Colle, la giostra dei non candidati
di Michele Ainis , di Michele AinisLa giostra dei non candidati. È lo spettacolo che puntualmente si ripete quando s'esaurisce un settennato, quando il Parlamento si prepara ad eleggere il nuovo presidente. Giacché la prima regola per concorrere alla gara è rifiutare il podio, mostrarsene disinteressati. Lo fece pure un uomo di solito assai schietto come Sandro Pertini, quando Craxi lo indicò la prima volta a nome del partito (ovviamente per bruciarlo); era il 2 luglio 1978, e il giorno successivo arrivò la smentita di Pertini.
Succede pure adesso. Romano Prodi, per esempio, si è già tirato fuori dal torneo, a leggere le sue molteplici interviste. Altri respingono ogni illazione con silenzi un po' sdegnati. Di conseguenza non c'è nessun iscritto alla competizione, benché la posta in gioco sia la più alta del reame, benché la corsa, in realtà, sia cominciata già da un pezzo. Ma dietro le quinte, lontano dallo sguardo…
La giostra dei non candidati. È lo spettacolo che puntualmente si ripete quando s'esaurisce un settennato, quando il Parlamento si prepara ad eleggere il nuovo presidente. Giacché la prima regola per concorrere alla gara è rifiutare il podio, mostrarsene disinteressati. Lo fece pure un uomo di solito assai schietto come Sandro Pertini, quando Craxi lo indicò la prima volta a nome del partito (ovviamente per bruciarlo); era il 2 luglio 1978, e il giorno successivo arrivò la smentita di Pertini.
Succede pure adesso. Romano Prodi, per esempio, si è già tirato fuori dal torneo, a leggere le sue molteplici interviste. Altri respingono ogni illazione con silenzi un po' sdegnati. Di conseguenza non c'è nessun iscritto alla competizione, benché la posta in gioco sia la più alta del reame, benché la corsa, in realtà, sia cominciata già da un pezzo. Ma dietro le quinte, lontano dallo sguardo degli astanti. La democrazia - diceva Bobbio - è "il potere del pubblico in pubblico". In questo caso, viceversa, il pubblico deve contentarsi di spiare ogni manovra attraverso il buco della serratura, mentre il portone del Palazzo resta chiuso. L'unica verità ufficiale consiste nel lungo elenco dei non candidati, di quanti si dichiarano indisponibili o indisposti. Sempre che l'indisposizione non sia una fake news.
Su almeno un "no", tuttavia, non è permesso dubitare. Quello del presidente Mattarella, d'altronde più volte reiterato. In ultimo il 19 maggio, davanti a una scolaresca di Roma. Per ragioni personali, legate alla stanchezza da cui ti senti invaso dopo sette anni di quel mestiere solitario. Per ragioni istituzionali, giacché il raddoppio del mandato rischierebbe di trasformare il Quirinale in una monarchia repubblicana. I costituenti, è vero, non esclusero la rielezione. Lasciando aperta una finestra per tempi eccezionali, disse Napolitano nel 2013, quando venne rieletto suo malgrado. Ma la riconferma del presidente uscente costituisce per l'appunto un'eccezione, non la regola. Sicché il "no" di Mattarella introduce un elemento di chiarezza (oltre che di responsabilità costituzionale) in uno scenario fin troppo confuso, insincero, opaco.
D'altronde la storia si ripete. Tanto che a suo tempo perfino Moro ammise d'essere turbato per le "oscure modalità" con cui in Italia si consuma la scelta del nuovo presidente; accadde in una lettera indirizzata a Nenni, nel 1962, dopo l'elezione di Antonio Segni al Quirinale. Tuttavia la responsabilità non è della Costituzione, bensì piuttosto della prassi, di una regola non scritta. Quella che vieta candidature ufficiali al Quirinale, la cui origine risale alla mattina dell'11 maggio 1948, quando fu eletto Einaudi. E quando Togliatti chiese una breve sospensione delle procedure di voto, per aprire un dibattito sulle candidature; scontrandosi però con il veto della Democrazia cristiana, espresso per bocca di Dossetti. All'epoca, una rottura istituzionale; e infatti la destra reagì abbandonando l'aula, la sinistra votando scheda bianca.
Dopo di che c'è sempre modo di giustificare l'esistente. Non è forse questo il mestiere dei giuristi? Sicché taluni osservano che la presentazione della candidatura indebolirebbe il futuro presidente, esponendolo al fuoco delle critiche; altri aggiungono che il candidato ufficiale dovrebbe poi consegnare agli elettori il suo programma, e invece il programma del capo dello Stato coincide con la Costituzione; o mettono l'accento sul fatto che quest'ultimo venga scelto dagli eletti, non dagli elettori. Argomenti ipocriti, però, oltre che infondati. Se è per questo, anche i governi vengono battezzati in Parlamento, ma c'è sempre chi si candida a guidarli. Mentre l'assenza di candidature ufficiali non ha mai risparmiato attacchi ai presidenti in carica, da Leone a Cossiga. Quanto al programma, la Costituzione si può leggere in vari modi, di cui sono specchio i discorsi d'insediamento dei nostri presidenti.
Insomma, programma e candidati esistono, ma li scopriamo soltanto a cose fatte. In questa partita i cittadini sono intrusi, ospiti non desiderati; e infatti se ne tengono alla larga, come mostra il sondaggio Demos pubblicato ieri da Repubblica. Sicché l'elezione più importante rimane avvolta nel segreto, tal quale la scelta d'un Papa nel conclave. Ma in democrazia, suona come una bestemmia.