Il vertice tra Biden e Putin nel campo neutro di Ginevra era in partenza molto diverso da tutti i precedenti tra un presidente americano e un presidente russo, o sovietico, degli ultimi quarant'anni.
Da quello tra Reagan e Gorbaciov, ancora a Ginevra, nel 1985, all'alba della perestrojka che aveva aperto molte speranze, più in Occidente che in Russia a dire il vero. Oppure da quello tra Clinton e Eltsin a Vancouver, nel 1993, il primo dell'éra post-sovietica con l'illusione che la Russia potesse diventare una democrazia compiuta di tipo occidentale. O ancora dal primo vertice del nuovo millennio, tra George W. Bush e Putin, appena installato al Cremlino, nel 2001 in Slovenia, quando il presidente americano disse: "Sono riuscito a capire la sua anima". Salvo poi rendersi conto che l'aveva capita molto male. Per non parlare dello sciagurato incontro tra Trump e Putin a Helsinki, nel 2018, quando il presidente americano arrivò a difender…
Il vertice tra Biden e Putin nel campo neutro di Ginevra era in partenza molto diverso da tutti i precedenti tra un presidente americano e un presidente russo, o sovietico, degli ultimi quarant'anni.
Da quello tra Reagan e Gorbaciov, ancora a Ginevra, nel 1985, all'alba della perestrojka che aveva aperto molte speranze, più in Occidente che in Russia a dire il vero. Oppure da quello tra Clinton e Eltsin a Vancouver, nel 1993, il primo dell'éra post-sovietica con l'illusione che la Russia potesse diventare una democrazia compiuta di tipo occidentale. O ancora dal primo vertice del nuovo millennio, tra George W. Bush e Putin, appena installato al Cremlino, nel 2001 in Slovenia, quando il presidente americano disse: "Sono riuscito a capire la sua anima". Salvo poi rendersi conto che l'aveva capita molto male. Per non parlare dello sciagurato incontro tra Trump e Putin a Helsinki, nel 2018, quando il presidente americano arrivò a difendere quello russo, che peraltro ne aveva favorito l'elezione.
La prima grande differenza con tutti questi precedenti è nello stato dei rapporti tra i due Paesi, che, come ha detto lo stesso Putin nell'ormai citatissima intervista alla Nbc, sono "al punto più basso negli anni recenti". Le due ambasciate sono senza capo missione perché i titolari sono stati richiamati in patria, da una parte e dell'altra, dopo che i due presidenti si sono scambiati insolenze assolutamente inedite. Biden definendo Putin "un killer" e Putin rispondendo in modo irridente con una vecchia filastrocca infantile ("Chi lo dice lo è..."). I consolati fuori dalle rispettive capitali sono chiusi e anche questa è una situazione del tutto inedita, che segnala una profonda sfiducia reciproca.
La seconda differenza è il contesto internazionale. Quando Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov si incontrarono a Ginevra nel 1985, la dichiarazione di apertura del presidente americano fu: "Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica sono i due più grandi Paesi della terra, le superpotenze. Sono le uniche che possono cominciare la terza guerra mondiale, ma anche gli unici due Paesi che possono dare la pace al mondo". Oggi non è più così, anche se Usa e Russia hanno ancora due arsenali terrificanti. Perché la pace oggi non dipende soltanto dai missili e da quell'equilibrio che veniva racchiuso nella sigla "Mad" (reciproca distruzione assicurata). Ci sono altri fattori, dalla cybersicurezza al clima, dai microchip alla pandemia, dai diritti umani alle stesse crisi regionali (come l'Ucraina, che è diventata una sorta di spartiacque tra Est e Ovest) che possono creare instabilità e conflitti. Infatti Obama, un altro presidente che aveva cercato invano un reset con Putin, aveva definito un po' frettolosamente la Russia una "potenza regionale", mentre la Cina saliva a rango di potenza globale e di vero competitor per gli Stati Uniti. Come Biden la considera tuttora.
Per Putin il vertice di ieri è stato un riscatto, un recupero di posizioni nel "ranking" mondiale che ha cercato negli ultimi anni con spregiudicate avventure militari in Ucraina e in Medio Oriente, con la cinica annessione della Crimea, con le interferenze nelle elezioni americane ed europee, con operazioni di agenti del Gru (lo spionaggio militare) per eliminare oppositori all'estero e perfino con la repressione del dissenso interno in stile puramente sovietico. Aveva definito la fine dell'Unione "la più grande tragedia dell'umanità". Il faccia a faccia con Biden per l'ex colonnello del Kgb è stato una sorta di resurrezione dell'Urss.
Lo hanno favorito, paradossalmente, il recupero del concetto e dei valori dell'Occidente da parte dell'America post-Trump e la cultura diplomatica di Biden e degli uomini cui ha affidato la sua politica estera, tutti cold war warriors, cresciuti e imbevuti del clima della guerra fredda: dal segretario di Stato Blinken al consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan per finire con il direttore della Cia William Burns. Tutto il viaggio europeo di Biden è stato all'insegna del "ritorno": il ritorno dell'America, il ritorno del G7, il ritorno della Nato (che, merita ricordarlo, Macron aveva definito "cerebralmente morta"). Fatalmente lo spartiacque diplomatico è tornato a riprodurre la vecchia cortina di ferro, con i Paesi che sono riusciti a evaderne, come i Baltici e la Polonia, ad alimentare l'ostilità verso Mosca, mentre l'Ucraina ha posto la sua candidatura alla Nato per proteggersi dalla minaccia russa.
Alla fine Putin, che è un ottimo giocatore di scacchi (con la faccia però da giocatore di poker) ha colto l'opportunità. E i termini con cui si è espresso in conferenza stampa nei confronti di Biden, definito "politico maturo" e "grande uomo di Stato", ne sono la conferma. Il risultato del vertice, il massimo possibile dato il punto di partenza, è che i due presidenti hanno trovato il modo per gestire le reciproche ostilità, avviando consultazioni sui temi più negoziabili, come il controllo degli armamenti e anche la cybersicurezza o il clima, e mantenendo il punto sui temi più controversi come i diritti umani. Da oggi per Biden la Cina resta il grande avversario, la Russia diventa un interlocutore. Lui e Putin si sono stretti la mano prima di entrare nel salone del vertice: un gesto che in tempo di Covid è molto simbolico. Trentasei anni fa dopo l'incontro a Ginevra in un'altra villa di Ginevra, Reagan aveva detto di Gorbaciov: "L'ho guardato negli occhi e ho capito con lui si può parlare".