Europei, la Nazionale amabile
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliLa Nazionale è la squadra di (quasi) tutti e di nessuno. Dipende, per lo più, dai risultati. Questa di Mancini cerca la via del plebiscito. Le mancano alcuni passi, non scontati. Quando una truppa azzurra si mette in marcia è carica di precedenti. Conta l'eredità che riceve e dove sceglie i suoi componenti. Qui la partenza era la più favorevole possibile. Si veniva da un disamore, da una voglia di oblio. La mancata qualificazione ai mondiali 2018 era stata uno scivolamento lento e inavvertito da una guida, a molti livelli, bizzarra e fuori dal tempo. Un anacronismo assoluto: sbagliate le scelte, le parole, le pettinature. Non era uno specchio, ma un vetro sull'abisso. La successione è stata affidata a un ragazzo per sempre, un Gianni Morandi ct, legato a molte città e nessuna, con i modi e l'esperienza del provinciale che ha visto il mondo. È interista, ma anche laziale, soprattutto sampdoriano, per battesimo bolognes…
La Nazionale è la squadra di (quasi) tutti e di nessuno. Dipende, per lo più, dai risultati. Questa di Mancini cerca la via del plebiscito. Le mancano alcuni passi, non scontati. Quando una truppa azzurra si mette in marcia è carica di precedenti. Conta l'eredità che riceve e dove sceglie i suoi componenti. Qui la partenza era la più favorevole possibile. Si veniva da un disamore, da una voglia di oblio. La mancata qualificazione ai mondiali 2018 era stata uno scivolamento lento e inavvertito da una guida, a molti livelli, bizzarra e fuori dal tempo. Un anacronismo assoluto: sbagliate le scelte, le parole, le pettinature. Non era uno specchio, ma un vetro sull'abisso. La successione è stata affidata a un ragazzo per sempre, un Gianni Morandi ct, legato a molte città e nessuna, con i modi e l'esperienza del provinciale che ha visto il mondo. È interista, ma anche laziale, soprattutto sampdoriano, per battesimo bolognese. Ha colto il rischio come opportunità, fatto ciò in cui credeva, con chi voleva. Molti ct non sono stati amati per il carattere spigoloso (Bearzot), per il marchio di fabbrica (Sacchi), per la personalità debole (Ventura). Capita si sollevino onde di tifo contrario, perfino da parte della stampa al seguito che, come tale, se ne andrebbe a casa con lui, ma potendo gioiosamente infierire sul vinto. Mancini ha disinnescato le mine sul percorso, creando una Nazionale amabile.
Non c'è miglior aggettivo per definirla. È predisposta all'affetto. Come certi vini è giovane, ha una nota dolce, vagamente ruffiana. Mischia sapori e lascia sul palato il pizzico dell'imprevisto. I tempi hanno aiutato: non ha un blocco perché non ne esistono più. Attinge in misura limitata alle grandi squadre, grandemente divisive, le cui bandiere non sono tricolori. Se scegli una metropoli offendi l'altra, ma se metti la capitale a Sassuolo vivi tranquillo. Nessuno, che si sappia, odia Berardi. Quanto a Jorginho, è un raro caso di cervello fuggito dall'estero. È una squadra nata all'ombra di una disattenzione, come un quinto figlio. Senza il peso di troppe aspettative, ha trovato un suo modo di crescere, perfino impressionante per come ha coniugato la forza e la bellezza, il risultato e il gioco, cose poco compatibili, che solitamente si contendono percentuali. Ha iniziato a non perdere mai, poi a vincere sempre, fino al possibile record di domani. Imboccando l'uscita dal tunnel della pandemia ci tenta il desiderio implausibile di non soffrire più, almeno per qualche tempo. Ci concediamo soltanto a felicità garantite, per brevi che siano. Novanta minuti? Affare fatto. Non ci sarà da patire? Mai successo. Fin qui. C'è sempre chi diffida, sminuisce il percorso e famelico preconizza l'incidente alla curva dei quarti, quando finalmente incocceremo l'Avversaria (a occhio ce ne sono due, escludendo che questo gruppo di giovani uomini si porti dentro la terza: la paura).
Sarà tutto facile, tutto amabile, ancora per una o due partite. Poi, certo, qualcuno magari esulterà se Lukaku farà gol a Donnarumma o applaudirà una spallata di De Ligt a Immobile. Siamo un Paese di piccole patrie. L'abbiamo certificato nell'inno: porgiamo la chioma alla vittoria, non alla nazione. O alla Nazionale. Però questa attrae, perché non la si è tanto decifrata. La si guarda un po' stupiti, riconoscendosi solo a tratti. Il quinto figlio, a volte, è del caso. Non c'è da ingelosirsi. A luglio capiremo se ha passato l'esame di maturità. Lasciamolo giocare. Non ha responsabilità. Non produce destino. Non misura una coalizione. Non rispecchia un sistema Paese. E questa è la sua fortuna.