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(ansa)

Le fondamenta della crescita

La road map di Mario Draghi per le riforme
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Da qualche giorno si è acceso in Italia un dibattito “fondamentale” sulle riforme. Un premier non eletto, si osserva, deve varare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), parte italiana del Next Generation Eu, ma non può varare riforme strutturali che sono compito naturale della politica e dunque del prossimo governo. L’argomento mette dei paletti a ciò che un governo di unità nazionale può fare ed ha una sua logica democratica.

A fronte di queste osservazioni, il premier Mario Draghi lavora ad un elenco di riforme legate al Pnrr da varare nei prossimi mesi: fisco, semplificazioni, nomine, giustizia. Una posizione diametralmente opposta.

Le posizioni pro e contro le riforme sembrano un muro contro muro. Sembra che con il suo programma serrato di riforme Mario Draghi intenda quasi provocare. Credo che questa lettura sia sbagliata per un motivo altrettanto fondamentale. Il programma Next Generation Europe, di cui i Pnrr fa…
Da qualche giorno si è acceso in Italia un dibattito “fondamentale” sulle riforme. Un premier non eletto, si osserva, deve varare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), parte italiana del Next Generation Eu, ma non può varare riforme strutturali che sono compito naturale della politica e dunque del prossimo governo. L’argomento mette dei paletti a ciò che un governo di unità nazionale può fare ed ha una sua logica democratica.

A fronte di queste osservazioni, il premier Mario Draghi lavora ad un elenco di riforme legate al Pnrr da varare nei prossimi mesi: fisco, semplificazioni, nomine, giustizia. Una posizione diametralmente opposta.

Le posizioni pro e contro le riforme sembrano un muro contro muro. Sembra che con il suo programma serrato di riforme Mario Draghi intenda quasi provocare. Credo che questa lettura sia sbagliata per un motivo altrettanto fondamentale. Il programma Next Generation Europe, di cui i Pnrr fanno parte è costituito di investimenti e di riforme, necessarie perché gli investimenti dispieghino i propri effetti sulla crescita. Queste riforme sono diverse da Paese a Paese: ad esempio in Germania devono portare a maggiori consumi e investimenti spingendo strutturalmente la domanda interna. Da noi si tratta di rimuovere quegli ostacoli strutturali che per decenni hanno rallentato e poi bloccato la crescita. Sin dal 1992, infatti, la crescita italiana si è incagliata nei “lacci e lacciuoli” che la imbragano da tutti i lati, frustrando le forze imprenditoriali che pure sono ancora un punto di forza dell’Italia.

Il piano Next Generation Eu non è una misura congiunturale per uscire dalla pandemia: per questo obiettivo ci sono gli interventi nazionali e gli acquisti di titoli della Bce. Il piano mira invece a ridisegnare le economie europee all’indomani della pandemia. Il mondo che emergerà dalla crisi, si osserva, non sarà più lo stesso. E gli investimenti e le riforme, in questo nuovo mondo, sono due facce inscindibili di un’unica politica economica che mira a una nuova ondata di crescita. Riforme e investimenti sono gli elementi alla base dei moltiplicatori del reddito e della crescita. Quest’ultima a sua volta è necessaria per mantenere il debito pubblico su un sentiero sostenibile.

Le leve europee per indurre i Paesi europei a riformarsi sono ovvie. Senza riforme non arriveranno le risorse per gli investimenti e dunque la politica economica è una ed unica. Partendo da questa osservazione, si può poi osservare che nel nostro Paese il problema non è mai stato cosa fare sul piano delle riforme, ma come farlo, ovvero come approvarle e realizzarle. L’idea di fare subito alcune riforme necessarie, dunque, non è il tentativo di fare a meno della politica, ma si fonda sulla necessaria coerenza e simultaneità tra riforme e investimenti.

Non dimentichiamo peraltro che una politica dei due tempi, nel nostro Paese, è garanzia del fallimento di ogni piano di riforme. Le riforme che pure si sono fatte sono sempre avvenute nei momenti di crisi e cambiamento. È giusto quindi fare leva sul Pnrr per varare sin da subito un programma ambizioso che più avanti sarebbe molto più difficile da realizzare.

Naturalmente, è chiaro a tutti che le riforme hanno una profonda dimensione politica. È vero altresì che non spetta ai tecnocrati governare i Paesi democratici. Ma le riforme e gli investimenti che sono nell’agenda Draghi costituiscono due parti integranti del Next Generation Europe che va applicato e finanziato subito. Essi non esauriscono certo il programma dei prossimi anni e ogni forza politica e di governo potrà continuare il percorso nella direzione che considererà più opportuna.

Ma anche per il futuro, ogni forza politica dovrebbe essere contenta di agire su una base economica in cui il Paese è ripartito e si è disincagliato. Per intanto, trovo che ogni forza politica abbia spazio per dare il proprio apporto operando dentro il governo e il Parlamento.