La caratteristica più sorprendente di David Swensen era la pacatezza. Il leggendario investitore dell'Università di Yale, che è morto il 5 maggio 2021 a 67 anni dopo una lunga malattia, avrebbe avuto tutte le ragioni per essere arrogante: era un vero rivoluzionario nel mondo degli investimenti, aveva ottenuto risultati spettacolari ed era un oggetto di culto tra gli addetti ai lavori. Ma nelle rare conversazioni che abbiamo avuto (Swensen non amava molto la stampa), mi aveva sempre colpito il suo tono pacato, tranquillo ed educato, così diverso da altri giganti della finanza.
Per essere nel Pantheon dei più grandi investitori dell'era moderna, accanto "all'Oracolo di Omaha" Warren Buffett, Swensen è poco conosciuto fuori dagli Stati Uniti e da Wall Street. Ma la sua eredità è enorme e influenza l'intero "mondo del denaro".
Per capirla, bisogna spiegare che le università americane sopra…
Per essere nel Pantheon dei più grandi investitori dell'era moderna, accanto "all'Oracolo di Omaha" Warren Buffett, Swensen è poco conosciuto fuori dagli Stati Uniti e da Wall Street. Ma la sua eredità è enorme e influenza l'intero "mondo del denaro".
Per capirla, bisogna spiegare che le università americane sopra…
La caratteristica più sorprendente di David Swensen era la pacatezza. Il leggendario investitore dell'Università di Yale, che è morto il 5 maggio 2021 a 67 anni dopo una lunga malattia, avrebbe avuto tutte le ragioni per essere arrogante: era un vero rivoluzionario nel mondo degli investimenti, aveva ottenuto risultati spettacolari ed era un oggetto di culto tra gli addetti ai lavori. Ma nelle rare conversazioni che abbiamo avuto (Swensen non amava molto la stampa), mi aveva sempre colpito il suo tono pacato, tranquillo ed educato, così diverso da altri giganti della finanza.
Per essere nel Pantheon dei più grandi investitori dell'era moderna, accanto "all'Oracolo di Omaha" Warren Buffett, Swensen è poco conosciuto fuori dagli Stati Uniti e da Wall Street. Ma la sua eredità è enorme e influenza l'intero "mondo del denaro".
Per capirla, bisogna spiegare che le università americane sopravvivono grazie a ricchi benefattori le cui donazioni vengono raggruppate in un endowment che è a sua volta investito in fondi. Il successo di questi investimenti garantisce il futuro degli istituti accademici.
Quando Swensen prese le redini a Yale nel 1985, alla tenera età di 31 anni, l'università aveva circa un miliardo di dollari in cassaforte. Oggi, il tesoro di Yale vale 32 miliardi, senza contare i milioni di dollari presi dall'endowment e spesi per migliorare edifici e servizi. Se Yale avesse investito quel miliardo nell'S&P 500, l'indice-guida Usa, senza prendere nulla dall'endowment, oggi avrebbe solo 24 miliardi di dollari.
Come è possibile che un ragazzo proveniente dalle grandi praterie del Wisconsin sia riuscito a fare meglio del mercato azionario in uno dei periodi più redditizi per le Borse? L'intuizione di Swensen fu semplice ma profonda: meglio pescare in acque meno battute. Invece di cercare il jolly tra azioni e obbligazioni, dove andavano le masse, lui guardò ai cosiddetti "investimenti alternativi": hedge fund, private equity e venture capital. Oggi lo fanno tutti ma all'epoca questo tipo d'investimento era considerato rischiosissimo per via dell'illiquidità - il fatto che, a differenza delle azioni, questi beni non si possono vendere facilmente quando i mercati calano.
A chi lo criticava, Swensen rispondeva con altri due mantra: diversificazione e mancanza di correlazione. In parole povere, Yale metteva uova in diversi panieri in modo che non si sarebbero rotte tutte allo stesso momento. A dirla con Swensen: "Per un dato livello di rendimento, se diversifichi puoi ottenere quel rendimento con un rischio inferiore. Per un dato livello di rischio, diversificando puoi ottenere un rendimento maggiore. È fantastico! È come avere il pranzo gratis".
Per andare oltre le Colonne d'Ercole dei mercati, Swensen creò un gruppo di giovani analisti che giravano il mondo esaminando centinaia di investimenti alternativi per Yale. Alcuni di loro oggi sono a capo degli endowment di università prestigiose quali il Massachusetts Institute of Technology, Stanford e Princeton.
Swensen, che continuò a insegnare a Yale nel corso della sua carriera, ebbe anche momenti bui. Fu criticato durante la crisi finanziaria del 2008, perché l'illiquidità del suo modello esacerbò le perdite di molti investitori. Più di recente, era stato attaccato dagli studenti di Yale che volevano che non investisse più in aziende inquinanti.
Ma la sfida più interessante è quella che, purtroppo, il guru di Yale non combatterà: come continuare a pescare in acque meno battute quando, grazie proprio a Swensen, gli investimenti alternativi sono ormai alla portata di tutti. Starà ai suoi discepoli, colleghi e studenti trovare la risposta. Magari proprio ad alcuni di quelli che erano in un aula per l'ultima lezione del più grande investitore dei nostri tempi.
Per essere nel Pantheon dei più grandi investitori dell'era moderna, accanto "all'Oracolo di Omaha" Warren Buffett, Swensen è poco conosciuto fuori dagli Stati Uniti e da Wall Street. Ma la sua eredità è enorme e influenza l'intero "mondo del denaro".
Per capirla, bisogna spiegare che le università americane sopravvivono grazie a ricchi benefattori le cui donazioni vengono raggruppate in un endowment che è a sua volta investito in fondi. Il successo di questi investimenti garantisce il futuro degli istituti accademici.
Quando Swensen prese le redini a Yale nel 1985, alla tenera età di 31 anni, l'università aveva circa un miliardo di dollari in cassaforte. Oggi, il tesoro di Yale vale 32 miliardi, senza contare i milioni di dollari presi dall'endowment e spesi per migliorare edifici e servizi. Se Yale avesse investito quel miliardo nell'S&P 500, l'indice-guida Usa, senza prendere nulla dall'endowment, oggi avrebbe solo 24 miliardi di dollari.
Come è possibile che un ragazzo proveniente dalle grandi praterie del Wisconsin sia riuscito a fare meglio del mercato azionario in uno dei periodi più redditizi per le Borse? L'intuizione di Swensen fu semplice ma profonda: meglio pescare in acque meno battute. Invece di cercare il jolly tra azioni e obbligazioni, dove andavano le masse, lui guardò ai cosiddetti "investimenti alternativi": hedge fund, private equity e venture capital. Oggi lo fanno tutti ma all'epoca questo tipo d'investimento era considerato rischiosissimo per via dell'illiquidità - il fatto che, a differenza delle azioni, questi beni non si possono vendere facilmente quando i mercati calano.
A chi lo criticava, Swensen rispondeva con altri due mantra: diversificazione e mancanza di correlazione. In parole povere, Yale metteva uova in diversi panieri in modo che non si sarebbero rotte tutte allo stesso momento. A dirla con Swensen: "Per un dato livello di rendimento, se diversifichi puoi ottenere quel rendimento con un rischio inferiore. Per un dato livello di rischio, diversificando puoi ottenere un rendimento maggiore. È fantastico! È come avere il pranzo gratis".
Per andare oltre le Colonne d'Ercole dei mercati, Swensen creò un gruppo di giovani analisti che giravano il mondo esaminando centinaia di investimenti alternativi per Yale. Alcuni di loro oggi sono a capo degli endowment di università prestigiose quali il Massachusetts Institute of Technology, Stanford e Princeton.
Swensen, che continuò a insegnare a Yale nel corso della sua carriera, ebbe anche momenti bui. Fu criticato durante la crisi finanziaria del 2008, perché l'illiquidità del suo modello esacerbò le perdite di molti investitori. Più di recente, era stato attaccato dagli studenti di Yale che volevano che non investisse più in aziende inquinanti.
Ma la sfida più interessante è quella che, purtroppo, il guru di Yale non combatterà: come continuare a pescare in acque meno battute quando, grazie proprio a Swensen, gli investimenti alternativi sono ormai alla portata di tutti. Starà ai suoi discepoli, colleghi e studenti trovare la risposta. Magari proprio ad alcuni di quelli che erano in un aula per l'ultima lezione del più grande investitore dei nostri tempi.