Pd, l'illusione delle primarie
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniPrima o poi il Pd dovrà fermarsi a riflettere sul senso delle primarie, che in casa dem stanno lì come quei mobili della nonna che nessuno più si ricorda quando e come sono finiti nell'arredamento ma di cui pare crudele e immorale privarsi.
A Torino, dove si è appena votato per decidere il candidato sindaco della coalizione di centrosinistra, le primarie hanno toccato il punto più basso: 16 mila torinesi hanno firmato per permettere di correre agli aspiranti candidati e solo in 11 mila sono andati a votarli. Ma non è l'affluenza il motivo per cui i vertici del Pd dovrebbero interrogarsi. È probabile infatti che a Bologna la partecipazione sarà più corposa, trainata da una competizione aspra (più scuro appare invece il pronostico su Roma). Il problema delle primarie è costituzionale.
Le primarie sono entrate nel costume della sinistra italiana per due ragioni fondamentali. La prima: dare legittimaz…
Prima o poi il Pd dovrà fermarsi a riflettere sul senso delle primarie, che in casa dem stanno lì come quei mobili della nonna che nessuno più si ricorda quando e come sono finiti nell'arredamento ma di cui pare crudele e immorale privarsi.
A Torino, dove si è appena votato per decidere il candidato sindaco della coalizione di centrosinistra, le primarie hanno toccato il punto più basso: 16 mila torinesi hanno firmato per permettere di correre agli aspiranti candidati e solo in 11 mila sono andati a votarli. Ma non è l'affluenza il motivo per cui i vertici del Pd dovrebbero interrogarsi. È probabile infatti che a Bologna la partecipazione sarà più corposa, trainata da una competizione aspra (più scuro appare invece il pronostico su Roma). Il problema delle primarie è costituzionale.
Le primarie sono entrate nel costume della sinistra italiana per due ragioni fondamentali. La prima: dare legittimazione a un candidato, Romano Prodi, che da candidato presidente del Consiglio non era espressione di nessuno dei partiti dell'alleanza. La seconda: dirimere le controversie sui candidati tipiche del maggioritario di coalizione della Seconda Repubblica e vincolare le tante ed eterogenee forze politiche a un patto con l'elettorato.
Le primarie erano in sostanza uno strumento per rimediare a due debolezze croniche: la necessità di ricorrere a un candidato esterno ai partiti, il papa straniero, che comunque nel caso di Prodi è finito disarcionato due volte, con e senza primarie, e arginare l'incessante litigiosità delle coalizioni progressiste.
La risposta spesso entusiasta del popolo di centrosinistra, seppure declinante tornata dopo tornata, ha ogni volta illuso che il bagno di folla cancellasse i problemi di partenza anziché, come è regolarmente avvenuto, posticiparne l'esplosione. Al successo di critica delle primarie ha contribuito poi lo spirito anti-partiti degli ultimi decenni, l'idea cioè che le forze politiche in quanto tali non siano titolate a decidere, che debbano abdicare al loro ruolo per lasciare che siano soggetti a loro esterni a farlo. Una forma di populismo, a suo modo. Una vulgata così potente da aver spinto il Pd, fino a un certo punto, al delirio di eleggere persino i segretari di circolo con questo metodo.
Nel frattempo è cambiato molto, quasi tutto. Ma le primarie sono ancora lì, con la retorica del gazebo, della parola ai cittadini e del presunto, sempre più presunto, potere taumaturgico. Ora però che le file ai seggi si assottigliano è ancora più evidente che l'uso di questo strumento si è fatto negli anni simile a quello recente dei referendum, che partiti sempre più deboli e delegittimati indicono o evocano per la definitiva incapacità del Parlamento di svolgere la sua funzione di legislatore.
Prendete proprio il caso di Torino. La prima domanda da farsi è: hanno senso primarie il cui scopo è addirittura definire il perimetro della coalizione? Nel capoluogo piemontese si è arrivati al punto che la vittoria di un candidato portava all'accordo con il M5S, la vittoria di un altro al suo ripudio. Una scelta simile può essere delegata alla lotteria dei candidati? Il dibattito pubblico italiano, specie a sinistra, è sempre molto fantasioso, quindi è possibile che qualcuno risponda di sì. La verità è che alle primarie il Pd chiede oggi miracoli persino più grandi di quelli del passato: non più cementare coalizioni rissose, ma addirittura crearle laddove non ci sono o non sono chiare. Ma quello sarebbe il lavoro della politica, ai cittadini spetta il compito di validare la scelta, se è stata buona, o respingerla, se giudicata cattiva. La rinuncia a scelte dall'alto può anche essere mascherata da "ascolto dei territori", ma è improbabile che il travestimento faccia molta strada.
Sia chiaro, mica è facile uscire da questa situazione. Se i partiti faticano ad avere l'autorevolezza necessaria è anche perché le classi dirigenti, soprattutto quelle locali, spesso espressioni di opache cordate nazionali, hanno smesso da tempo di essere credibili. E il ricorso sempre più forzoso al doping delle primarie ha chiuso il circolo vizioso, perché ha contribuito svuotare la partecipazione dall'interno (perché prendere la tessera di una forza politica in una città dove dieci ore di seggio decidono più di anni di riunioni di sezione e direttivi vari?) lasciando i partiti in mano a baronìe e feudalesimi che, pure quando propongono soluzioni deboli o sbilenche, hanno sempre la possibilità di far finta che su di esse ci sia il timbro della legittimazione popolare. Solo che, ormai, è diventato difficile pure fare finta.