✕

Quegli invulnerabili umani

Christian Eriksen, in campo poco prima del malore (ansa)

Ascolta l'audio

Il dramma di Eriksen
2 minuti di lettura

Quando l’Inter ha guadagnato il suo diciannovesimo scudetto, dopo desolanti anni di sconfitte, mio figlio Michele, tifoso nerazzurro, ha regalato a ciascun familiare la maglia di un neo campione d’Italia: chi ha scelto Barella, per l’età e l’energia, chi Lukaku per la saggia possanza, chi Lautaro, per la ferocia agonistica. Quanto a me, senza neppure pensarci, ho chiesto grato “La maglia di Eriksen”. Perché nell’anno del triplete, il 2010, avevo quella del “Cuchu” Cambiasso e da bambino, se mai allora fosse stato possibile non solo sognare le maglie degli assi, quella di Luis Suárez. Entrambi, come Christian Eriksen, giocatori raziocinanti, la palla a fungere da incognita di un’equazione astrusa, il gol, il dribbling, l’assist come la radice che risolve il problema. Il gioco del calcio senza costruzioni barocche, ridondanti, eccessive, uno stile di gioco severo e rigoroso, da frontale dell’arc…

Quando l’Inter ha guadagnato il suo diciannovesimo scudetto, dopo desolanti anni di sconfitte, mio figlio Michele, tifoso nerazzurro, ha regalato a ciascun familiare la maglia di un neo campione d’Italia: chi ha scelto Barella, per l’età e l’energia, chi Lukaku per la saggia possanza, chi Lautaro, per la ferocia agonistica. Quanto a me, senza neppure pensarci, ho chiesto grato “La maglia di Eriksen”. Perché nell’anno del triplete, il 2010, avevo quella del “Cuchu” Cambiasso e da bambino, se mai allora fosse stato possibile non solo sognare le maglie degli assi, quella di Luis Suárez. Entrambi, come Christian Eriksen, giocatori raziocinanti, la palla a fungere da incognita di un’equazione astrusa, il gol, il dribbling, l’assist come la radice che risolve il problema. Il gioco del calcio senza costruzioni barocche, ridondanti, eccessive, uno stile di gioco severo e rigoroso, da frontale dell’architettura Bauhaus.


Vedendo, durante la partita del campionato Europeo Danimarca-Finlandia, Eriksen, corta barba vichinga, sguardo assorto, quasi indolente, caracollare verso la fascia laterale, a ricevere la rimessa di un compagno, mi chiedevo dunque cosa avrebbe ideato, quale apertura, quale verticale o diagonale, trasformando il campo, dalle sue linee elementari, infantili, in complessa geometria non euclidea, alla Riemann.
Nulla di tutto questo. L’asso della nazionale danese scivola a terra, svuotato della sua forza, del suo carisma, della sua calma. I sanitari schizzano in campo, non stavolta per lenire con lo spray un pestone, dopo il tackle maldestro di un difensore scarpone, ma per salvargli la vita stessa. È massaggio cardiaco prolungato, non l’amichevole pressione, fragrante di unguenti, del fisioterapista nello spogliatoio, no, il violento, aspro, meccanico intervento del medico, l’ultima chance.

E i compagni, quelli che nei versi antichi di “Goal”, la poesia di Umberto Saba “Intorno al vincitore stanno, al suo collo si gettano i fratelli”, si allineano stavolta intorno a Eriksen, per assicurargli difesa dalle telecamere e dallo sguardo dei radi tifosi in tribuna. Riguardando ora quelle immagini, direste sia una barriera, ultimo muro umano a impedire che la palla, carica d’effetto, beffi il portiere tra i pali. Era invece la solidarietà al compagno caduto, non per l’irruenza del gioco più bello e più amato, ma per il destino che ciascuno di noi, nella vita, deve sempre affrontare. Finché l’allenatore danese Hjulmand non corre attraverso il campo, telefono stretto in pugno, parlando con la moglie di Eriksen, la signora Sabrina, che gli chiede affranta di assistere il marito. Le cronache testimonieranno poi del ricovero in ospedale, del miglioramento auspicato, della partita che riprende, con l’intesa delle squadre, tifosi danesi e finlandesi a scandire, alternandosi, il coro “Christian! Eriksen!”.

Affidiamo ai protagonisti dello sport, sempre, da grandi come da bambini, il destino di nostri eroi, assegnando loro il sogno di perfezione, eleganza, onnipotenza che la vita, brutale, ci nega ogni giorno. Quando il dolore, la malattia, atterrano un campione in campo, ci sentiamo dunque colpiti due volte, nella realtà per il malore in corso, nella fantasia perché gli invulnerabili ritornano umani, troppo umani, uguali a noi, fragili. Il giorno dello scudetto, per la divertita sorpresa dei miei colleghi e degli studenti, sono andato all’Università indossando la maglia di Christian Eriksen, adorato, amletico asso, che non trovava spazio in formazione, languiva stoico in panchina e noi reclamavamo a gran voce titolare. Quando, speriamo presto, potrai tornare a segnare, celebrando senza enfasi, con quel tuo mezzo sorriso malinconico, te lo prometto Christian, sarò di nuovo in aula con la tua maglia, la numero 24.
Instagram @gianniriotta