Chi non si azzarda a fare questo è un politico finito", urlava Beppe Grillo a Bologna sopra a un canotto trasportato a braccia da migliaia di fan a piazza Maggiore nel marzo del 2010. Era il suo modo di sfidare i leader "che fanno i comizi negli alberghi", dopo aver fatto già risuonare il suo Vaffa al Palazzo tre anni prima nella stessa piazza. Se si accosta questa immagine a quella di Giuseppe Conte delle ultime settimane, assediato da ricorsi degli espulsi, tribunali che discutono della leadership, trattative sui debiti da saldare e inghippi statutari, non si sa se ridere o piangere. Se ne deve essere finalmente accorto anche l'ex premier, che ieri ha tentato di spezzare la prigione di silenzi e cavilli in cui è finito e di passare al contrattacco nei confronti di Rousseau. Ha promesso - parlando con Repubblica - che l'impasse "verrà presto superata, con o senza il consenso di Casaleggio", perché "non si può fermare il Movimento, la prima forza politica del Parlamento".
Un tentativo di ridare la parola alla politica, lasciando in secondo piano le carte bollate. Perché è questo che ci si aspetta da un leader e da un partito o movimento che sia: che faccia politica. Certo, Conte ha bisogno di una legittimazione (anche se è bene non dimenticare che né Grillo né Casaleggio sono stati mai eletti da un organismo politico) ed è ovvio che in tempi di Covid i comizi e le assemblee non sono una strada praticabile per imporre una leadership. Inoltre non rientra nello stile dell'ex premier probabilmente esibirsi su un canotto in piazza, anche se non ha disdegnato il tavolino davanti a Palazzo Chigi quando si è trattato di annunciare la sua discesa in campo alla testa dei 5Stelle.
Poi è come se fosse calato il sipario. Solo qualche incontro, qualche sparuto webinar, in cui per giunta si evita accuratamente di affrontare i nodi più intricati. Più di 24 ore per prendere una posizione dopo il dirompente video di Grillo a difesa del figlio accusato di stupro, senza contare il silenzio imposto ai ministri e ai parlamentari 5Stelle che subiscono il divieto (deciso dal Garante) di fare interviste. Una gigantesca afasia sembra essersi impossessata del Movimento e del suo leader, imprigionati in una specie di sortilegio, in una tela tessuta paradossalmente da quella stessa piattaforma Rousseau che, attraverso la rete, doveva far trionfare la democrazia diretta, liberare la politica. E invece la sta imbavagliando. Nel tentativo, ormai abbastanza evidente, di appropriarsi del Movimento o di distruggerlo.
Ma Conte è diventato il leader in pectore dei Cinque Stelle perché disponeva, e dispone ancora nonostante tutto, di un notevole consenso. E ora che non guida più il governo questo consenso va coltivato e sostenuto attraverso una proposta politica, una visione, un progetto per il Paese e per lo stesso Movimento. Non basta difendere il superbonus del 110 per cento. Bisogna affrontare anche le questioni più spinose, come l'alleanza alle amministrative con il Pd (se Zingaretti si candida a Roma i grillini rompono alla Regione Lazio o fanno un accordo con i dem? Tanto per dirne una) o il conflitto sul limite dei due mandati. Assumendosi ovviamente tutti i rischi del caso.
Solo le prossime settimane ci diranno se la controffensiva di ieri di Conte è un sussulto isolato dopo il quale riprenderà il sopravvento l'avvocato o se invece è una vera inversione di rotta dalla quale può emergere un leader.
Un tentativo di ridare la parola alla politica, lasciando in secondo piano le carte bollate. Perché è questo che ci si aspetta da un leader e da un partito o movimento che sia: che faccia politica. Certo, Conte ha bisogno di una legittimazione (anche se è bene non dimenticare che né Grillo né Casaleggio sono stati mai eletti da un organismo politico) ed è ovvio che in tempi di Covid i comizi e le assemblee non sono una strada praticabile per imporre una leadership. Inoltre non rientra nello stile dell'ex premier probabilmente esibirsi su un canotto in piazza, anche se non ha disdegnato il tavolino davanti a Palazzo Chigi quando si è trattato di annunciare la sua discesa in campo alla testa dei 5Stelle.
Poi è come se fosse calato il sipario. Solo qualche incontro, qualche sparuto webinar, in cui per giunta si evita accuratamente di affrontare i nodi più intricati. Più di 24 ore per prendere una posizione dopo il dirompente video di Grillo a difesa del figlio accusato di stupro, senza contare il silenzio imposto ai ministri e ai parlamentari 5Stelle che subiscono il divieto (deciso dal Garante) di fare interviste. Una gigantesca afasia sembra essersi impossessata del Movimento e del suo leader, imprigionati in una specie di sortilegio, in una tela tessuta paradossalmente da quella stessa piattaforma Rousseau che, attraverso la rete, doveva far trionfare la democrazia diretta, liberare la politica. E invece la sta imbavagliando. Nel tentativo, ormai abbastanza evidente, di appropriarsi del Movimento o di distruggerlo.
Ma Conte è diventato il leader in pectore dei Cinque Stelle perché disponeva, e dispone ancora nonostante tutto, di un notevole consenso. E ora che non guida più il governo questo consenso va coltivato e sostenuto attraverso una proposta politica, una visione, un progetto per il Paese e per lo stesso Movimento. Non basta difendere il superbonus del 110 per cento. Bisogna affrontare anche le questioni più spinose, come l'alleanza alle amministrative con il Pd (se Zingaretti si candida a Roma i grillini rompono alla Regione Lazio o fanno un accordo con i dem? Tanto per dirne una) o il conflitto sul limite dei due mandati. Assumendosi ovviamente tutti i rischi del caso.
Solo le prossime settimane ci diranno se la controffensiva di ieri di Conte è un sussulto isolato dopo il quale riprenderà il sopravvento l'avvocato o se invece è una vera inversione di rotta dalla quale può emergere un leader.