✕

Il riformismo con cautela

(ansa)

Ascolta l'audio

Il dibattito sulla Costituzione
2 minuti di lettura

Il 2 giugno 1946 è stata battezzata la Repubblica, insieme all'Assemblea costituente. Abbiamo appena celebrato, quindi, un doppio compleanno. Noi italiani, però, usiamo modi alquanto singolari per onorare questa ricorrenza: anziché festeggiare la Costituzione, ci prepariamo a farle la festa. Giacché l'anniversario rinfocola non tanto la memoria dei nostri padri fondatori, quanto piuttosto il ricordo delle Bicamerali, dei referendum falliti, delle riforme costituzionali promesse e poi mancate dalla politica italiana. Qualcuno avverte: ora o mai più. Altri puntano l'indice contro gli anacronismi della Costituzione, specchio d'un tempo remoto, di un'epoca trascorsa. Oppure si domandano: perché non rinnovare l'esperienza del 1946? Non ha forse diritto, la generazione dei trentenni, d'esprimere le proprie istituzioni, eleggendo un'altra Assemblea costituente?


Quest'ultima domanda riecheggia nell'intervista …

Il 2 giugno 1946 è stata battezzata la Repubblica, insieme all'Assemblea costituente. Abbiamo appena celebrato, quindi, un doppio compleanno. Noi italiani, però, usiamo modi alquanto singolari per onorare questa ricorrenza: anziché festeggiare la Costituzione, ci prepariamo a farle la festa. Giacché l'anniversario rinfocola non tanto la memoria dei nostri padri fondatori, quanto piuttosto il ricordo delle Bicamerali, dei referendum falliti, delle riforme costituzionali promesse e poi mancate dalla politica italiana. Qualcuno avverte: ora o mai più. Altri puntano l'indice contro gli anacronismi della Costituzione, specchio d'un tempo remoto, di un'epoca trascorsa. Oppure si domandano: perché non rinnovare l'esperienza del 1946? Non ha forse diritto, la generazione dei trentenni, d'esprimere le proprie istituzioni, eleggendo un'altra Assemblea costituente?


Quest'ultima domanda riecheggia nell'intervista a Marcello Pera, ex presidente del Senato, ospitata il 26 maggio da Repubblica. E la sua risposta diventa una proposta: votiamo per una nuova Costituente, formata esclusivamente da trentenni. Settantacinque componenti, quanti erano i membri della commissione Ruini che elaborò il progetto di Costituzione, quanti sono gli anni della Repubblica italiana. Proroghiamo fino al 2023 il presidente Mattarella. E a quel punto celebriamo una doppia consultazione popolare: per le politiche e per il referendum sulla nuova Costituzione. Riscritta non solo rispetto alle competenze del Parlamento o del governo, ma anche nella sua Prima parte, quella sui principi generali.


L'idea di Pera ha raccolto già qualche consenso. Chissà, magari la vedremo realizzata. Togliendoci perciò dubbi e curiosità che al momento ci frullano in capo. Per esempio: oggi l'articolo 11 della Costituzione dichiara che l'Italia "ripudia la guerra". E domani, che dovremmo scriverci? Forse che il nostro Stato "adora" la guerra? E quale principio dovrà sostituire l'eguaglianza garantita dall'articolo 3? Ma dopotutto la questione è ancora un'altra. Investe l'opportunità di un nuovo atto fondativo, di più: la sua stessa legittimità. Sussistono, qui e oggi, le condizioni storiche per marcare una rottura dell'ordine costituzionale? Difatti ogni Assemblea costituente è come il Padreterno, disegna da cima a fondo l'universo. Quello in cui abitiamo è ancora modellato dalle scelte della generazione che uscì dalla guerra: un vincolo di ferro sulle generazioni successive, dato che la Costituzione non può essere cambiata se non a prezzo di gravose procedure, e comunque senza mai infrangerne il nucleo vitale. Perché? Come si giustifica la perdurante autorità di quegli uomini ormai morti e sepolti?


La spiegazione fu offerta da John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti. Quel vincolo dipende dall'eccezionalità dell'opera compiuta dalla generazione costituente: la liberazione dalla tirannide, l'edificazione della libertà, dell'indipendenza nazionale, della pace, della prosperità. È questo che le dà diritto, diceva Adams, di decidere un governo per sé e per i propri figli, facoltà che in genere gli uomini non possiedono più di quanta ne abbiano di scegliersi l'aria, il clima, la terra su cui nascono. Ma è un diritto guadagnato in circostanze tragiche, attraversando un tornante della storia, superando una prova collettiva.


Niente di simile sta accadendo adesso. Fortunatamente non usciamo da un regime, né da una guerra civile, né da bombardamenti aerei sulle nostre città. E i valori repubblicani rimangono ben saldi presso gli italiani, a differenza della monarchia respinta 75 anni fa, nel referendum del 2 giugno 1946. C'è allora una via di mezzo fra rivoluzione e conservazione: un riformismo cauto, su aspetti circoscritti dell'impianto costituzionale. È la proposta avanzata da Enrico Letta, anche attraverso l'attuazione d'istituti fin qui dimenticati, come la legge sui partiti. È inoltre la direzione verso cui procede il Parlamento. In questa legislatura le Camere hanno ridotto il numero dei propri componenti; altri progetti toccano il referendum, il voto ai diciottenni per l'elezione del Senato, l'abrogazione del Cnel, i rapporti fra Stato e Regioni. Per ammodernare le nostre istituzioni serve una cura ricostituente, non una Costituente.