Enrico Letta non intende lasciar cadere la sua proposta a favore della "dote" ai diciottenni. Certo, ha già cominciato a edulcorarla, a spostare l'attenzione dal tema della tassa di successione ad altre possibili forme di finanziamento, a collocarla nella prossima legislatura. L'idea diventa una suggestione, una bandiera da sventolare, non vuole essere un sasso gettato nell'arena della maggioranza che sostiene Draghi (benché sia esattamente questa l'impressione a caldo). Nella sostanza il segretario del Pd non rinuncerà a un argomento che nella sua visione lo colloca a sinistra.
Quanto alle polemiche, c'è da credere che non lo disturbino, almeno finché vengono da destra. Si può anzi dire che le critiche della Lega, di un certo mondo moderato e infine dei renziani, sono del tutto funzionali alla definizione di quella identità di sinistra che Letta vuole costruire o ricostruire soprattutto nel rapporto con …
Enrico Letta non intende lasciar cadere la sua proposta a favore della "dote" ai diciottenni. Certo, ha già cominciato a edulcorarla, a spostare l'attenzione dal tema della tassa di successione ad altre possibili forme di finanziamento, a collocarla nella prossima legislatura. L'idea diventa una suggestione, una bandiera da sventolare, non vuole essere un sasso gettato nell'arena della maggioranza che sostiene Draghi (benché sia esattamente questa l'impressione a caldo). Nella sostanza il segretario del Pd non rinuncerà a un argomento che nella sua visione lo colloca a sinistra.
Quanto alle polemiche, c'è da credere che non lo disturbino, almeno finché vengono da destra. Si può anzi dire che le critiche della Lega, di un certo mondo moderato e infine dei renziani, sono del tutto funzionali alla definizione di quella identità di sinistra che Letta vuole costruire o ricostruire soprattutto nel rapporto con i giovani, attraverso un tema che gli pare, e in effetti è, meno fumoso dello Ius soli o del voto ai sedicenni. È una mossa che deriva dal progressivo inaridirsi della proposta del Pd, la cui tendenza a esistere soprattutto come ceto politico conservatore di se stesso è il segno più tangibile del declino. Eppure è evidente che Letta insegue ancora il sogno o l'illusione di un centrosinistra capace di rappresentarsi come l'asse del sistema, nonostante i sondaggi poco incoraggianti.
I giovani, dunque. Giovani appena maggiorenni da avvicinare offrendo loro un aiuto (un sussidio, ribadiscono i critici) per la formazione, lo studio, i primi passi in una vita autonoma. Nelle intenzioni la mano tesa vuole contribuire a cambiare l'immagine del Pd, che non può essere percepito solo come il partito dei pensionati o di chi comincia ad allontanarsi dalla vita attiva. Ecco perché il segretario ha scelto questa strada - per quanto controversa - e non ha interesse ad abbandonarla. Semmai può evitare alcuni errori di comportamento. La secca risposta del presidente del Consiglio ha fatto capire a tutti che Draghi non era stato informato del fuoco d'artificio ormai in rampa di lancio. Una telefonata ha chiuso l'incidente, confermando però un fattore da non trascurare: tra gli inquieti della coalizione non c'è solo Salvini, anche Letta fa la sua parte. E in fondo lo si può capire: per il leader del Pd, date le sue legittime ambizioni, il governo Draghi è necessario ma resta pur sempre una parentesi, per quanto prestigiosa. Dopo si dovrà tornare a una normale dialettica. E in questo Letta e Salvini perseguono lo stesso obiettivo.
Resta da capire se lo sforzo di ricollocare il Pd a sinistra poggia su una buona strategia. Evocando la tassa di successione, Letta si appella ai classici. Era Luigi Einaudi uno dei massimi sostenitori dell'imposta progressiva e di quella particolare tassa successoria. Oggi però, con un sistema fiscale avvertito come ingiusto e vessatorio verso chi non ha possibilità di evadere, l'idea di "far piangere i ricchi" ha avuto il plauso quasi esclusivo dell'estrema sinistra. Si è parlato di "suicidio politico" di Letta, quando invece la critica al segretario del Pd dovrebbe riguardare il modo estemporaneo con cui ha tirato fuori il tema, usandolo come arma elettorale anziché collocarlo, come sarebbe logico, all'interno della futura e spinosa riforma del fisco. Vale a dire una delle forche Caudine sotto le quali il governo Draghi dovrà passare prima della fine dell'anno.