, di non ingaggiare combattimenti isolati con il nemico. Ma proprio suo figlio, Tito Manlio, contravvenne all'ordine affrontando in un duello il campione dei nemici. E lo vinse, suscitando un entusiasmo che l'indomani sarebbe stato prezioso per la vittoria. Poi, pieno d'orgoglio, tornò nell'accampamento romano.

Ma il padre punì il figlio con una severità quasi disumana, decretandone la condanna a morte: "Tu hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d'oggi. Quanto a me, sono toccato non solo dall'affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l'autorità consolare dev'essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, va, o littore, e legalo al palo".

Tra l'orgoglio di un padre per il coraggio del figlio e il dovere di un comandante di far rispettare i suoi stessi ordini, Manlio Torquato non ebbe dunque alcun dubbio. Ma prese davvero la decisione giusta? L'episodio è al centro di uno dei migliori racconti di Achille Campanile ("Quel generale romano"), nel quale il grande umorista ricorda la frase che sintetizza la spietata sentenza: "Come padre ti abbraccio, come capo dell'esercito ti condanno a morte", ma la usa per smontarla e capovolgerla, per dimostrare un doppio errore: "Come padre si disinteressò totalmente della trasgressione, la passò sotto silenzio, dimostrandosi, così, padre poco severo e pessimo educatore. Come capo dell'esercito non tenne nel minimo conto la vittoria, il che per un generale non è una piccola omissione".

Manlio Torquato, secondo Campanile, avrebbe dovuto fare l'esatto contrario. E dire al figlio: come padre, avendo tu trasgredito a un ordine del tuo generale, pezzo di mascalzone, ti do due ceffoni, ma come capo dell'esercito, avendo tu procurato la vittoria, ti abbraccio. Pagine di raffinatissimo umorismo, dalle quali riverbera una saggia disapprovazione.

Ma cosa c'entra la vicenda del generale romano con il video di Grillo? All'apparenza poco o nulla. Perché Grillo non si è comportato da giudice ma da avvocato del figlio. Perché lo stesso figlio - a differenza di Tito Manlio - non è un evidente colpevole ma un presunto innocente. E poi perché nella storiaccia di oggi non c'è nessuna vittoria, nessun duello e nessuna condanna a morte.

Due cose però le hanno, in comune, i due episodi. La prima è che le colpe (accertate o meno) del figlio mettono in difficoltà un capo: in quel caso il comandante dell'esercito romano, oggi il leader indiscusso e indiscutibile del primo partito di governo. La seconda è il processo. Sommario, quasi istantantaneo, quello militare ai danni di Tito Manlio. Ancora alle fasi iniziali, invece, quello contro Ciro Grillo.

L'esempio del generale romano - che come abbiamo visto può essere letto in due modi opposti - aiuta dunque a riflettere su come debba comportarsi un capo quando il figlio viene messo sotto accusa. E ci spinge a credere che in questi casi il protagonista farebbe meglio a farsi da parte, sottraendosi all'inevitabile conflitto tra gli affetti e i doveri - tra il sangue e la giustizia - non reprimendo i sentimenti paterni, ci mancherebbe, ma lasciando che siano altri a difendere suo figlio nel miglior modo possibile, e che siano i giudici a stabilire se il ragazzo abbia sbagliato, e quale pena meriti.

Sarebbe, questo, un distacco senza dubbio sofferto ma necessario. Un sacrificio e una rinuncia che non si possono chiedere al comune cittadino - che ha tutto il diritto di fare tutto il possibile perché la giustizia gli dia ragione - ma che sono opportuni e forse necessari quando ci si trova a guidare un esercito, un Paese o anche solo un partito.