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Ai libici serve l'Europa

Abdul Hamid Dbeibah (ansa)
L'intesa italo-francese potrebbe avviare una nuova iniziativa politico-diplomatica per riunire gli attori esterni della crisi libica
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La visita del primo ministro libico Dbeibah oggi a Roma e poi a Parigi è importante. Avviene dopo il reset delle relazioni italo-francesi su Libia, Mediterraneo e Sahel scaturito dal colloquio tra i presidenti Draghi e Macron a margine del Consiglio Europeo della scorsa settimana. Sancisce, in qualche modo, l'avvio di una fase nuova: quella della consapevolezza di aver perso entrambi sul fronte libico (noi per eccesso di timidezza, i francesi per aver sbagliato alleato) e dell'impegno comune a contenere ulteriori danni.

Stabilizzare il Mediterraneo centro-orientale (e la regione del Sahel appena più a sud) è una priorità evidente: ne va del controllo dei flussi migratori, del contrasto al terrorismo jihadista, della gestione delle rotte energetiche. Troppo per non lavorare con più sintonia tra europei, senza dimenticare il nostro interesse nazionale, e troppo soprattutto per lasciare l'impresa nelle mani solo dei turchi e dei russi. La c…

La visita del primo ministro libico Dbeibah oggi a Roma e poi a Parigi è importante. Avviene dopo il reset delle relazioni italo-francesi su Libia, Mediterraneo e Sahel scaturito dal colloquio tra i presidenti Draghi e Macron a margine del Consiglio Europeo della scorsa settimana. Sancisce, in qualche modo, l'avvio di una fase nuova: quella della consapevolezza di aver perso entrambi sul fronte libico (noi per eccesso di timidezza, i francesi per aver sbagliato alleato) e dell'impegno comune a contenere ulteriori danni.

Stabilizzare il Mediterraneo centro-orientale (e la regione del Sahel appena più a sud) è una priorità evidente: ne va del controllo dei flussi migratori, del contrasto al terrorismo jihadista, della gestione delle rotte energetiche. Troppo per non lavorare con più sintonia tra europei, senza dimenticare il nostro interesse nazionale, e troppo soprattutto per lasciare l'impresa nelle mani solo dei turchi e dei russi. La crisi libica riassume in sé tutta la gamma dei conflitti regionali: le rivalità claniche, lo scontro sul futuro dell'Islam politico che divide la Turchia e parte delle monarchie sunnite, le ambizioni neoimperiali di Mosca e Ankara, le esigenze securitarie dell'Egitto, le contraddizioni americane. 

Il quadro politico libico stenta a ricomporsi: il governo unitario è costretto all'ordinaria amministrazione e poco può fare per imporsi in Cirenaica dove il generale Haftar è ancora forte; milizie e mercenari stranieri non disarmano; non è neppure chiaro, perché oggetto di contesa intralibica, se le elezioni previste per il 24 dicembre, sempre che si tengano, saranno solo legislative o anche presidenziali; la frammentazione delle forze politiche fa addirittura temere un ritorno di movimenti pro-gheddafiani che si starebbero ricompattando. A complicare ulteriormente la situazione per l'Europa vi è poi il fatto che Turchia e Russia, truppe e mercenari inclusi, sono venute per rimanere e sarà difficile evitare che si cristallizzino nei fatti, tra l'est e l'ovest libico, due zone d'influenza, con il sud desertico praticamente fuori controllo, in balia di flussi di ogni genere.

I rischi, in termini geopolitici, di ondate migratorie, di sicurezza restano rilevanti. Che fare? Sarebbe interesse europeo, da un lato, cercare di contenere e bilanciare l'espansionismo turco e russo; dall'altro, far percepire alle parti libiche i vantaggi di una più ordinata transizione politica. La rinnovata intesa italo-francese (ove si consolidi) potrebbe intanto fare da perno, con il supporto tedesco, ad una nuova iniziativa politico-diplomatica tesa a riunire e responsabilizzare, possibilmente in un apposito gruppo di lavoro, gli attori esterni della crisi libica, a partire dall'auspicabile ricoinvolgimento degli Stati Uniti. Una forte iniziativa europea, poi, a sostegno della ripresa socio-economica e tecnologico-produttiva della Libia potrebbe aiutare a persuadere le parti libiche della convenienza dei "dividendi della pace".

Vanno in questa direzione la missione di Dbeibah, accompagnato da molti ministri, e quella congiunta di venerdì scorso a Tripoli del ministro Di Maio con l'omologo maltese e con il commissario europeo per il vicinato. L'Italia, forte del trattato di amicizia e partenariato con la Libia del 2008 ha tutto l'interesse a promuovere e guidare questi processi. In nome dell'Europa, ma anche in nome proprio.