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Il buon uso della sovranità

(ansa)

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Lo scontro tra Italia e Vaticano
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Il cardinale Parolin e Mario Draghi concordano dunque sul fatto che "l'Italia è uno Stato laico". C'è da esserne soddisfatti, perché si evita un conflitto di cui non si sente il bisogno - sono più che sufficienti i problemi che il Paese ha già davanti a sé - . Si rende chiaro, così, che da parte del vertice politico italiano non c'è una ostentazione di laicismo o di anticlericalismo - non sono più i tempi, da più di un secolo - , e non c'è neppure una sottovalutazione dell'interlocutore, un atteggiamento di sprezzante sufficienza. C'è semmai un'affermazione esistenziale, relativa al modo di esistere di uno Stato che trae da sé, e non da altri, le proprie ragioni e i propri orientamenti - che è capace di decidere da sé che cosa è costituzionale e che cosa non lo è - . Di uno Stato che è aperto, dialogante, inclusivo, che non…

Il cardinale Parolin e Mario Draghi concordano dunque sul fatto che "l'Italia è uno Stato laico". C'è da esserne soddisfatti, perché si evita un conflitto di cui non si sente il bisogno - sono più che sufficienti i problemi che il Paese ha già davanti a sé - . Si rende chiaro, così, che da parte del vertice politico italiano non c'è una ostentazione di laicismo o di anticlericalismo - non sono più i tempi, da più di un secolo - , e non c'è neppure una sottovalutazione dell'interlocutore, un atteggiamento di sprezzante sufficienza. C'è semmai un'affermazione esistenziale, relativa al modo di esistere di uno Stato che trae da sé, e non da altri, le proprie ragioni e i propri orientamenti - che è capace di decidere da sé che cosa è costituzionale e che cosa non lo è - . Di uno Stato che è aperto, dialogante, inclusivo, che non si pone come superbo vertice delle cose umane; ma che al tempo stesso non si presta - proprio non può - a essere il braccio secolare, lo strumento di poteri che non siano passati attraverso le procedure e le elaborazioni del processo politico democratico. Che, come il Vaticano, siano esterni alle sue istituzioni, anche se il cattolicesimo è ben interno alla sua storia e alla sua società.


La proiezione nella dimensione dei rapporti fra Stati - e dunque nella dimensione della sovranità - di una questione la cui sostanza si gioca dentro la società civile, ha voluto essere, da parte ecclesiastica, un modo per sottolineare, e anche per formalizzare e stilizzare, le difficoltà di una parte del mondo cattolico, e non solo, davanti al ddl Zan, a torto o a ragione visto come l'emblema della relativizzazione nichilistica delle certezze su cui si fonda la vita associata e su cui si formano le coscienze. Ma, appunto perché l'Italia è uno Stato democratico, che garantisce (a tutti, e attraverso i Patti Lateranensi, con particolare solennità alla Chiesa cattolica) la libertà d'espressione e il confronto civile, questa poteva, e ancora può essere, l'occasione per un libero e franco dibattito culturale, per un approfondimento delle questioni più radicali che interrogano la nostra civiltà. Non mancano al mondo cattolico intelligenze, strumenti comunicativi, occasioni, per tentare di recuperare, se pensa di averlo perduto, un ruolo importante di orientamento e di valorizzazione.

 

Al contrario, la Chiesa - lo ha confermato ieri il cardinale Parolin - ha preferito una strategia tutta politica, centrata su obiezioni quasi tecniche al disegno di legge in questione (che non chiarirebbe bene che cosa è reato e che cosa non lo è), palesemente invocandone una revisione in itinere (che sarà sicuramente materia di un non facile confronto politico) pur profondendosi in riconoscimenti della laicità dello Stato. Questo ricorso al livello diplomatico è quindi con ogni evidenza, pur intessuto di rispetto e di buona volontà, un mezzo di pressione indiretto, sostitutivo di un aperto confronto culturale; e rivela pertanto, oltre che la consueta abilità, una certa difficoltà, un'attitudine difensiva, da parte del cattolicesimo istituzionale.

 

Viceversa, è stata, questa, un'occasione - colta con serietà dal mondo politico, anche da quelle forze che avrebbero potuto strumentalizzare a proprio vantaggio l'iniziativa vaticana - per comprendere che "sovranità" non è una parolaccia di destra ma è sinonimo di rispetto tanto di se stessi quanto dei trattati liberamente sottoscritti. Che è un concetto relativo non a una orgogliosa e impossibile autosufficienza (cosiddetta "sovranista") ma a una consapevole decenza nelle relazioni con il mondo.
Questo incidente col Vaticano - in cui si è fatto, da parte italiana, un buon uso della sovranità - è anche l'occasione per riflettere, in una scala più ampia, su alcuni tratti della politica internazionale che, nel nostro tempo, riprende molte delle sue asprezze e dei suoi duri confronti geopolitici; e costringe tutti, grandi e medie potenze (come l'Italia) a entrare in sistemi di alleanze, o a rinvigorire quelle in cui già si trovano. Le alleanze, i trattati, implicano vincoli, certo; che per il nostro Paese sono l'euro (il "vincolo esterno" della moneta), la Nato (la storica collocazione atlantica dell'Italia), la Ue (il sistema, molto in divenire, creato dagli Stati europei per contare ancora qualcosa nel mondo). Vincoli che vanno interpretati, come tutto ciò che è umano e storico: li si può vivere con furbizia, con slealtà; li si può prendere come pretesto per politiche servili, di supina acquiescenza ai voleri dei più forti; li si può rispettare a schiena dritta, coniugando la libera adesione alla responsabile consapevolezza della propria identità e del proprio legittimo interesse. Lo si è fatto in questo caso. E, a dispetto di narrazioni liquidatorie un po' frettolose, la sovranità così intesa si candida a essere anche nel prossimo futuro una risorsa della politica democratica.