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La ricetta Draghi protegge davvero il lavoro

Il presidente del Consiglio Mario Draghi 
La misura proposta dal governo aiuta economicamente chi mantiene i livelli occupazionali e consente un ridisegno del sistema produttivo
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Le misure di politica economica sul lavoro e i licenziamenti nel nostro Paese stanno dando luogo a un dibattito molto acceso e in parte contraddittorio. Da sinistra si invoca un prolungamento puro e semplice del divieto di licenziare. Il governo, invece, propone di disegnare un meccanismo di maggiore flessibilità del mercato, corretto da incentivi economici per chi non licenzia. Per questo esso viene accusato di favorire gli interessi delle imprese.


Questo modo di descrivere le alternative pare semplicistico e ignora il fatto che il blocco dei licenziamenti finisce per bloccare ogni cambiamento. Vuole bloccare le conseguenze della crisi piuttosto che tentare di uscirne. Se si continua a vietare i licenziamenti, infatti, si mette a rischio il futuro delle imprese e si blocca il mercato del lavoro e dunque, di fatto, le assunzioni.


La misura proposta dal governo, infatti, lascia liberi i licenziamenti da una certa data, ma aiuta economicamente chi mantiene i livelli occupazio…

Le misure di politica economica sul lavoro e i licenziamenti nel nostro Paese stanno dando luogo a un dibattito molto acceso e in parte contraddittorio. Da sinistra si invoca un prolungamento puro e semplice del divieto di licenziare. Il governo, invece, propone di disegnare un meccanismo di maggiore flessibilità del mercato, corretto da incentivi economici per chi non licenzia. Per questo esso viene accusato di favorire gli interessi delle imprese.


Questo modo di descrivere le alternative pare semplicistico e ignora il fatto che il blocco dei licenziamenti finisce per bloccare ogni cambiamento. Vuole bloccare le conseguenze della crisi piuttosto che tentare di uscirne. Se si continua a vietare i licenziamenti, infatti, si mette a rischio il futuro delle imprese e si blocca il mercato del lavoro e dunque, di fatto, le assunzioni.


La misura proposta dal governo, infatti, lascia liberi i licenziamenti da una certa data, ma aiuta economicamente chi mantiene i livelli occupazionali. Incentiva dunque chi non licenzia, ma consente un ridisegno del sistema produttivo. L'efficacia dipenderà dalla dimensione dell'incentivo e non si può dire a priori quanto funzioni. Andrà dunque attentamente calibrata e monitorata. Ma il motivo economico che giustifica la misura è più profondo.


All'inizio della pandemia, nel febbraio-marzo del 2020, la politica economica si è concentrata giustamente sul rendere minime le conseguenze negative della crisi sanitaria su cittadini e imprese. Durante le fasi di distanziamento sociale e soprattutto di lockdown si è cercato di minimizzare l'impoverimento dei cittadini e i fallimenti delle imprese con una sorta di sospensione degli effetti negativi della pandemia se pure pagata a caro prezzo. Questa politica, che è stata comune alla gran parte dei Paesi occidentali, ha contenuto i drammi sociali e ha fatto sì che non si siano registrate tensioni sociali, nonostante crolli notevolissimi dell'attività economica.


Oggi, dopo l'avvio con successo della campagna vaccinale, l'economia sta finalmente iniziando a riprendersi. Soprattutto sta iniziando la fase di cambiamento strutturale, necessaria a riavviare una crescita sostenibile nel tempo. Si può discutere se il Piano nazionale di ripresa e resilienza debba puntare su nuovi settori, o fare leva sulle filiere produttive che sono la forza del Paese, tra cui l'eno-gastronomia, il turismo, la cultura, la meccanica. Ma come si è detto più volte, la ripresa non può avvenire mantenendo invariata la struttura delle imprese e delle economie. Come affermava Schumpeter, innovare significa combinare in modo diverso i fattori produttivi e questo è incompatibile con un blocco al cambiamento.


Il programma Next Generation Eu e la sua declinazione nazionale mirano appunto ad avviare questa grande riallocazione delle risorse orientata al futuro all'interno delle imprese e dei settori. E il processo naturalmente dovrà andare avanti negli anni oltre la durata del programma. Questa fase di riallocazione delle risorse dunque richiederà flessibilità e spostamento di risorse anche occupazionali tra imprese e industrie. Richiederà investimenti e voglia di rischiare. Richiederà riforme. Richiederà cambiamenti profondi nella struttura dell'economia.


È evidente, in quest'ottica, che la sospensione degli effetti economici che ha caratterizzato le prime fasi della pandemia, pur sacrosanta, deve gradualmente terminare e lasciar posto e anzi agevolare un processo di cambiamento strutturale. La misura proposta dal governo sui licenziamenti, se quantitativamente adeguata, va esattamente in questa direzione, ma evita peraltro effetti troppo bruschi sull'occupazione. Non blocca però il riassetto del sistema.


Con un blocco totale dei licenziamenti, invece, si finirebbe per ostacolare quel cambiamento che tutti dicono di auspicare per facilitare la crescita. Una crescita non soltanto auspicabile per il benessere dei cittadini, ma anche necessaria per riassorbire gradualmente il debito, pubblico e privato.