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Governo, la rotta di Draghi e le spinte del Pd

Mario Draghi ed Enrico Letta (ansa)
Il premier ha bisogno di restaurare la volontà di collaborare all'interno della maggioranza. Che i dem siano indifferenti al logoramento dell'esecutivo è senza precedenti, ma indica che ci avviciniamo al semestre bianco con tutte le sue incognite
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Qualcosa sta cambiando nella larga maggioranza che sostiene Draghi. Questioni di tono, ma ormai anche di sostanza. Soprattutto è il modo di porsi davanti al presidente del Consiglio a riservare sorprese. Di sicuro l'offensiva di Enrico Letta per dare un'impronta di sinistra al suo Pd è tutt'altro che conclusa. La si può giudicare come si vuole, ma evidentemente il segretario ha fatto una scelta che ritiene utile per ragioni ideali e forse perché è l'unica che gli garantisce al momento la stabilità nel partito. È una linea in cui si riconoscono Zingaretti, Orlando, Bettini, il vicesegretario Provenzano, ma pure un cattolico come Romano Prodi e vari nomi dell'ex sinistra democristiana. Rimangono fuori i "renziani", chiamiamoli così per brevità, che sono rimasti nel Pd e che certo avrebbero preferito uno sguardo verso l'opinione pubblica più moderata: quel ceto medio che fu a suo tempo…

Qualcosa sta cambiando nella larga maggioranza che sostiene Draghi. Questioni di tono, ma ormai anche di sostanza. Soprattutto è il modo di porsi davanti al presidente del Consiglio a riservare sorprese. Di sicuro l'offensiva di Enrico Letta per dare un'impronta di sinistra al suo Pd è tutt'altro che conclusa. La si può giudicare come si vuole, ma evidentemente il segretario ha fatto una scelta che ritiene utile per ragioni ideali e forse perché è l'unica che gli garantisce al momento la stabilità nel partito. È una linea in cui si riconoscono Zingaretti, Orlando, Bettini, il vicesegretario Provenzano, ma pure un cattolico come Romano Prodi e vari nomi dell'ex sinistra democristiana. Rimangono fuori i "renziani", chiamiamoli così per brevità, che sono rimasti nel Pd e che certo avrebbero preferito uno sguardo verso l'opinione pubblica più moderata: quel ceto medio che fu a suo tempo la forza della Dc.


L'aspetto politico riguarda il rapporto con Mario Draghi, poiché tutti hanno capito che lo screzio con il premier è serio e probabilmente destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi, al di là di come sono state ricomposte le incomprensioni con il ministro del Lavoro. Per certi aspetti, i giochi tattici nella maggioranza e lo spostamento a sinistra impongono una diversa prospettiva strategica. Fino a qualche tempo fa il Pd lettiano si prodigava per spingere Salvini fuori dal recinto della coalizione, auspicando un Papeete bis. Pertanto Draghi era un premier di centrosinistra da difendere a tutti i costi contro le incursioni del leghista, auspicando nuovi equilibri di governo senza la destra, magari aperti a Forza Italia e a qualche "partito dei responsabili". Viceversa oggi la nuova linea di sinistra, che si desidera incisiva, comporta un salto logico non indifferente.


Adesso si lascia intendere che Draghi è un uomo di centrodestra. Quasi nessuno lo dice in modo esplicito, non Letta o il suo alleato Conte, però è il sottinteso che affiora nelle polemiche degli ultimi giorni. E chi voglia maggiore chiarezza può leggere il Fatto, il giornale che rispecchia il "contismo" e dice quello che l'ex premier non può dire. Il risultato è che si rischia di regalare Draghi alla destra, nonostante che il diretto interessato non abbia fatto alcunché per attirarsi tale definizione, del tutto arbitraria se appena si conosce la storia dell'uomo. Ovvio che un furbo come Salvini abbia visto l'opportunità e si sia affrettato a sfruttarla. Dopo il complicato vertice dell'Unione il suo commento è fin troppo esplicito: "Grazie a Mario Draghi che ha portato sul tavolo di Bruxelles i temi dell'immigrazione, della difesa dell'Europa e dei suoi confini". Quindi ora la Lega dipinge Draghi quasi come un "sovranista": il che non ha senso, ma segnala un cambio di orizzonte. Salvini si propone come il maggiore puntello del governo, valorizzando certi temi (ad esempio il fisco) rispetto ad altri, e tenta di sottrarre al Pd il ruolo di partito-cardine.


In concreto, è evidente che Draghi ha bisogno di restaurare la volontà di collaborare all'interno della maggioranza. Che il Pd sia indifferente al logoramento dell'esecutivo è senza precedenti ma indica che ci avviciniamo al semestre bianco con tutte le sue incognite. Eppure, come ha ricordato Mattarella, la ripresa economica si avvicina. Il che implica un'eccezionale opportunità per le forze che avranno sostenuto lealmente l'esecutivo di emergenza, rinunciando a operazioni di corto respiro.