Perché Salvini non aprirà la crisi
di Stefano Folli , di Stefano FolliIl destino della Lega si decide nel rapporto con il mondo produttivo e le imprese. È un mondo che vuole chiarezza sulla gestione del Recovery e delle riforme, condizione essenziale per uscire dalla crisi indotta dalla pandemia di Covid
A distanza di qualche ora lo screzio sul coprifuoco tra Salvini e il presidente del Consiglio è stato di fatto sanato. Peraltro da metà maggio all'incirca l'orario si allungherà alle 23, premessa di un ulteriore allentamento se le cifre della pandemia, messa sotto controllo con i vaccini, lo consentiranno (come tutti si augurano). Non è una vittoria della Lega, ma del buonsenso. Senza dubbio ha svolto un ruolo il ministro Giorgetti, chiamato come sempre a riannodare i fili tra le esigenze politiche del Carroccio e la realtà complessa di un governo su cui il "partito del Nord" ha fatto il massimo investimento.
Dal Pd, Enrico Letta e la sua vice Irene Tinagli dicono che Salvini deve scegliere se stare "al governo o all'opposizione". È giusto, naturalmente. Ma il tema del sì o no al coprifuoco è inadatto a fissare una discriminante così netta e quindi a diventare una bandiera politica degli un…
Dal Pd, Enrico Letta e la sua vice Irene Tinagli dicono che Salvini deve scegliere se stare "al governo o all'opposizione". È giusto, naturalmente. Ma il tema del sì o no al coprifuoco è inadatto a fissare una discriminante così netta e quindi a diventare una bandiera politica degli un…
A distanza di qualche ora lo screzio sul coprifuoco tra Salvini e il presidente del Consiglio è stato di fatto sanato. Peraltro da metà maggio all'incirca l'orario si allungherà alle 23, premessa di un ulteriore allentamento se le cifre della pandemia, messa sotto controllo con i vaccini, lo consentiranno (come tutti si augurano). Non è una vittoria della Lega, ma del buonsenso. Senza dubbio ha svolto un ruolo il ministro Giorgetti, chiamato come sempre a riannodare i fili tra le esigenze politiche del Carroccio e la realtà complessa di un governo su cui il "partito del Nord" ha fatto il massimo investimento.
Dal Pd, Enrico Letta e la sua vice Irene Tinagli dicono che Salvini deve scegliere se stare "al governo o all'opposizione". È giusto, naturalmente. Ma il tema del sì o no al coprifuoco è inadatto a fissare una discriminante così netta e quindi a diventare una bandiera politica degli uni o degli altri. In altre parole, la questione del coprifuoco non può essere che un aspetto, nemmeno il più importante, della campagna anti-Covid su cui Draghi e il governo hanno impegnato le loro energie. Viceversa, il tema dirimente riguarda il Pnrr, il gigantesco piano di ripresa economica che costituisce la vera ragione per cui è nato l'attuale esecutivo tecnico-politico. Per meglio dire, è l'autentico motivo per cui si è andati al di là delle vecchie formule politiche - come sottolineato dal presidente Mattarella - e si è scelta la strada dell'unità nazionale, sia pure senza Fratelli d'Italia e un segmento dell'estrema sinistra.
La sfida per il sistema politico nel suo insieme consiste dunque nel non disperdere l'occasione unica di rinnovamento costituito dagli investimenti del Pnrr. È qui che Salvini, ma non solo lui, è chiamato a dimostrare la sua maturità politica. Stare al governo in una fase così incerta comporta la quasi certezza di perdere una certa quantità di voti a favore di chi è rimasto all'opposizione, ossia Giorgia Meloni. Ma i consensi riguadagnati attraverso un'eventuale rottura sarebbero annullati dall'immediato contraccolpo sui mercati finanziari e dal discredito presso gli organismi europei e l'amministrazione americana. Questo Salvini lo sa e infatti si guarda bene dall'uscire dal governo. Probabilmente non basta: nel senso che il destino della Lega si decide, come è logico, nel rapporto con il mondo produttivo e il reticolo delle imprese. È un mondo che vuole chiarezza circa la gestione del Recovery Plan e le riforme collegate, condizione essenziale per uscire dalla crisi indotta dalla pandemia.
Su questo terreno il centrodestra può forse sanare le sue contraddizioni e prepararsi domani a governare il Paese in un modo che non sia avventuroso e irrealistico. In una cornice diversa, anche il centrosinistra è atteso a un processo analogo, in particolare oggi che ingloba Conte e con lui, si suppone, il grosso dei Cinque Stelle post-Casaleggio e forse post-Grillo. Tuttavia la tentazione ricorrente di spingere Salvini fuori dal perimetro della maggioranza per realizzare la cosiddetta "formula Ursula" (centrosinistra più 5S più magari Forza Italia) rischia di essere poco lungimirante in questa fase. Per governare, Draghi ha bisogno dello strano equilibrio fornito dall'esecutivo allargato. Altrimenti sarebbe un'altra esperienza con tutte le incognite del caso. Magari nell'illusione partitica di determinare per questa via, e con molto anticipo, l'elezione del nuovo capo dello Stato.
Dal Pd, Enrico Letta e la sua vice Irene Tinagli dicono che Salvini deve scegliere se stare "al governo o all'opposizione". È giusto, naturalmente. Ma il tema del sì o no al coprifuoco è inadatto a fissare una discriminante così netta e quindi a diventare una bandiera politica degli uni o degli altri. In altre parole, la questione del coprifuoco non può essere che un aspetto, nemmeno il più importante, della campagna anti-Covid su cui Draghi e il governo hanno impegnato le loro energie. Viceversa, il tema dirimente riguarda il Pnrr, il gigantesco piano di ripresa economica che costituisce la vera ragione per cui è nato l'attuale esecutivo tecnico-politico. Per meglio dire, è l'autentico motivo per cui si è andati al di là delle vecchie formule politiche - come sottolineato dal presidente Mattarella - e si è scelta la strada dell'unità nazionale, sia pure senza Fratelli d'Italia e un segmento dell'estrema sinistra.
La sfida per il sistema politico nel suo insieme consiste dunque nel non disperdere l'occasione unica di rinnovamento costituito dagli investimenti del Pnrr. È qui che Salvini, ma non solo lui, è chiamato a dimostrare la sua maturità politica. Stare al governo in una fase così incerta comporta la quasi certezza di perdere una certa quantità di voti a favore di chi è rimasto all'opposizione, ossia Giorgia Meloni. Ma i consensi riguadagnati attraverso un'eventuale rottura sarebbero annullati dall'immediato contraccolpo sui mercati finanziari e dal discredito presso gli organismi europei e l'amministrazione americana. Questo Salvini lo sa e infatti si guarda bene dall'uscire dal governo. Probabilmente non basta: nel senso che il destino della Lega si decide, come è logico, nel rapporto con il mondo produttivo e il reticolo delle imprese. È un mondo che vuole chiarezza circa la gestione del Recovery Plan e le riforme collegate, condizione essenziale per uscire dalla crisi indotta dalla pandemia.
Su questo terreno il centrodestra può forse sanare le sue contraddizioni e prepararsi domani a governare il Paese in un modo che non sia avventuroso e irrealistico. In una cornice diversa, anche il centrosinistra è atteso a un processo analogo, in particolare oggi che ingloba Conte e con lui, si suppone, il grosso dei Cinque Stelle post-Casaleggio e forse post-Grillo. Tuttavia la tentazione ricorrente di spingere Salvini fuori dal perimetro della maggioranza per realizzare la cosiddetta "formula Ursula" (centrosinistra più 5S più magari Forza Italia) rischia di essere poco lungimirante in questa fase. Per governare, Draghi ha bisogno dello strano equilibrio fornito dall'esecutivo allargato. Altrimenti sarebbe un'altra esperienza con tutte le incognite del caso. Magari nell'illusione partitica di determinare per questa via, e con molto anticipo, l'elezione del nuovo capo dello Stato.