Nell'intervista a Repubblica il segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito la Cina "la nazione più complicata con la quale abbiamo a che fare". Perché è una e trina: avversario su certi terreni, rivale su altri, ma anche partner. Questa complessità spiega perché il "focus" della politica estera della nuova amministrazione americana sia la Cina di Xi Jinping piuttosto che la Russia di Vladimir Putin. Ma la risposta di Blinken indica anche agli alleati un approccio più modulato alla "minaccia cinese" rispetto a quello che era emerso dal recente viaggio europeo del presidente Biden. Un approccio che si può riassumere in tre piani di condotta: contenimento (dell'avversario) sul quello militare; confronto (con il rivale) su quello strategico e delle tecnologie; dialogo (con il partner) sul piano commerciale. Purché, su questo terzo livello, non ci siano, avverte il segretario di Stat…
Nell'intervista a Repubblica il segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito la Cina "la nazione più complicata con la quale abbiamo a che fare". Perché è una e trina: avversario su certi terreni, rivale su altri, ma anche partner. Questa complessità spiega perché il "focus" della politica estera della nuova amministrazione americana sia la Cina di Xi Jinping piuttosto che la Russia di Vladimir Putin. Ma la risposta di Blinken indica anche agli alleati un approccio più modulato alla "minaccia cinese" rispetto a quello che era emerso dal recente viaggio europeo del presidente Biden. Un approccio che si può riassumere in tre piani di condotta: contenimento (dell'avversario) sul quello militare; confronto (con il rivale) su quello strategico e delle tecnologie; dialogo (con il partner) sul piano commerciale. Purché, su questo terzo livello, non ci siano, avverte il segretario di Stato, rischiosi intrecci con "le esigenze di sicurezza nazionale".
Le risposte di Blinken hanno il valore di una esegesi della diplomazia americana definita da lui stesso, dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan e anche dal direttore della Cia William Burns, un diplomatico di lungo corso "prestato" ai servizi segreti.
Sin dalle prime settimane nello Studio Ovale era parso evidente che l'attenzione di Joe Biden era più sull'Indo-Pacifico che sull'Atlantico. Il primo vertice, ancorché virtuale, a marzo, era stato quello del Quad, i cui Paesi membri sono, oltre agli Usa, il Giappone, l'India e l'Australia. Questa scelta era suonata come un aperto avvertimento alla mire egemoniche della Cina e al suo sbandierato riarmo navale. E quando in aprile una flotta imponente della Royal Navy, guidata dalla portaerei Queen Elizabeth, con a bordo aerei e militari americani, è partita con rotta verso la Cina è stata evocata la "diplomazia delle cannoniere" di ottocentesca memoria.
Con queste premesse il primo viaggio di Biden in Europa è stato interpretato come una chiamata alle armi nei confronti della Cina. E così è stato presentato dallo stesso presidente americano. Nel documento approvato dai 30 Paesi membri della Nato, dopo il vertice a Bruxelles con Biden, quella della Cina è stata definita "una sfida sistemica", con riferimento soprattutto alla disinformazione, alla cooperazione militare con la Russia e alla rapida espansione dell'arsenale nucleare. Ma il segretario generale della Nato Stoltenberg ha precisato che la Cina "non è un avversario", raccogliendo le istanze di molti Paesi europei e i "distinguo" già espressi nella riunione del G7.
Lo stesso vertice tra Biden e Putin è stato letto da alcuni analisti in funzione anti-cinese. "Più Biden tratta la Russia con il rispetto dovuto a una grande potenza, che è quello cui Putin anela, e più sarà facile per lui sottrarre la Russia dall'abbraccio cinese", ha detto Fiona Hill, grande esperta di cose sovietiche e russe, per breve tempo consigliere (inascoltata) di Trump, che la escluse dal famigerato vertice con Putin a Helsinki.
Per Biden la Russia è una potenza vecchio stampo, basata sulla forza dell'arsenale militare, ma economicamente debole e tecnologicamente arretrata. La Cina è una potenza di nuovo conio, viva e rampante. In questi giorni il partito comunista cinese celebra il suo centenario e il sessantottenne Xi Jinping, che è al potere da 9 anni e può restarci fino al 2028 o addirittura al 2033, vuole farne l'occasione per inneggiare alla "più grande economia del mondo" e alla nuova "potenza tecnologica e militare".
Anche se secondo uno studio appena pubblicato dall'International Institute for Strategic Studies di Londra le capacità cyber della Cina sono state molto sopravalutate ("è indietro di almeno un decennio rispetto agli Usa", afferma l'analisi). Almeno sotto questo aspetto la Russia è un avversario più temibile, come ha ricordato Blinken, anche perché "dà rifugio ad associazioni criminali responsabili di attacchi cyber".
Ma, al di là della politica di riarmo voluta con estremo vigore da Xi, il ritmo di espansione economica, di innovazione tecnologica, specie nel campo dell'intelligenza artificiale, e di proiezione verso l'esterno (come la Belt and Road Initiative o Huawei) fanno della Cina la potenza più competitiva per gli Stati Uniti.
Però il confronto con gli alleati ha fatto capire a Biden e al suo segretario di Stato che la Cina è percepita sì come una minaccia, ma anche un'opportunità: nel summit Usa-Ue questa visione è risultata chiara e netta, ammette lo stesso Blinken. E quindi l'approccio deve essere più sofisticato e articolato di quanto lo fu quello con l'Urss ai tempi della guerra fredda. I tre piani di confronto, indicati nell'intervista a Repubblica, ne sono la conferma.