✕

Voglia di federazione, perché la sinistra deve muoversi

Ascolta l'audio

A meno che non cambi la legge elettorale, alle Politiche si tornerà sciaguratamente a votare per coalizioni e fin qui una coalizione c'è già - Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia - mentre dell'altra non c'è traccia
2 minuti di lettura

Ci sono parole che ogni tanto entrano nel dibattito e ci restano il tempo di fare un po' di confusione e sparire. Ora è il turno di: federazione. Il termine l'ha imposto Matteo Salvini con il suo progetto, fin qui assecondato da Silvio Berlusconi, di accorpamento di Lega e Forza Italia. Da qualche giorno se ne parla anche sul versante opposto: federare i riformisti per rispondere alla mossa del centrodestra che sostiene il governo Draghi.

Sono bastati pochi interventi per dare un'idea di quanto sarà complicato: Andrea Orlando suggerisce di tornare alla formula dell'Unione, senza tenere fuori nessuno, Carlo Calenda propone un fronte repubblicano di tutti gli anti sovranisti, che comprenda per esempio i fuoriusciti di Forza Italia ma mai il M5S, Enrico Letta fa sapere che non vuole fare fusioni di sigle o gruppi dirigenti ma creare la nuova coalizione di centrosinistra con un processo di popolo, pronto poi ad allargare l'intesa al M5S.

Ce n'&egrav…

Ci sono parole che ogni tanto entrano nel dibattito e ci restano il tempo di fare un po' di confusione e sparire. Ora è il turno di: federazione. Il termine l'ha imposto Matteo Salvini con il suo progetto, fin qui assecondato da Silvio Berlusconi, di accorpamento di Lega e Forza Italia. Da qualche giorno se ne parla anche sul versante opposto: federare i riformisti per rispondere alla mossa del centrodestra che sostiene il governo Draghi.

Sono bastati pochi interventi per dare un'idea di quanto sarà complicato: Andrea Orlando suggerisce di tornare alla formula dell'Unione, senza tenere fuori nessuno, Carlo Calenda propone un fronte repubblicano di tutti gli anti sovranisti, che comprenda per esempio i fuoriusciti di Forza Italia ma mai il M5S, Enrico Letta fa sapere che non vuole fare fusioni di sigle o gruppi dirigenti ma creare la nuova coalizione di centrosinistra con un processo di popolo, pronto poi ad allargare l'intesa al M5S.

Ce n'è già abbastanza per riportare a vecchi scontri accademici e scoraggiare l'attenzione degli elettori, eppure il tema è cruciale per chi ancora spera che le prossime elezioni non si concludano con una scontata e larga vittoria del centrodestra. Perché il punto sta tutto qui. A meno che non cambi la legge elettorale, alle Politiche si tornerà sciaguratamente a votare per coalizioni, il sistema che tutto il mondo non ci invidia, e fin qui una coalizione c'è già - Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia - mentre dell'altra non c'è traccia.

C'è tempo, direte voi. Vero, ma quando si parte da zero è rischioso prendersela comoda. A destra sono in competizione aspra tra leader, ma la certezza è che Salvini, Meloni e Berlusconi uniranno le forze per prendersi il governo del Paese ed è chiaro che l'impronta politica la daranno i sovranisti e l'ultradestra. A sinistra, invece, fallito il progetto di arrivare a fine legislatura con l'alleanza tra Pd e M5S e (a quel punto) la scontata candidatura comune alla premiership di Giuseppe Conte, ognuno procede in ordine sparso. Quello che dovrebbe essere, in teoria, l'asse principale del nuovo campo progressista è fermo a una situazione che lo stesso Conte ha fotografato così: "Non do un giudizio negativo del dialogo che stiamo coltivando col Pd e altre forze di sinistra". Pochino, dopo due anni di presunta intesa strategica.

La latitanza e inaffidabilità del Movimento 5 Stelle ha giustamente spinto qualcuno a rilanciare l'esigenza di unire almeno le forze che non hanno pudore, come i grillini, di schierarsi nel fronte progressista. Non parliamo qui di quanti usano strumentalmente l'argomento per logorare Letta e provare a spostare a destra l'asse del Pd. Né di quelli che, sempre rigorosamente privi di proposte in proprio, oggi invitano il Pd a sposare l'agenda Draghi con la stessa foga con cui dieci anni fa lo spingevano a maritarsi all'agenda Monti, conosciamo l'esito. Merita invece considerazione l'invito di chi, come per esempio il sindaco dem di Pesaro Matteo Ricci, sottolinea giustamente che non è differibile un patto di coalizione che impegni chi vuole contrastare le destre - socialisti, liberali, cattolici democratici, moderati, meglio usare le culture politiche che le sigle di partito - a garantire unità d'azione per proporre al Paese un credibile e alternativo disegno di governo. Se poi, strada facendo, il nuovo M5S di Conte dimostrerà di essere compatibile con il centrosinistra, non ci sarà ragione per escluderlo.

È accettabile che a meno di due anni dal voto non sia nemmeno certo che Letta, Speranza, Calenda, Sala, Bonino, Renzi uniranno le forze per contrastare la deriva orbaniana del Paese? È responsabile? O qualcuno pensa che si potrà eventualmente costruire qualcosa di credibile in fretta e furia, pochi mesi prima del voto, a rimarcare ancora di più l'implausibilità dell'operazione?

Se qualcuno dei leader citati ha altre idee in testa, correre in solitaria, con cartelli micro-centristi o addirittura non esclude di aggregarsi alla squadra avversaria, sarebbe opportuno capirlo per tempo. E il tempo per capirlo è ora. Aspettare le comunali d'autunno per lucrare sulle difficoltà dei potenziali alleati servirà solo a rendere più impraticabile il campo di gioco.