Solo pochi giorni fa Ursula von der Leyen aveva dovuto ammettere che quando l’Italia, nel pieno della prima ondata pandemica, aveva invocato l’intervento solidale dell’Unione Europea la risposta non era stata immediata. Certo, poi tutti i dubbi e le perplessità che una parte del sistema comunitario aveva espresso in quel momento - basti ricordare la gaffe fatta dalla presidente della Bce Lagarde giustamente sanzionata dal presidente della Repubblica Mattarella - sono svanite ed è stata impressa la più grande svolta della storia dell’Unione: il Recovery fund.
Troppo spesso, però, le istituzioni di Bruxelles appaiono appesantite da un tempo di ritardo. Come se avessero bisogno di una carburazione in più. Come se l’allineamento tra il profilo politico e quello tecnocratico avesse perennemente necessità di una invisibile compensazione.
Quel tempo in più però a volte è determinante. Nella crisi mon…
Troppo spesso, però, le istituzioni di Bruxelles appaiono appesantite da un tempo di ritardo. Come se avessero bisogno di una carburazione in più. Come se l’allineamento tra il profilo politico e quello tecnocratico avesse perennemente necessità di una invisibile compensazione.
Quel tempo in più però a volte è determinante. Nella crisi mon…
Solo pochi giorni fa Ursula von der Leyen aveva dovuto ammettere che quando l’Italia, nel pieno della prima ondata pandemica, aveva invocato l’intervento solidale dell’Unione Europea la risposta non era stata immediata. Certo, poi tutti i dubbi e le perplessità che una parte del sistema comunitario aveva espresso in quel momento - basti ricordare la gaffe fatta dalla presidente della Bce Lagarde giustamente sanzionata dal presidente della Repubblica Mattarella - sono svanite ed è stata impressa la più grande svolta della storia dell’Unione: il Recovery fund.
Troppo spesso, però, le istituzioni di Bruxelles appaiono appesantite da un tempo di ritardo. Come se avessero bisogno di una carburazione in più. Come se l’allineamento tra il profilo politico e quello tecnocratico avesse perennemente necessità di una invisibile compensazione.
Quel tempo in più però a volte è determinante. Nella crisi mondiale innescata dal Coronavirus, ogni passo non compiuto o ritardato costituisce una ferita al processo cui tutti si sentono impegnati: il ritorno alla normalità. Anche stavolta l’Italia chiede di dare un colpo di accelerazione su una scelta europea: la Carta che darà la possibilità di varcare i confini dei Paesi europei senza le limitazioni e le quarantene sin qui imposte dall’epidemia. È evidente che si tratta di un percorso da studiare secondo le regole dettate dai dati sul virus, da quelle sulla privacy e dal buon senso. E senza nascondere che il nostro Paese ha un interesse specifico: il turismo. Abbiamo bisogno di poter riaccogliere chi visita le nostre città, spiagge o montagne. E farlo da subito. Ma l’Unione non può di nuovo commettere l’errore di capire in ritardo.
Il Recovery è la più grande occasione di rinascita per l’Italia e contemporaneamente la più grande opportunità di sviluppo politico per l’Ue. Se Roma perde questa sfida, anche l’impianto europeo ne uscirà a pezzi. Il Pnrr da solo non può essere sufficiente a riconquistare la normalità e soprattutto a rimettere in ordine i conti della nostra economia. I quasi duecento miliardi in cinque anni che ci saranno erogati rappresentano un turbo straordinario, ma insufficiente se le risorse tradizionali non saranno rianimate. Nelle previsioni sulla nostra economia infatti c’è un dato costante: cresceremo nei prossimi anni ma meno della media europea. Un deficit che non dovrebbe essere ulteriormente appesantito.
La green card europea, allora, è ormai pronta da tempo, sostanzialmente definita. Gli uffici di Bruxelles hanno predisposto tutto. Perché allora aspettare la fine di giugno, ossia altri due mesi, per attivarla? Draghi ha sostanzialmente posto questa domanda ai leader dell’Unione riuniti ieri in Portogallo. Lo spazio per non perdere di nuovo quel tempo in più è davanti agli occhi di tutti. Basta occuparlo.
Il progresso politico, sociale e istituzionale raggiunto nell’ultimo anno dall’Unione europea va nutrito con nuove abitudini e anche con riforme che adeguino i processi decisionali. Oggi a Strasburgo, ad esempio, prenderà il via la Conferenza sul futuro dell’Europa. Avrà un anno per capire se un altro balzo sarà possibile. Se il feticcio delle decisioni all’unanimità possa essere messo in discussione. Molti dei protagonisti della Conferenza non nascondono il proprio scetticismo sulle probabilità di modificare i Trattati e renderli capaci di affrontare la velocità della nostra epoca. Forse ci sarà l’occasione per sfruttare alcune clausole già presenti e introdurre il voto a maggioranza per un numero limitate di materie. Di certo, l’unica cosa che l’Europa non può fare, è rimanere ferma come se il tempo per questo Continente potesse essere indefinitamente sospeso. Come per il Recovery un anno fa, come per il “certificato verde” ora e come per la Conferenza di Strasburgo nel prossimo anno, le scelte vanno prese secondo i ritmi del XXI secolo. E non di quello scorso.
Troppo spesso, però, le istituzioni di Bruxelles appaiono appesantite da un tempo di ritardo. Come se avessero bisogno di una carburazione in più. Come se l’allineamento tra il profilo politico e quello tecnocratico avesse perennemente necessità di una invisibile compensazione.
Quel tempo in più però a volte è determinante. Nella crisi mondiale innescata dal Coronavirus, ogni passo non compiuto o ritardato costituisce una ferita al processo cui tutti si sentono impegnati: il ritorno alla normalità. Anche stavolta l’Italia chiede di dare un colpo di accelerazione su una scelta europea: la Carta che darà la possibilità di varcare i confini dei Paesi europei senza le limitazioni e le quarantene sin qui imposte dall’epidemia. È evidente che si tratta di un percorso da studiare secondo le regole dettate dai dati sul virus, da quelle sulla privacy e dal buon senso. E senza nascondere che il nostro Paese ha un interesse specifico: il turismo. Abbiamo bisogno di poter riaccogliere chi visita le nostre città, spiagge o montagne. E farlo da subito. Ma l’Unione non può di nuovo commettere l’errore di capire in ritardo.
Il Recovery è la più grande occasione di rinascita per l’Italia e contemporaneamente la più grande opportunità di sviluppo politico per l’Ue. Se Roma perde questa sfida, anche l’impianto europeo ne uscirà a pezzi. Il Pnrr da solo non può essere sufficiente a riconquistare la normalità e soprattutto a rimettere in ordine i conti della nostra economia. I quasi duecento miliardi in cinque anni che ci saranno erogati rappresentano un turbo straordinario, ma insufficiente se le risorse tradizionali non saranno rianimate. Nelle previsioni sulla nostra economia infatti c’è un dato costante: cresceremo nei prossimi anni ma meno della media europea. Un deficit che non dovrebbe essere ulteriormente appesantito.
La green card europea, allora, è ormai pronta da tempo, sostanzialmente definita. Gli uffici di Bruxelles hanno predisposto tutto. Perché allora aspettare la fine di giugno, ossia altri due mesi, per attivarla? Draghi ha sostanzialmente posto questa domanda ai leader dell’Unione riuniti ieri in Portogallo. Lo spazio per non perdere di nuovo quel tempo in più è davanti agli occhi di tutti. Basta occuparlo.
Il progresso politico, sociale e istituzionale raggiunto nell’ultimo anno dall’Unione europea va nutrito con nuove abitudini e anche con riforme che adeguino i processi decisionali. Oggi a Strasburgo, ad esempio, prenderà il via la Conferenza sul futuro dell’Europa. Avrà un anno per capire se un altro balzo sarà possibile. Se il feticcio delle decisioni all’unanimità possa essere messo in discussione. Molti dei protagonisti della Conferenza non nascondono il proprio scetticismo sulle probabilità di modificare i Trattati e renderli capaci di affrontare la velocità della nostra epoca. Forse ci sarà l’occasione per sfruttare alcune clausole già presenti e introdurre il voto a maggioranza per un numero limitate di materie. Di certo, l’unica cosa che l’Europa non può fare, è rimanere ferma come se il tempo per questo Continente potesse essere indefinitamente sospeso. Come per il Recovery un anno fa, come per il “certificato verde” ora e come per la Conferenza di Strasburgo nel prossimo anno, le scelte vanno prese secondo i ritmi del XXI secolo. E non di quello scorso.