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Il segretario della Lega Matteo Salvini (agf)

Salvini e la mossa che svela la trappola per il premier

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Il leader della Lega sta precipitando l'esecutivo in un limbo. E sta attentando alla buona riuscita del Recovery plan, il pilastro sul quale si fonda l'unica possibile ripartenza del Paese
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Abbiamo sbagliato: non era un Matteo Salvini di lotta e di governo. Il governo non c'è. Resta solo la lotta, condotta con i suoi metodi abituali: clamore mediatico, strappi, indisponibilità alla mediazione e cioè, in una parola, alla politica. Il leader della Lega sta precipitando il governo in un limbo pericoloso. Quando dice che le riforme non devono entrare in agenda non sta solo minando l'esecutivo, e mostrando tutta la fretta di congedare Mario Draghi, al quale ha dato la fiducia appena tre mesi fa, ma sta anche attentando alla buona riuscita del Recovery plan italiano, il pilastro sul quale si fonda l'unica possibile ripartenza del Paese. La contraddizione è palese: le riforme - su tutte giustizia e pubblica amministrazione - non sono un di più, bensì in alcuni casi la condizione necessaria per accedere ai fondi Ue. Senza, crolla tutto. Uno scenario che, al limite, può intrigare una forza dell'opposizione - e non d…
Abbiamo sbagliato: non era un Matteo Salvini di lotta e di governo. Il governo non c'è. Resta solo la lotta, condotta con i suoi metodi abituali: clamore mediatico, strappi, indisponibilità alla mediazione e cioè, in una parola, alla politica. Il leader della Lega sta precipitando il governo in un limbo pericoloso. Quando dice che le riforme non devono entrare in agenda non sta solo minando l'esecutivo, e mostrando tutta la fretta di congedare Mario Draghi, al quale ha dato la fiducia appena tre mesi fa, ma sta anche attentando alla buona riuscita del Recovery plan italiano, il pilastro sul quale si fonda l'unica possibile ripartenza del Paese. La contraddizione è palese: le riforme - su tutte giustizia e pubblica amministrazione - non sono un di più, bensì in alcuni casi la condizione necessaria per accedere ai fondi Ue. Senza, crolla tutto. Uno scenario che, al limite, può intrigare una forza dell'opposizione - e non dovrebbe comunque, dato che l'esito non è anti-Draghi ma semplicemente anti-italiano - non certo un partito che ha scelto di entrare in maggioranza e dunque farsi carico della responsabilità di fare.

Salvini fa parte di quella categoria di politici che praticano un solo schema di gioco e dunque lo applicano in ogni situazione. È stata la sua fortuna in alcuni momenti, la causa delle sue disfatte in altre. La tragicommedia del Papeete non sembra avergli portato consiglio. Non è un mistero che, fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto fuori dall'operazione Draghi. Chi lo ha convinto a sostenerlo, Giancarlo Giorgetti in testa, lo ha fatto proprio insistendo sulla possibilità per la Lega di rientrare in partita, dopo mesi anonimi di post su Internet e di logorio elettorale. Ma Salvini gioca solo per Salvini. Si può solo immaginare la sua insoddisfazione nel vedere Giorgia Meloni libera di scorrazzare all'opposizione, là dove i post su Internet e i proclami in tv non hanno bisogno di controprove fattuali.

Non va sottovalutato, per spiegare le tensioni di queste ore, il tema della competizione per la leadership del centrodestra - che non si dovrebbe più chiamare tale: il centro in quell'area conta come i partiti contadini nel blocco sovietico - lo dimostra la rincorsa quotidiana tra Lega e FdI, una marcatura reciproca e a tratti spudorata: è forse la prima volta nelle storie delle democrazie che due forze, una all'opposizione e l'altra al governo, dicono in sostanza le stesse cose, ognuna con l'ansia di dimostrare di essere più efficace e più coerente dell'altra rispetto alle proprie posizioni storiche. Persino le foto sul web sono materia di concorrenza, come quando pochi giorni fa Meloni ha incontrato il leader di Vox, il partito spagnolo di nostalgici del franchismo, e Salvini si è affrettato a rispondere nel giro di poche ore con Marine Le Pen. Nell'uno e nell'altro caso, peraltro, non proprio il fiore della destra europea. L'Italia continua a essere l'unico grande Paese dove la destra con ambizioni di governo, orfana di Trump, guarda a Orbán anziché a Merkel.

Quando poi Salvini lusinga Draghi sostenendo si tratti del candidato ideale della Lega per il Quirinale, ovviamente bisogna leggere la proposta per quel che è: l'ansia di anticipare la fine della legislatura per tornare subito dopo alle urne dove la destra, stavolta non a torto, ritiene di poter vincere facilmente sui disgraziati avversari, Pd e M5S, impegnati in una alleanza sempre più surreale, dichiarata ma inconsistente sui programmi oltre che latitante nelle grandi città dove si andrà al voto in autunno.

Non era sicuramente questo lo sforzo che Sergio Mattarella aveva chiesto ai partiti quando, dopo la caduta del Conte bis, li aveva esortati a dar vita a un governo di emergenza e di tregua nazionale. Non è difficile indovinare quale possa essere l'umore del presidente della Repubblica davanti a una maggioranza entrata in panne prima del previsto. Ma forse, dal punto di vista di Salvini, pesa anche la volontà di chiudere la porta alla possibilità di un Mattarella bis, soluzione che il presidente in carica non insegue, e che però rappresenta senz'altro una delle poche ipotesi concrete per mantenere un equilibrio istituzionale ed evitare l'ennesima pericolosa crisi al buio.

Si tratta, ammesso e non concesso che a Salvini riesca il gioco di azzoppare Draghi, di una scelta miope. Perché chi governerà l'Italia nella prossima legislatura avrà margini di azione solo se questo esecutivo sarà riuscito a porre le basi di una ripartenza. Altrimenti il prossimo presidente del Consiglio, anche con una solida maggioranza, amministrerà macerie.