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Hamas e l'ombra di Erdogan

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Dietro ai venti di una terza Intifada
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Una pioggia di razzi senza precedenti, lanciati da Gaza su Gerusalemme e Tel Aviv: nella storia del lungo conflitto israeliano-palestinese non si era mai vista un’offensiva del genere, per numero di missili, centinaia al giorno, raggio d’azione, fino a 100 chilometri dalla striscia, e potenza. La prova di forza di Hamas, che sottrae il duello ad Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese con il cui beneplacito era probabilmente iniziato, ne fa una sfida frontale tra i fondamentalisti islamici della striscia e Israele. La nuova scossa che fa tremare il Medio Oriente rischia di diventare così l’inizio di un’altra grande rivolta: il “Big One” pronosticato e temuto da vent’anni, come lo chiama con linguaggio da terremoto Thomas Friedman, columnist premio Pulitzer del New York Times. La terza Intifada.

Le sirene che suonano per avvertire che Tel Aviv è sotto un attacco di queste dimensioni si erano sent…
Una pioggia di razzi senza precedenti, lanciati da Gaza su Gerusalemme e Tel Aviv: nella storia del lungo conflitto israeliano-palestinese non si era mai vista un’offensiva del genere, per numero di missili, centinaia al giorno, raggio d’azione, fino a 100 chilometri dalla striscia, e potenza. La prova di forza di Hamas, che sottrae il duello ad Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese con il cui beneplacito era probabilmente iniziato, ne fa una sfida frontale tra i fondamentalisti islamici della striscia e Israele. La nuova scossa che fa tremare il Medio Oriente rischia di diventare così l’inizio di un’altra grande rivolta: il “Big One” pronosticato e temuto da vent’anni, come lo chiama con linguaggio da terremoto Thomas Friedman, columnist premio Pulitzer del New York Times. La terza Intifada.

Le sirene che suonano per avvertire che Tel Aviv è sotto un attacco di queste dimensioni si erano sentite soltanto durante la guerra del Golfo, quando Saddam Hussein rispose all’invasione americana bombardando lo Stato ebraico con i suoi missili Scud. A Gerusalemme è la prima volta: la città santa delle tre religioni, dunque anche dell’Islam, era stata risparmiata perfino dal raìs iracheno. «Hanno superato ogni linea rossa», afferma Benjamin Netanyahu. La reazione israeliana, già cominciata con i raid aerei su Gaza, non sarà da meno.

La miccia dell’incendio è annidata in una serie di coincidenze: il minacciato sfratto di quattro famiglie palestinesi da Gerusalemme est, le celebrazioni israeliane per l’unificazione della città nella guerra dei Sei Giorni del ’67, la chiusura dell’accesso alla porta di Damasco nell’imminenza della fine del Ramadan. Dietro l’insurrezione spontanea che ne è risultata, tuttavia, si intravede una mossa d’azzardo per rilanciare la diplomazia. Come riconoscono il quotidiano israeliano Haaretz e numerosi commentatori arabi, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, dalla sua enclave in Cisgiordania, ha incoraggiato la guerriglia nei vicoli della Città Vecchia nel tentativo di attirare l’attenzione di Joe Biden, per spingere il presidente americano a riprendere i negoziati di pace sospesi da Barack Obama e definitivamente abbandonati da Donald Trump. Ma a parte che Biden non sembra intenzionato a farsi distrarre dal suo obiettivo principale nell’area, il ripristino dell’accordo nucleare con l’Iran, Abu Mazen è stato preso in contropiede da Hamas.

Chiuso nella striscia di terra che governa dal 2006, il gruppo fondamentalista è improvvisamente intervenuto alzando il livello dello scontro. I rudimentali missili lanciati in passato erano più sporadici e con gittata più breve: ora i palestinesi di Gaza dimostrano una capacità di fuoco molto più potente. Finora hanno perso la vita tre israeliani e una trentina di palestinesi, incluso un comandante di Hamas e uno della Jihad islamica, l’altro gruppo fondamentalista locale. Il confronto che Abu Mazen desiderava ingaggiare con Netanyahu è già diventato una battaglia tra Hamas e il premier israeliano. Gaza strappa l’iniziativa all’Autorità Palestinese.

Una fiammata di disordini può fare comodo ad Abu Mazen per giustificare la decisione di rinviare le elezioni, promesse da quindici anni e cancellate perché l’anziano successore di Arafat, al potere dal 2008, teme di perderle. Ma una terza Intifada sarebbe più utile ad Hamas, per reclamare un ruolo centrale nella lotta per l’indipendenza. Paradossalmente gioverebbe anche a Netanyahu: non si cambia premier nel mezzo di una guerra, può dire Bibi dopo l’ennesimo voto inconcludente. Sullo sfondo, come sempre nel Grande Gioco mediorientale, si muovono varie forze: la Turchia di Erdogan, che sostiene Hamas aspirando alla parte di sultano d’Oriente, leader del mondo musulmano e autentico difensore dei movimenti islamici, in contrapposizione con gli Emirati, l’Arabia Saudita e l’Egitto, a suo giudizio entrati nell’orbita israeliana; l’Iran, che appoggia la Jihad palestinese; gli Emirati Arabi e gli altri Paesi che hanno firmato gli accordi di Abramo con Israele (inclusi i sauditi che non li hanno firmati ma potrebbero farlo), più interessati agli affari con Gerusalemme che a un conflitto; l’amministrazione Biden, che ha già abbastanza problemi con Cina e Russia; e l’Unione Europea, che considera entrambi i gruppi palestinesi islamici come organizzazioni terroristiche e non sembra avere soluzioni da proporre.

Una cosa è certa: gli storici accordi di Abramo hanno contribuito a stabilizzare la regione, aprendo prospettive inedite, ma la questione palestinese non è scomparsa. La prima Intifada fu quella delle pietre. La seconda viene ricordata per gli attentati suicidi. La terza, il “Big One”, verrebbe combattuta con i missili, quelli dei lanciarazzi di Gaza e dei caccia israeliani.