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Pd, cosa insegna il caso Provenzano

(ansa)

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Il vice di Letta protesta per la nomina di due ultra-liberisti nel gruppo di controllo per gli investimenti del Pnrr
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La protesta del vicesegretario del Pd, Provenzano, per la nomina di alcuni "ultra-liberisti" (Stagnaro e Puglisi) nel gruppo tecnico di controllo degli investimenti previsti dal Pnrr, è il segno che rimane qualcosa di irrisolto nel rapporto tra il partito di Enrico Letta e il governo Draghi. Nulla di irreparabile: nessuno crede che il Pd possa o voglia mettersi sul serio di traverso rispetto al percorso del premier. Tutti sono consapevoli che non ci sono alternative all'attuale equilibrio per ragioni interne e internazionali. Eppure è evidente che il Pd non riesce a sentirsi integralmente "il partito di Draghi", come pure aveva annunciato di voler essere. C'è una distanza crescente tra quel desiderio iniziale - che evoca altri tempi, quando la maggiore forza del centrosinistra s'incarnava senza difficoltà nel "partito di Ciampi" - e la realtà quotidiana. Il problema è che un segmento significativo dell…

La protesta del vicesegretario del Pd, Provenzano, per la nomina di alcuni "ultra-liberisti" (Stagnaro e Puglisi) nel gruppo tecnico di controllo degli investimenti previsti dal Pnrr, è il segno che rimane qualcosa di irrisolto nel rapporto tra il partito di Enrico Letta e il governo Draghi. Nulla di irreparabile: nessuno crede che il Pd possa o voglia mettersi sul serio di traverso rispetto al percorso del premier. Tutti sono consapevoli che non ci sono alternative all'attuale equilibrio per ragioni interne e internazionali. Eppure è evidente che il Pd non riesce a sentirsi integralmente "il partito di Draghi", come pure aveva annunciato di voler essere. C'è una distanza crescente tra quel desiderio iniziale - che evoca altri tempi, quando la maggiore forza del centrosinistra s'incarnava senza difficoltà nel "partito di Ciampi" - e la realtà quotidiana. Il problema è che un segmento significativo dell'esercito di Letta teme di scivolare a destra. O almeno questa è l'impressione che trasmette all'esterno. Per cui veste i panni del guardiano, affinché tale torsione più immaginaria che reale non si realizzi. Oppure non si trattiene dal denunciare pubblicamente gli indizi dello smottamento: che è il modo migliore, ma forse autolesionista, per confezionare al presidente del Consiglio un abito "di destra" che egli, accorto politico, sta bene attento a non indossare.


S'intende che le punture di spillo, come nella polemica di Provenzano, ex ministro per il Mezzogiorno e allievo di Emanuele Macaluso, sono possibili perché l'identità del Pd nella nuova stagione non è ancora chiara. Anzi, tutto è in subbuglio: il rapporto con i Cinque Stelle non è certo solido, di conseguenza - lo ha documentato Giovanna Vitale su questo giornale - l'asse con Conte si presenta ricco di contraddizioni e riflette la debolezza dell'ex premier al vertice di un movimento sfilacciato, ancora condizionato dal vecchio padre-padrone Grillo (vedi l'intreccio con gli interessi della Cina). La strategia non è più la fusione di fatto tra 5S e Pd, ma non è nemmeno la divisione dei compiti di fronte all'elettorato. È semmai una competizione un po' disordinata tranne che nei luoghi dove si è trovato un compromesso soddisfacente, ad esempio a Napoli.


In sostanza nel Pd si è aperta una sorta di gara per mettere a fuoco un profilo di sinistra movimentista volta a recuperare i segmenti del vecchio mondo disperso. Per cui il segretario parla dei nuovi diritti, ma altri adombrano che il governo di cui il Pd è sostenitore sia in realtà emanazione di un neo-liberismo padronale. In tutto questo il ministro del Lavoro, Orlando, si dimostra il più pragmatico quando s'impegna a individuare una soluzione pratica e non ideologica al dramma sociale dei licenziamenti. È come se il partito fosse di nuovo incerto sulla strada da imboccare. E si capisce. L'alleanza di potere con i 5S si rivela inadeguata per rispondere agli interrogativi sociali e politici che una forza socialdemocratica deve porsi una volta usciti dall'emergenza del virus. Immedesimarsi per intero nelle scelte di Draghi sembra controproducente. Riconoscersi in un'agenda riformista di tipo europeo appare, allo stesso modo, una sfida troppo impegnativa. Rimane la riscoperta di una radice comune ai vari filoni post-comunisti. Eppure il secondo tempo del governo Draghi dovrà segnalarsi per un forte impatto riformatore. Il rischio è che il centrosinistra abbia poco da dire o, peggio, lasci sguarnito il campo.