Un Paese che non controlla come vengono spesi i soldi pubblici non è civile. Ne consegue il massimo rispetto per le funzioni dei magistrati della Corte dei Conti. Siamo pure persuasi che le ragioni alla base della loro decisione di rifiutare il visto ai finanziamenti pubblici per il vaccino italiano anti-Covid, cui sta lavorando la ReiThera di Castel Romano, avranno qualche fondamento. Aspettiamo dunque di leggere le motivazioni della bocciatura, che verranno rese note, a quanto pare, entro 30 giorni.
Trenta giorni: si fatica a crederlo. E qui, non ce ne vogliano i giudici contabili, qualcosa decisamente non torna. Ma come, c'è una pandemia in corso che a tutt'oggi con la curva in discesa fa almeno 200 morti al giorno, e dobbiamo aspettare un mese per sapere perché il vaccino ideato da una società italiana che potrebbe magari dare una svolta alla guerra al virus, finora pesantemente condizionata dalla carenza di antidoti e da una inaccettabile sudd…
Trenta giorni: si fatica a crederlo. E qui, non ce ne vogliano i giudici contabili, qualcosa decisamente non torna. Ma come, c'è una pandemia in corso che a tutt'oggi con la curva in discesa fa almeno 200 morti al giorno, e dobbiamo aspettare un mese per sapere perché il vaccino ideato da una società italiana che potrebbe magari dare una svolta alla guerra al virus, finora pesantemente condizionata dalla carenza di antidoti e da una inaccettabile sudd…
Un Paese che non controlla come vengono spesi i soldi pubblici non è civile. Ne consegue il massimo rispetto per le funzioni dei magistrati della Corte dei Conti. Siamo pure persuasi che le ragioni alla base della loro decisione di rifiutare il visto ai finanziamenti pubblici per il vaccino italiano anti-Covid, cui sta lavorando la ReiThera di Castel Romano, avranno qualche fondamento. Aspettiamo dunque di leggere le motivazioni della bocciatura, che verranno rese note, a quanto pare, entro 30 giorni.
Trenta giorni: si fatica a crederlo. E qui, non ce ne vogliano i giudici contabili, qualcosa decisamente non torna. Ma come, c'è una pandemia in corso che a tutt'oggi con la curva in discesa fa almeno 200 morti al giorno, e dobbiamo aspettare un mese per sapere perché il vaccino ideato da una società italiana che potrebbe magari dare una svolta alla guerra al virus, finora pesantemente condizionata dalla carenza di antidoti e da una inaccettabile sudditanza europea verso le case farmaceutiche, non può avere un contributo statale a fondo perduto di 41 milioni?
Quarantuno milioni. Per avere un'idea, sono sette milioni in meno dello stanziamento statale per l'Acquario Green di Taranto sponsorizzato da un sottosegretario tarantino, una ventina in meno rispetto al buco aperto dal casinò nel bilancio del Comune di Campione d'Italia, e addirittura un quarto dei soldi buttati dalla finestra per i 2.700 navigator inutilmente incaricati di trovare lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza.
Appena briciole, quindi. Che però in questa situazione potrebbero davvero fare la differenza, contrariamente a certe dissipazioni di denari dei contribuenti insensate e scandalose ma formalmente perfettamente regolari. Sulle quali, perciò, la Corte dei Conti non ha avuto ovviamente nulla da dire.
Di nuovo: non dubitiamo che la pratica di quel (modesto) finanziamento pubblico a ReiThera possa aver suscitato qualche rilievo formale. Ma a parte la ovvia considerazione circa la differenza fra forma e sostanza, per cui secondo buonsenso in determinati frangenti la seconda dovrebbe decisamente prevalere sulla prima, è quel mese che fa più riflettere. Perché è ancora una volta il segnale della distanza abissale che separa la burocrazia dalla realtà italiana e dalle necessità dei cittadini.
Descritta come la Patria del Diritto, l'Italia meriterebbe invece l'appellativo di Patria del formalismo. Dove i tribunali amministrativi e il Consiglio di Stato sommersi da ricorsi sfornano giudizi spesso contraddittori, che altrettanto spesso paralizzano pezzi dell'economia. Dove nelle aule di tribunale la procedura e il cavillo fanno premio sul merito della causa, con il risultato che la Banca mondiale si piazza al posto numero 122 su 190 Paesi nella classifica dell'efficienza della giustizia. Dove negli ultimi anni, mentre si decantavano le semplificazioni, veniva sfornata ogni settimana una disposizione che complicava gli adempimenti fiscali. Dove a centinaia le norme approvate dal parlamento non risultano attuate perché le burocrazie autoreferenziali dei ministeri non si mettono d'accordo per scrivere i decreti attuativi di quelle norme: per avere il contributo serve la fattura, dice uno; basta invece lo scontrino fiscale, fa l'altro. E tutto si blocca per mesi.
Per assurdo che possa sembrare, ciò risponde a una logica precisa. Il formalismo esasperato è l'assicurazione sulla vita degli apparati. Più regole, più tortuose e complicate, e più conflittuali fra diverse amministrazioni, e più cresce il potere dei burocrati: gli unici a possedere le chiavi per uscire dal labirinto. Circa gli effetti sulla corruzione, poi, si può soltanto sorvolare.
Il fatto è che tutto questo non è gratis. Qualcuno lo paga caro, e sono gli italiani. Dall'inizio del secolo a oggi il prodotto interno lordo pro capite reale dell'Italia si è ridotto del 10 per cento circa. Nessun altro Paese ha avuto un risultato peggiore. Nemmeno la Grecia, dove la ricchezza prodotta da ogni cittadino è calata del 5 per cento. E il fatto che il Regno del formalismo burocratico abbia anche il record negativo della crescita non può essere solo una coincidenza. Triste notare che neppure il dramma della pandemia sia servito a far capire che bisogna invertire la rotta.
Trenta giorni: si fatica a crederlo. E qui, non ce ne vogliano i giudici contabili, qualcosa decisamente non torna. Ma come, c'è una pandemia in corso che a tutt'oggi con la curva in discesa fa almeno 200 morti al giorno, e dobbiamo aspettare un mese per sapere perché il vaccino ideato da una società italiana che potrebbe magari dare una svolta alla guerra al virus, finora pesantemente condizionata dalla carenza di antidoti e da una inaccettabile sudditanza europea verso le case farmaceutiche, non può avere un contributo statale a fondo perduto di 41 milioni?
Quarantuno milioni. Per avere un'idea, sono sette milioni in meno dello stanziamento statale per l'Acquario Green di Taranto sponsorizzato da un sottosegretario tarantino, una ventina in meno rispetto al buco aperto dal casinò nel bilancio del Comune di Campione d'Italia, e addirittura un quarto dei soldi buttati dalla finestra per i 2.700 navigator inutilmente incaricati di trovare lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza.
Appena briciole, quindi. Che però in questa situazione potrebbero davvero fare la differenza, contrariamente a certe dissipazioni di denari dei contribuenti insensate e scandalose ma formalmente perfettamente regolari. Sulle quali, perciò, la Corte dei Conti non ha avuto ovviamente nulla da dire.
Di nuovo: non dubitiamo che la pratica di quel (modesto) finanziamento pubblico a ReiThera possa aver suscitato qualche rilievo formale. Ma a parte la ovvia considerazione circa la differenza fra forma e sostanza, per cui secondo buonsenso in determinati frangenti la seconda dovrebbe decisamente prevalere sulla prima, è quel mese che fa più riflettere. Perché è ancora una volta il segnale della distanza abissale che separa la burocrazia dalla realtà italiana e dalle necessità dei cittadini.
Descritta come la Patria del Diritto, l'Italia meriterebbe invece l'appellativo di Patria del formalismo. Dove i tribunali amministrativi e il Consiglio di Stato sommersi da ricorsi sfornano giudizi spesso contraddittori, che altrettanto spesso paralizzano pezzi dell'economia. Dove nelle aule di tribunale la procedura e il cavillo fanno premio sul merito della causa, con il risultato che la Banca mondiale si piazza al posto numero 122 su 190 Paesi nella classifica dell'efficienza della giustizia. Dove negli ultimi anni, mentre si decantavano le semplificazioni, veniva sfornata ogni settimana una disposizione che complicava gli adempimenti fiscali. Dove a centinaia le norme approvate dal parlamento non risultano attuate perché le burocrazie autoreferenziali dei ministeri non si mettono d'accordo per scrivere i decreti attuativi di quelle norme: per avere il contributo serve la fattura, dice uno; basta invece lo scontrino fiscale, fa l'altro. E tutto si blocca per mesi.
Per assurdo che possa sembrare, ciò risponde a una logica precisa. Il formalismo esasperato è l'assicurazione sulla vita degli apparati. Più regole, più tortuose e complicate, e più conflittuali fra diverse amministrazioni, e più cresce il potere dei burocrati: gli unici a possedere le chiavi per uscire dal labirinto. Circa gli effetti sulla corruzione, poi, si può soltanto sorvolare.
Il fatto è che tutto questo non è gratis. Qualcuno lo paga caro, e sono gli italiani. Dall'inizio del secolo a oggi il prodotto interno lordo pro capite reale dell'Italia si è ridotto del 10 per cento circa. Nessun altro Paese ha avuto un risultato peggiore. Nemmeno la Grecia, dove la ricchezza prodotta da ogni cittadino è calata del 5 per cento. E il fatto che il Regno del formalismo burocratico abbia anche il record negativo della crescita non può essere solo una coincidenza. Triste notare che neppure il dramma della pandemia sia servito a far capire che bisogna invertire la rotta.