Letta e Conte, una poltrona per due
di Stefano Folli , di Stefano FolliPrima o poi si porrà la questione: uno sarà il leader e l'altro una sorta di vice
Il traguardo delle oltre cinquecentomila vaccinazioni quotidiane, raggiunto dal commissario Figliuolo secondo le indicazioni di Palazzo Chigi, tende per forza di cose a offuscare la nostalgia di Giuseppe Conte, ancora tenace non solo tra i 5S ma anche in alcuni ambienti del Partito democratico. Ma ci vorrà tempo perché questo sentimento maturato, come sappiamo, nei primi mesi della pandemia, nel pieno del governo giallo-rosso, si attenui fino a incrinare la tenace convergenza tra Pd e 5S. Finora la strategia non è cambiata, come testimonia il recente convegno di "Agorà" promosso da Bettini, e non cambierà nel prossimo futuro. Che poi sia una strategia di successo, si vedrà: per adesso i dubbi sono legittimi. A dirlo sono i numeri.
Secondo i sondaggi più recenti, il Pd e il M5S sommati insieme raggiungerebbero oggi circa il 35-36 per cento dei votanti. Con poche eccezioni (il 40,8 di Renzi alle Europee del 2014, l'exploit …
Secondo i sondaggi più recenti, il Pd e il M5S sommati insieme raggiungerebbero oggi circa il 35-36 per cento dei votanti. Con poche eccezioni (il 40,8 di Renzi alle Europee del 2014, l'exploit …
Il traguardo delle oltre cinquecentomila vaccinazioni quotidiane, raggiunto dal commissario Figliuolo secondo le indicazioni di Palazzo Chigi, tende per forza di cose a offuscare la nostalgia di Giuseppe Conte, ancora tenace non solo tra i 5S ma anche in alcuni ambienti del Partito democratico. Ma ci vorrà tempo perché questo sentimento maturato, come sappiamo, nei primi mesi della pandemia, nel pieno del governo giallo-rosso, si attenui fino a incrinare la tenace convergenza tra Pd e 5S. Finora la strategia non è cambiata, come testimonia il recente convegno di "Agorà" promosso da Bettini, e non cambierà nel prossimo futuro. Che poi sia una strategia di successo, si vedrà: per adesso i dubbi sono legittimi. A dirlo sono i numeri.
Secondo i sondaggi più recenti, il Pd e il M5S sommati insieme raggiungerebbero oggi circa il 35-36 per cento dei votanti. Con poche eccezioni (il 40,8 di Renzi alle Europee del 2014, l'exploit dei "grillini" nel 2018 che compensava in quel caso il modesto risultato del Pd), tali percentuali rispecchiano l'area del centrosinistra allargata così come si è definita negli ultimi venticinque anni di storia nazionale. Restano fuori le liste di estrema sinistra e, sull'altro versante, le correnti "riformiste" variamente espresse. Vuol dire che l'intesa non riesce a sedurre un elettorato più largo. Peraltro non è arbitrario sommare tra loro Pd e 5S, dal momento che Enrico Letta e Giuseppe Conte non fanno mistero della loro volontà di stringere un'alleanza vincolante, quasi una fusione di fatto, in vista delle elezioni del 2023 (o anche prima se le Camere fossero sciolte dopo l'elezione del capo dello Stato, ipotesi non gradita ai due alleati). Tutto risolto, allora? Per nulla. A parte la legge elettorale, che si annuncia come una grana considerevole ma non riguarda l'oggi, i problemi investono - si sarebbe detto un tempo - sia lo schieramento sia i contenuti.
Circa lo schieramento, è chiaro che prima o poi si porrà la questione: tra Letta e Conte uno sarà il leader e l'altro una sorta di vice, un running mate lo chiamerebbero in America. È evidente che nel Pd pensano di assorbire piano piano Conte nel loro recinto, contando sulla sua capacità di attrarre il massimo dei voti "grillini" allo sbando, ma senza mai sopravanzare il partito di Letta. Tale esito è plausibile, se non altro per la superiore capacità organizzativa del Pd, benché al momento la popolarità ancora estesa di Conte lo pone alla pari o davanti al Pd e comunque non ridotto al rango di vassallo. Prova ne sia che le comunali restano un'incognita, soprattutto a Roma: dove il candidato democratico dovrà vedersela al primo turno non solo con la destra, ma anche con Raggi: la grillina che resta in campo perché nessuno, nel subbuglio dei 5S, è in grado di obbligarla a ritirarsi. Senza contare la spina nel fianco rappresentata da Calenda, la cui candidatura non è più solo di disturbo.
Quanto ai contenuti, non è finora chiaro in cosa differiscano le concrete proposte di Pd e 5S e in cosa siano davvero innovative. Il fatto che insieme i due partiti sommino un 35 per cento - e non sappiamo in quale proporzione - sembra dar ragione a chi vede un rischio di pestarsi reciprocamente i piedi sul terreno elettorale. Come dire che le manovre dei partiti - s'intende, anche a destra - sono soprattutto autoreferenziali, mentre il vero rapporto con il paese è di Draghi e del suo governo. Emblematica la campagna dei vaccini, non meno del Recovery Plan.
Secondo i sondaggi più recenti, il Pd e il M5S sommati insieme raggiungerebbero oggi circa il 35-36 per cento dei votanti. Con poche eccezioni (il 40,8 di Renzi alle Europee del 2014, l'exploit dei "grillini" nel 2018 che compensava in quel caso il modesto risultato del Pd), tali percentuali rispecchiano l'area del centrosinistra allargata così come si è definita negli ultimi venticinque anni di storia nazionale. Restano fuori le liste di estrema sinistra e, sull'altro versante, le correnti "riformiste" variamente espresse. Vuol dire che l'intesa non riesce a sedurre un elettorato più largo. Peraltro non è arbitrario sommare tra loro Pd e 5S, dal momento che Enrico Letta e Giuseppe Conte non fanno mistero della loro volontà di stringere un'alleanza vincolante, quasi una fusione di fatto, in vista delle elezioni del 2023 (o anche prima se le Camere fossero sciolte dopo l'elezione del capo dello Stato, ipotesi non gradita ai due alleati). Tutto risolto, allora? Per nulla. A parte la legge elettorale, che si annuncia come una grana considerevole ma non riguarda l'oggi, i problemi investono - si sarebbe detto un tempo - sia lo schieramento sia i contenuti.
Circa lo schieramento, è chiaro che prima o poi si porrà la questione: tra Letta e Conte uno sarà il leader e l'altro una sorta di vice, un running mate lo chiamerebbero in America. È evidente che nel Pd pensano di assorbire piano piano Conte nel loro recinto, contando sulla sua capacità di attrarre il massimo dei voti "grillini" allo sbando, ma senza mai sopravanzare il partito di Letta. Tale esito è plausibile, se non altro per la superiore capacità organizzativa del Pd, benché al momento la popolarità ancora estesa di Conte lo pone alla pari o davanti al Pd e comunque non ridotto al rango di vassallo. Prova ne sia che le comunali restano un'incognita, soprattutto a Roma: dove il candidato democratico dovrà vedersela al primo turno non solo con la destra, ma anche con Raggi: la grillina che resta in campo perché nessuno, nel subbuglio dei 5S, è in grado di obbligarla a ritirarsi. Senza contare la spina nel fianco rappresentata da Calenda, la cui candidatura non è più solo di disturbo.
Quanto ai contenuti, non è finora chiaro in cosa differiscano le concrete proposte di Pd e 5S e in cosa siano davvero innovative. Il fatto che insieme i due partiti sommino un 35 per cento - e non sappiamo in quale proporzione - sembra dar ragione a chi vede un rischio di pestarsi reciprocamente i piedi sul terreno elettorale. Come dire che le manovre dei partiti - s'intende, anche a destra - sono soprattutto autoreferenziali, mentre il vero rapporto con il paese è di Draghi e del suo governo. Emblematica la campagna dei vaccini, non meno del Recovery Plan.