Più puntuali che pazzi, il prossimo scudetto dell'Inter lo prenoto già nel 2030
di Michele Serra , di Michele SerraNel più anomalo e sconvolgente dei contesti, la vittoria dei nerazzurri è stata invece di una normalità incoercibile, per una ragione sportiva (ha vinto nettamente) e per una ragione, diciamo così, rituale: da quando è nata, vince il campionato ogni dieci anni circa
Il diciannovesimo scudetto dell'Inter arriva nell'inaudito anno della pandemia. Lo schiocco delle pallonate e le urla di calciatori e allenatori come unica colonna sonora. Il rumore della folla zittito e disperso, spalmato nelle case, divano per divano. Denudate del loro contorno le partite di calcio hanno avuto una drammaticità inedita, pesci fuori dall'acqua, quadri senza cornice oppure con quella tetra cornice virtuale, un poco coreana, degli spalti variopinti, effetto televisivo che faceva sembrare gli stadi perfino più vuoti.
Inter, lo speciale per lo scudetto n.19
Nel più anomalo e sconvolgente dei contesti, la vittoria dei nerazzurri è stata invece di una normalità incoercibile, per una ragione sportiva (ha vinto con largo margine, largo anticipo e largo merito, battendo sul campo tutte le avversarie dirette, Juve, Milan, Napoli, Atalanta) e per una ragione, diciamo così, rituale: l'Inter, da quando è nata…
Inter, lo speciale per lo scudetto n.19
Nel più anomalo e sconvolgente dei contesti, la vittoria dei nerazzurri è stata invece di una normalità incoercibile, per una ragione sportiva (ha vinto con largo margine, largo anticipo e largo merito, battendo sul campo tutte le avversarie dirette, Juve, Milan, Napoli, Atalanta) e per una ragione, diciamo così, rituale: l'Inter, da quando è nata…
Il diciannovesimo scudetto dell'Inter arriva nell'inaudito anno della pandemia. Lo schiocco delle pallonate e le urla di calciatori e allenatori come unica colonna sonora. Il rumore della folla zittito e disperso, spalmato nelle case, divano per divano. Denudate del loro contorno le partite di calcio hanno avuto una drammaticità inedita, pesci fuori dall'acqua, quadri senza cornice oppure con quella tetra cornice virtuale, un poco coreana, degli spalti variopinti, effetto televisivo che faceva sembrare gli stadi perfino più vuoti.
Inter, lo speciale per lo scudetto n.19
Nel più anomalo e sconvolgente dei contesti, la vittoria dei nerazzurri è stata invece di una normalità incoercibile, per una ragione sportiva (ha vinto con largo margine, largo anticipo e largo merito, battendo sul campo tutte le avversarie dirette, Juve, Milan, Napoli, Atalanta) e per una ragione, diciamo così, rituale: l'Inter, da quando è nata, vince il campionato ogni dieci anni circa, e preferibilmente proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo decennio. Ha vinto nel 1910, nel '20, nel '30, nel '40, nel '71, nell'80, nell'89, nel 2010 (anno del Triplete), ora nel 2021. A scompigliare quella cadenza, e a ingrossare il bottino, i due scudetti degli anni Cinquanta, i tre dei Sessanta con Helenio Herrera, i quattro del Duemila con Roberto Mancini (quello vinto a tavolino non lo cito perché è solo un numero, non uno scudetto).
L'auto-narrazione interista, quella della "pazza Inter", è insomma più un vezzo di noi tifosi nerazzurri che una seria introspezione nell'interismo quello vero. Statisticamente, è la squadra italiana che ha diluito più regolarmente le proprie vittorie nel tempo, la più stabile, la più vincente in Italia dopo la Juventus e in Europa dopo il Milan, nonché la sola mai retrocessa in Serie B, privilegio che spetterebbe anche alla Juve non fosse stato per Calciopoli.
Gli alti e i bassi, ovviamente, fanno parte della storia di tutte le grandi squadre; ma la mitizzazione delle cadute come prova di sregolatezza (per fare risaltare di più il genio) è una vecchia abitudine di molte tifoserie, che amano sentirsi bersagliate dagli dèi. A noi interisti, poi, piace molto dire che il fondatore fu un pittore socialista, mentre il fondatore del Milan fu un commercialista. Come se nel Dna della squadra ci fosse una vocazione artistica, e un'incapacità di calcolo. Grande merito di Antonio Conte è stato mirare dritto al cuore di questa mitologia affascinante e neurolabile, spiegando agli interisti che una squadra che ha vinto diciotto scudetti e tre Coppe dei Campioni (perdonate il passatismo della definizione, è un omaggio a Herrera-Moratti) non può permettersi il lusso di fingersi fragile, o soggetta ai rovesci della sorte.
La critica ha spiegato ampiamente come, a parte la grinta dell'allenatore che è riuscito a farsi ampiamente perdonare la matrice bianconera, alcuni calciatori (Lukaku e Barella su tutti; dal mio divano aggiungo Bastoni) abbiano fatto la differenza. È noto come i proprietari cinesi abbiano messo nell'impresa molti quattrini, rinforzando molto la rosa, e ora non possano più farlo perché il capitalismo cinese è pur sempre un'economia pianificata, e il calcio non rientra nelle priorità di quel grande Paese.
L'Inter dunque deve rifare tutti i suoi conti, come tantissime supersquadre europee che non per caso hanno progettato la goffa congiura della Superlega. Con lo scudetto in tasca avrà modo di farli con un poco di serenità in più, di modo che nel 2030, quando sarà di nuovo il suo turno, potrà presentarsi in grande spolvero. Tutto quello che dovesse venire in più, di qui al 2030, sarà bene accetto. Ma lo scudetto del 2030, abbiate pazienza, è già prenotato.
Inter, lo speciale per lo scudetto n.19
Nel più anomalo e sconvolgente dei contesti, la vittoria dei nerazzurri è stata invece di una normalità incoercibile, per una ragione sportiva (ha vinto con largo margine, largo anticipo e largo merito, battendo sul campo tutte le avversarie dirette, Juve, Milan, Napoli, Atalanta) e per una ragione, diciamo così, rituale: l'Inter, da quando è nata, vince il campionato ogni dieci anni circa, e preferibilmente proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo decennio. Ha vinto nel 1910, nel '20, nel '30, nel '40, nel '71, nell'80, nell'89, nel 2010 (anno del Triplete), ora nel 2021. A scompigliare quella cadenza, e a ingrossare il bottino, i due scudetti degli anni Cinquanta, i tre dei Sessanta con Helenio Herrera, i quattro del Duemila con Roberto Mancini (quello vinto a tavolino non lo cito perché è solo un numero, non uno scudetto).
L'auto-narrazione interista, quella della "pazza Inter", è insomma più un vezzo di noi tifosi nerazzurri che una seria introspezione nell'interismo quello vero. Statisticamente, è la squadra italiana che ha diluito più regolarmente le proprie vittorie nel tempo, la più stabile, la più vincente in Italia dopo la Juventus e in Europa dopo il Milan, nonché la sola mai retrocessa in Serie B, privilegio che spetterebbe anche alla Juve non fosse stato per Calciopoli.
Gli alti e i bassi, ovviamente, fanno parte della storia di tutte le grandi squadre; ma la mitizzazione delle cadute come prova di sregolatezza (per fare risaltare di più il genio) è una vecchia abitudine di molte tifoserie, che amano sentirsi bersagliate dagli dèi. A noi interisti, poi, piace molto dire che il fondatore fu un pittore socialista, mentre il fondatore del Milan fu un commercialista. Come se nel Dna della squadra ci fosse una vocazione artistica, e un'incapacità di calcolo. Grande merito di Antonio Conte è stato mirare dritto al cuore di questa mitologia affascinante e neurolabile, spiegando agli interisti che una squadra che ha vinto diciotto scudetti e tre Coppe dei Campioni (perdonate il passatismo della definizione, è un omaggio a Herrera-Moratti) non può permettersi il lusso di fingersi fragile, o soggetta ai rovesci della sorte.
La critica ha spiegato ampiamente come, a parte la grinta dell'allenatore che è riuscito a farsi ampiamente perdonare la matrice bianconera, alcuni calciatori (Lukaku e Barella su tutti; dal mio divano aggiungo Bastoni) abbiano fatto la differenza. È noto come i proprietari cinesi abbiano messo nell'impresa molti quattrini, rinforzando molto la rosa, e ora non possano più farlo perché il capitalismo cinese è pur sempre un'economia pianificata, e il calcio non rientra nelle priorità di quel grande Paese.
L'Inter dunque deve rifare tutti i suoi conti, come tantissime supersquadre europee che non per caso hanno progettato la goffa congiura della Superlega. Con lo scudetto in tasca avrà modo di farli con un poco di serenità in più, di modo che nel 2030, quando sarà di nuovo il suo turno, potrà presentarsi in grande spolvero. Tutto quello che dovesse venire in più, di qui al 2030, sarà bene accetto. Ma lo scudetto del 2030, abbiate pazienza, è già prenotato.