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(ansa)

Se la destra si fa male da sola

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Il buco nero delle candidature alle amministrative non riflette solo una scaramuccia sui nomi
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La destra, o se si preferisce il centrodestra, sta dando prova in questi giorni di una singolare inclinazione autodistruttiva. Il tema sono i candidati sindaci a Roma e Milano, le due città principali in cui si voterà dopo l'estate: candidati che non ci sono o che sono evaporati dopo qualche vago affidamento preliminare. Albertini a Milano e Bertolaso a Roma erano le due carte messe sul tavolo, con rumore mediatico soprattutto da parte di Salvini, ma adesso che sono sparite ci si domanda se esista un "piano B" che non sia fragile o meramente rituale.
Il problema è tutto politico e riguarda soprattutto Lega e Fratelli d'Italia, quindi la destra propriamente detta, perché la componente moderata di Forza Italia si tiene in disparte, senza adoperarsi più di tanto per mediare fra i due cosiddetti alleati; anzi, si potrebbe persino immaginare che la frattura non dispiaccia troppo ai berlusconiani, desiderosi di guadagnare qualche vantaggi…
La destra, o se si preferisce il centrodestra, sta dando prova in questi giorni di una singolare inclinazione autodistruttiva. Il tema sono i candidati sindaci a Roma e Milano, le due città principali in cui si voterà dopo l'estate: candidati che non ci sono o che sono evaporati dopo qualche vago affidamento preliminare. Albertini a Milano e Bertolaso a Roma erano le due carte messe sul tavolo, con rumore mediatico soprattutto da parte di Salvini, ma adesso che sono sparite ci si domanda se esista un "piano B" che non sia fragile o meramente rituale.
Il problema è tutto politico e riguarda soprattutto Lega e Fratelli d'Italia, quindi la destra propriamente detta, perché la componente moderata di Forza Italia si tiene in disparte, senza adoperarsi più di tanto per mediare fra i due cosiddetti alleati; anzi, si potrebbe persino immaginare che la frattura non dispiaccia troppo ai berlusconiani, desiderosi di guadagnare qualche vantaggio e un po' di spazio al centro, magari interloquendo con il Pd di Enrico Letta.

Comunque sia, il buco nero delle candidature non riflette solo una scaramuccia sui nomi; è invece l'esito di un lungo conflitto finora compresso tra Salvini e Giorgia Meloni. Conflitto non sui programmi, visto che non si capisce in cosa la visione dell'uno differisca da quella dell'altra, ammesso che tale visione esista. L'urto è piuttosto sul potere e sulle ambizioni personali, legittime ma inesorabili nello scavare un fossato tra i due.

Quanto alla divisione rispetto al governo Draghi, essa non è mai stata un artificio tattico, come molti hanno pensato: viceversa era ed è una rivalità per la conquista della leadership su di un elettorato che vale almeno il 40 per cento, probabilmente qualcosa di più. Controllarlo garantisce il governo del paese; s'intende non oggi - avendo la politica, anche a destra, delegato all'ex presidente della Bce il compito di rimettere in sesto il paese - bensì in un futuro non così remoto: quel 2023 termine ultimo della legislatura in corso. Per allora Lega e FdI dovranno aver composto dissensi e divergenze oppure dovranno consumare fino in fondo la loro guerra, al termine della quale una sigla sarà prevalente e l'altra dovrà rassegnarsi al ruolo di alleato minore.

Tutto ciò che accade va dunque visto alla luce di un confronto via via più aspro. Ovvio che a sinistra i democratici in affanno, ma anche i 5S disastrati assistono seduti sulla riva del fiume, increduli per il regalo che gli avversari stanno confezionando per loro. Lo schieramento Lega-FdI-FI, che i sondaggi indicano maggioritario nel paese, si avvia con discrete probabilità a perdere fra pochi mesi tutte le città più importanti. A conferma di quale sia il prezzo che si paga quando non si dispone di una classe dirigente adeguata. Eppure la spaccatura sulle candidature non è che un passaggio dello scontro. Se si vuole un altro esempio, persino più significativo, si deve guardare al Copasir, cioè al duello per la presidenza del comitato parlamentare sui servizi segreti. Da un lato la Lega che non vuole cedere quel posto che spetta all'opposizione - ed è logico che sia così - , dall'altro Giorgia Meloni che lo rivendica con forza, visto che lei all'opposizione è rimasta. È in gioco una fetta di potere tutt'altro che trascurabile. Come sorprendersi quindi se l'intero rapporto Lega-FdI appare logorato e con esso le prospettive della destra? I voti continueranno ad arrivare, ma riuscire a gestirli resta un rebus irrisolto.