La voglia di referendum
di Michele Ainis , di Michele AinisIl referendum è una creatura instabile, cangiante come l'opale. Parrebbe sempre uguale a sé medesimo, invece no, cambia aspetto a ogni stagione. Anche se la sua fisionomia resta scolpita in norme ormai vetuste, che nessun riformatore ha riformato: un paio d'articoli della Costituzione, una legge coniata nel 1970. Ma in questo mezzo secolo si sono trasformati gli usi del referendum, perfino gli abusi. Mentre la consultazione popolare ha vissuto giorni di gloria oppure d'oblio, inabissandosi per poi tornare a galla.
Gli ultimi successi risalgono a dieci anni fa, al giugno del 2011, quando 27 milioni di italiani deposero una scheda gialla nell'urna, per il referendum sull'acqua pubblica. Un responso chiaro come l'acqua, per l'appunto. Ma tradito poi dalla politica, oscurato, deformato. Nella storia dei referendum è accaduto molte volte. Sarà per questo che ce ne eravamo un po' disamorati, sarà stato per difenderc…
Il referendum è una creatura instabile, cangiante come l'opale. Parrebbe sempre uguale a sé medesimo, invece no, cambia aspetto a ogni stagione. Anche se la sua fisionomia resta scolpita in norme ormai vetuste, che nessun riformatore ha riformato: un paio d'articoli della Costituzione, una legge coniata nel 1970. Ma in questo mezzo secolo si sono trasformati gli usi del referendum, perfino gli abusi. Mentre la consultazione popolare ha vissuto giorni di gloria oppure d'oblio, inabissandosi per poi tornare a galla.
Gli ultimi successi risalgono a dieci anni fa, al giugno del 2011, quando 27 milioni di italiani deposero una scheda gialla nell'urna, per il referendum sull'acqua pubblica. Un responso chiaro come l'acqua, per l'appunto. Ma tradito poi dalla politica, oscurato, deformato. Nella storia dei referendum è accaduto molte volte. Sarà per questo che ce ne eravamo un po' disamorati, sarà stato per difenderci da nuove delusioni.
Ma adesso s'annunzia un cambio di stagione. C'è voglia di referendum, e non soltanto a Roma, nelle centrali dei partiti. Basta allungare lo sguardo sulle cronache locali, dove i referendum vengono evocati per timbrare questa o quella decisione. A Firenze, sul tracciato d'una linea tramviaria. A Matera, per insediarvi la sede principale del Consiglio regionale. A Messina, circa la ristrutturazione del quartiere fieristico. A Conegliano Veneto, per opporsi ai pesticidi. A Gallarate, sulle sorti dell'ospedale. A Cesena, in ordine alla raccolta differenziata dei rifiuti. A Torino, contro la privatizzazione della Cavallerizza reale.
E poi ci sono i referendum nazionali, che già infiammano lo scontro fra i partiti. Quello sulla giustizia, promosso da Lega e Radicali. Quello sull'eutanasia legale, chiesto a gran voce dall'associazione Luca Coscioni, insieme a un arco di forze politiche minori. C'è un collante fra queste iniziative? Qual è, insomma, l'impronta della nuova stagione?
Anzitutto, il segno della divisione. Che rappresenta però l'effetto di ogni referendum, della sua logica binaria, a cavalcioni fra il sì e il no. E infatti il referendum sulla giustizia ha già innescato le proteste dell'Associazione nazionale magistrati; quello sull'eutanasia, la reazione indignata dei cattolici. In secondo luogo, ciascun referendum esprime il senso di un'urgenza, di un problema che non accetta più rinvii. È il caso della giustizia, benché il governo s'accinga a presentare una riforma complessiva, e l'iniziativa referendaria possa di fatto ostacolarla. È il caso altresì del fine vita, giacché sono trascorsi ormai due anni da quando la Consulta mise in mora le assemblee parlamentari, per colmare i vuoti sul suicidio assistito; ma il Parlamento non ha cavato un ragno dal buco. In terzo luogo, in Italia i referendum hanno una valenza negativa, oppositiva. Servono per abrogare, non per aggiungere; mentre il referendum propositivo, approvato dalla Camera nel febbraio 2019, è rimasto chiuso nei cassetti del Senato.
Questi tre caratteri della consultazione popolare si presentano adesso in nuove fogge, in abiti del tutto rinnovati. Perché s'oppongono al non fare, al non decidere. In passato il referendum contrastava una legge, per esempio quella sul divorzio; ora s'oppone all'assenza della legge, com'è il caso dell'eutanasia. E a sua volta la lacuna deriva dalle larghe intese realizzate in Parlamento, con un governo sorretto da un po' tutti i partiti. Una maggioranza così larga può andare d'accordo, sia pure a denti stretti, sulle misure emergenziali; non sui diritti civili, dove infatti domina lo stallo, dalla legge sull'omofobia alla prescrizione, dalla cittadinanza per gli immigrati al fine vita. Sicché il referendum diventa come un pungolo, e al contempo svolge un ruolo di supplenza, è l'opposizione che manca in Parlamento.
Da qui la qualità istituzionale dei nuovi referendum. Anche di quelli locali, che testimoniano perlomeno un interesse, una voglia di partecipazione. E il governo Draghi non s'è messo affatto di traverso, al contrario. Nei giorni scorsi ha impugnato una legge della Sardegna, che vorrebbe aumentare le Province senza consultare con un referendum gli elettori. Mentre il ministro Colao ha promesso entro il 2022 la raccolta delle firme in formato digitale. È la quarta - e forse decisiva - novità della stagione che s'annuncia. Stando alle premesse, per i referendum sarà un'altra primavera.