Lo scontro drammatico in corso nel Movimento Cinque Stelle, con lo strappo di Giuseppe Conte ancora sul tavolo, non è soltanto una faccenda interna a quel soggetto politico, né può essere trattata con un'alzata di spalle. Per capire quanto l'esito della sfida riguardi tutti, in primis il governo Draghi e la possibilità stessa che vada avanti, basta dare un'occhiata ai numeri dei gruppi parlamentari. Perché la politica, alla fine, si misura sui rapporti di forza. I Cinque stelle, nonostante frotte di espulsi e fuoriusciti, restano di gran lunga i primi come consistenza sia alla Camera (162 deputati) che a palazzo Madama (75 senatori). È del tutto evidente, vista la crisi che stanno attraversando, che la soluzione di questo confronto, quale essa sia - e ieri sera tutto propendeva per una rottura - non sarà neutra rispetto alla stabilità dell'esecutivo.
Volendo prendere sul serio quello che sta accadendo, a prescin…
Lo scontro drammatico in corso nel Movimento Cinque Stelle, con lo strappo di Giuseppe Conte ancora sul tavolo, non è soltanto una faccenda interna a quel soggetto politico, né può essere trattata con un'alzata di spalle. Per capire quanto l'esito della sfida riguardi tutti, in primis il governo Draghi e la possibilità stessa che vada avanti, basta dare un'occhiata ai numeri dei gruppi parlamentari. Perché la politica, alla fine, si misura sui rapporti di forza. I Cinque stelle, nonostante frotte di espulsi e fuoriusciti, restano di gran lunga i primi come consistenza sia alla Camera (162 deputati) che a palazzo Madama (75 senatori). È del tutto evidente, vista la crisi che stanno attraversando, che la soluzione di questo confronto, quale essa sia - e ieri sera tutto propendeva per una rottura - non sarà neutra rispetto alla stabilità dell'esecutivo.
Volendo prendere sul serio quello che sta accadendo, a prescindere dal dato umorale di Grillo, dietro la disputa tra il fondatore e il quasi-leader si cela anche una profonda diversità di vedute sul grado di sostegno al governo Draghi. Non bisogna dimenticare infatti che l'attuale esecutivo è potuto partire grazie al fatto che Grillo si è speso in prima persona per convincere i riottosi, anche in maniera ruvida, che quella era l'unica scelta possibile. Dando la palma del grillino doc al ministro Cingolani (salvo poi pentirsene, ma questa è un'altra storia) e orientando fortemente il voto degli iscritti dopo una telefonata con Draghi. In questi mesi, oltretutto, Grillo non ha mai sparato contro il presidente del Consiglio. Tra i "contiani" è diffuso al contrario un sentimento di revanche nei confronti dell'usurpatore, come se Draghi fosse stato parte attiva del "complotto" che ha portato alla defenestrazione dell'avvocato del popolo. Non è un caso che il Fatto Quotidiano, organo militante del contismo, sia ossessionato da Draghi. E che abbia preso a trattare Grillo come una sorta di vecchietto impazzito, traditore delle sue stesse idee. Ma le cose non sono purtroppo così semplici. Perché se è vero che una leadership piena e legittimata di Conte sul M5S porterebbe con ogni probabilità a un aumento del tasso di conflittualità all'interno della maggioranza, è anche innegabile che l'ex presidente del Consiglio è attualmente l'unico che può tenere uniti i grillini intorno a un progetto. E l'unità del M5S, specie in vista del semestre bianco, è una garanzia di stabilità per tutto il governo. Se infatti i gruppi Cinque Stelle esplodessero definitivamente fra filo-Grillo, amici di Conte, reduci e diciannovisti, il Parlamento diventerebbe per Draghi un Vietnam. Proprio mentre sono attese le riforme più importanti a cui è legato il Recovery Plan. Uno scenario di balcanizzazione che non conviene a nessuno e che giustamente viene visto come un incubo dal Pd, che ha puntato infatti tutte le fiches su Conte. L'avvocato del popolo è quindi un leader bi-fronte, da una parte pilastro essenziale per la maggioranza, dall'altra possibile antagonista di Draghi.
Sarebbe comunque importante, al di là delle sorti future del Movimento, che questa fase di scontro, questo congresso condotto in maniera opaca e semi-clandestina (a proposito: e lo streaming?) trovasse al più presto uno sbocco. E sperabilmente portasse a una definitiva maturazione della forza populista che è stata sul punto di far deragliare la traiettoria della democrazia italiana. In un saggio della Luiss appena uscito e dedicato all'antipolitica (gli autori sono il professor Giovanni Orsina e il giornalista David Allegranti), si paragona il M5S a un hikikomori, uno di quegli adolescenti che prima si isolava nella sua cameretta e ora si affida al miglior psicoanalista in circolazione - Mario Draghi - per uscire nel mondo e reintegrarsi. Metafora brutale ma efficace. Per completare il passaggio all'età adulta di un movimento nato terzomondista e anti-occidentale e finito a sostenere il governo più europeista del dopoguerra, è necessario però che il non-Congresso grillino a un certo punto abbia una fine. I barbari infatti si sono ormai romanizzati. Ma dei romani sembrano aver assorbito anche tutti i difetti, gli intrighi, gli avvelenamenti, le pugnalate nel buio, i tradimenti. Fino a trasformare il Movimento nella corte di Bisanzio.