C’è il rischio che esploda presto una bomba sociale. Non è solo il leader della Cgil, Maurizio Landini, a sostenerlo; due giorni fa lo ha detto anche la ministra Luciana Lamorgese. In genere non sono i toni e le parole che usano i responsabili degli Interni, ai quali si chiede e si impone la cautela. Dunque se la ministra l’ha fatto è perché la situazione è drammaticamente seria: chi perde il lavoro in questa fase difficilmente ne troverà un altro. È qui la ragione della battaglia dei sindacati contro i licenziamenti condotta, per una volta, con poca ideologia e molto pragmatismo. Non sarà per Cgil, Cisl e Uil l’ennesima “eroica sconfitta” — visto che il governo non ha alcuna intenzione di prorogare per tutti i settori il blocco dei licenziamenti — subita esclusivamente per difendere la propria identità.
È vero che in nessun altro Paese europeo è stato adottato un bl…
C’è il rischio che esploda presto una bomba sociale. Non è solo il leader della Cgil, Maurizio Landini, a sostenerlo; due giorni fa lo ha detto anche la ministra Luciana Lamorgese. In genere non sono i toni e le parole che usano i responsabili degli Interni, ai quali si chiede e si impone la cautela. Dunque se la ministra l’ha fatto è perché la situazione è drammaticamente seria: chi perde il lavoro in questa fase difficilmente ne troverà un altro. È qui la ragione della battaglia dei sindacati contro i licenziamenti condotta, per una volta, con poca ideologia e molto pragmatismo. Non sarà per Cgil, Cisl e Uil l’ennesima “eroica sconfitta” — visto che il governo non ha alcuna intenzione di prorogare per tutti i settori il blocco dei licenziamenti — subita esclusivamente per difendere la propria identità.
È vero che in nessun altro Paese europeo è stato adottato un blocco generalizzato e per così tanto tempo dei licenziamenti, ma è altrettanto vero che abbiamo il peggior mercato del lavoro dell’Unione, nel quale domanda e offerta fanno fatica a incontrarsi, nonché un sistema di ammortizzatori sociali iniquo, inefficace, inadeguato alle esigenze delle imprese e dei lavoratori, al quale è stato chiesto anche di supplire (vedi i casi della cassa integrazione o della mobilità erogate per decenni) alla storica mancanza di politiche attive per il lavoro. Questa è la realtà. Bisogna difendere il lavoro che c’è e prepararsi — velocemente, questo sì — alla prossima trasformazione produttiva, guidata dalle transizioni digitale e ambientale.
L’Italia del dopo pandemia non sarà uguale a quella che già abbiamo conosciuto e che, peraltro, non funzionava affatto bene. Nessuno può avere nostalgia di un Paese che viaggiava a tassi di crescita impercettibili, con livelli di produttività stantii, con salari bassi, diseguaglianze alte, investimenti latitanti, formazione assente e giovani scoraggiati (oltre due milioni i Neet). Quel Paese si può cambiare. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, lo ha detto più volte: perché ci sono le risorse (oltre 200 miliardi tra trasferimenti e prestiti dal Next Generation EU), perché c’è la volontà di farlo e, probabilmente, perché ci sono le capacità e le competenze necessarie.
Costruire un altro Paese, allora, con un altro lavoro. È l’ambizione sottesa del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr. Di questo parla Draghi quando invita (se stesso, innanzitutto) a non ripetere l’errore commesso dopo la doppia recessione del 2008 e del 2011 con la seria sottovalutazione degli effetti sociali delle politiche di austerity che aggravò il rancore degli esclusi dai processi di globalizzazione e accelerò il consenso verso la ricetta populista. Stiamo ancora pagando tutti quell’errore. Per voltare pagina si deve scommettere sul lavoro di qualità. Se i fondi del Pnrr sono destinati agli investimenti per la digitalizzazione e per un’economia sostenibile serve un capitale umano adeguato. Servono i giovani, i nostri giovani, scolarizzati, preparati, aggiornati, nati e cresciuti nell’Europa dell’Erasmus. A loro va offerto lavoro, non lavoretti; salari veri, non paghette. Questa volta ai figli va dato di più, senza togliere nulla ai padri.
C’è un ultimo aspetto, riguarda le nostre imprese, la struttura del capitalismo italiano. È una questione di cui parla — ormai in solitudine sospetta — la sola Banca d’Italia. Così l’ha sintetizzata il governatore Ignazio Visco, che è succeduto a Draghi, nelle sue recenti Considerazione finali: «La specializzazione in attività tradizionali e la piccola dimensione riducono la domanda di lavoro qualificato, generando un circolo vizioso di bassi salari e modeste opportunità di impiego che scoraggiano gli stessi investimenti in istruzione». Cambiare le imprese per cambiare il lavoro. Tutto si tiene.